SOGNARE: il SISTEMA DIGESTIVO del CERVELLO (prima parte)

Feuerbach affermava che “siamo ciò che mangiamo”, intendendo con questo che gli alimenti che ingeriamo sono utilizzati dall’organismo per costruire e rinnovare se stesso. La qualità del cibo esprime dunque il nostro successivo grado di salute. Lo stesso vale per il “cibo psichico” di cui ci nutriamo quotidianamente: ciò che pensiamo, come interpretiamo noi stessi e il mondo, le relazioni con gli altri, le immagini, i suoni e le idee che incorporiamo in noi “solo” facendone esperienza. Tutto questo materiale, al pari del cibo fisico, passa attraverso un processo di digestione, scomposizione, assimilazione e scarto: ciò che è utile alla nostra crescita è trattenuto, ciò che non occorre è rilasciato. E poichè ci rinnova, noi ne assumiamo la qualità e ne siamo in-formati.

Il sogno si può definire proprio come processo di “digestione” delle esperienze (Meltzer), i cui nutrienti che andranno a costituirci sono il significato che le attraversano, ciò che da esse impariamo e come utilizzeremo queste informazioni nel breve e lungo termine.

Rubin Naiman, psicologo clinico specializzato della University of Arizona, definisce il cervello come un secondo intestino: “Di notte il cervello ingoia metaforicamente, digerisce e setaccia le informazioni e, proprio come l’intestino, elimina. (…) Ciò che il cervello mantiene diventa parte di ciò che siamo. (…) Sognare è il sistema digestivo del cervello.”(http://www.huffingtonpost.it/2014/02/25/9-cose-non-sai-sogni_n_4853320.html)

La vita consta di scambi e relazioni continue con l’ambiente fisico e sociale che abitiamo: ogni giorno interagiamo con un esorbitante numero di stimoli e facciamo del nostro meglio per adattarci alle circostanze, che variano continuamente. L’organismo ha come priorità assoluta la sopravvivenza e gestisce la maggior parte delle attività in modo autonomo: temperatura, respirazione, digestione, pressione sanguigna e altre funzioni vitali. Allo stesso tempo l’apparato psichico si occupa di regolare la vita emotiva, affettiva e cognitiva dell’individuo, monitorando, auto-correggendo, registrando le esperienze. E tentando di risolvere ogni evento che non sia stato “digerito” nella veglia attraverso la rielaborazione onirica.

Non sempre siamo coscienti degli effetti provocati dal protrarsi di una situazione stressante o di erronee abitudini di vita. L’adattamento può essere così automatico e implicito da “silenziare” gli iniziali effetti dello stress: una volta superata la soglia di tolleranza, segnali come ansia, disturbi del sonno e sintomi psicosomatici di diverso tipo, entrano in scena per comunicarci che c’è qualcosa che non funziona. In linea di massima la nostra risposta è ignorare queste manifestazioni, per poter continuare “a tirare avanti”. Ecco che inevitabilmente la capacità di adattarsi diminuisce, le difese immunitarie si abbassano e le forze per far fronte alla realtà si deteriorano. C’è una legge biologica che ci dice che ogni tipo di stressor che raggiunga un certo grado di pericolosità nell’economia esistenziale della persona, crea una tensione/ resistenza: questa a sua volta si risolve fisiologicamente in un’azione a carattere aggressivo o difensivo ( FFR Fight or Flight Response). Se questo naturale meccanismo di risposta viene inibito e le tensioni si accumulano, lo stress si cronicizza e l’organismo inizia ad ammalarsi. Secondo il modello neurofisiologico di Henry Laborit “i disturbi emotivi e/o psicosomatici derivano da un’inibizione all’azione prolungata nel tempo, che blocca il normale funzionamento di alternanza tra sistema simpatico e parasimpatico”. Per approfondimento: http://www.sistemica.org/inibiz.html.

Se nella veglia non abbiamo potuto “nè attaccare nè fuggire” (a fronte di uno stressor di una certa entità), per risolvere l’emozione cristallizzata nella mancata risposta arriva il lavoro del sogno. Secondo la micropsicoanalisi (1), il sogno gioca il ruolo di “valvola di sicurezza”, e viene definito come “un meccanismo fisiologico di smaltimento delle tensioni secondo modalità di scarica ottimizzate nella filogenesi. (…) Quando l’accumulo traumatico (inteso come effetto deformante di fattori endogeni ed esogeni) è sovrabbondante, la fisiologia del sogno non è più sufficiente a realizzare la scarica tensionale ed emerge il sintomo patologico”.

Ogni significativo accumulo emotivo non risolto nello stato di veglia, sarà investito dal “pensare onirico” con un’alta quota di energia, con il fine di integrarlo e organizzarlo nel sistema psicosoma.

(continua…)

 

(1) http://www.psicoanalisi.it/psicoanalisi/2411#.VD7d0LCsWYk