DAIMON da E. ZOLLA III°

 

IL CUSTODE COME STELLA

Presso gli Sherente del Brasile sono sciamani coloro che siano stati visitati dai pianeti Marte, Giove o Venere; così presso gli Skidi Pawnee dell’America settentrionale è
d’uso che la figura del genio custode sia una stella e questa presso molti popoli è sinonimo di destino. La stella era d’altronde un ritmo e un disegno oltre che una luce.
La memoria degli antichi era in grado di accostare le successive visioni della volta celeste di notte in notte, e scorgere il percorso di una stella durante tutta una stagione: una luce danzante e cantante, dunque un custode per eccellenza. I Melanesiani, riferisce Thurnwald, «quando si parla di gocce non solo pensano a una stilla che cade da un albero, ma anche alla traccia che essa lascia, al rumore che fa cadendo, agl’intervalli regolari tra l’una e l’altra caduta»; ecco che le idee sul cielo degli antichi diventano chiare: noi ravvisiamo sì Marte fra le stelle fisse durante una successione di notti, ma non sappiamo coglierne, al modo dell’uomo arcaico, il caratteristico movimento serpentino,
tanto più celere di quello di Giove o di Saturno; il cielo era in origine un insieme di ritmi, di figure, di periodicità chiaramente avvertite e non già ricostruite o dedotte. Se alle stelle corrispondono dei geni custodi e a costoro corrispondono animali, il cielo sarà costellato di
figure di animali; sugl’incensieri arcaici cinesi esso ha l’aspetto di un colle attorno al quale ruotano animali: le costellazioni, i morti assunti in cielo; perciò presso certi popoli sud-americani le costellazioni sono lo spirito delle specie animali che procreano al momento in cui stanno in posizione dominante nei cieli.

 

IL CUSTODE COME VERGINE

Il genio della stirpe, che i Teutoni vedono come una vergine, si confonde con il genio individuale in molte saghe; inoltre si dà spesso il caso di custodi che siano spose segrete:
la ninfa Egeria di Numa Pompilio, la Melusina dei capostipiti aristocratici. Spesso i cacciatori Nyanga nel Congo sono sposati ritualmente alla loro ispiratrice geniale.
Fra gl’Indiani dell’America settentrionale, i Modoc narrano la storia del fanciullo cui un angelo in aspetto femminile cava il cuore e, mentre egli giace esanime, il suo spirito sente l’angelo parlare al cuore strappato. In seguito un uccello cala sul suo petto: a quel punto il fanciullo si rialza colmo di ispirazione e poteri taumaturgici.
All’idea del custode femminile si connette l’allattamento simbolico. Un Samoiedo malato di vaiolo si sente trasportato nel regno delle acque dove il Vaiolo personificato gli annuncia che la Signora delle Acque lo renderà sciamano e gli svela il suo nuovo nome: Tuffatore. Uscito dalle acque, l’infermo scala una montagna dove una donna nuda lo allatta e gli dice: «Sei figlio mio, perciò ti ho lasciato succhiare il mio seno. Soffrirai molto e rimarrai
spossato»: così comincia la sua peregrinazione fino a quando sarà rimodellato da un fabbro. Spesso sui vasi etruschi Giunone porge il seno a Ercole barbuto e in Egitto il faraone viene allattato dalle dèe; san Paolo afferma di porgere agli uomini carnali il latte, san Bernardo menziona il latte della mammella della Vergine o della Chiesa, e san Gulberto vescovo di Chartres viene raffigurato mentre la Vergine lo nutre del suo latte. Dovette esistere un allattamento rituale forse combinato con un allattamento terapeutico, capaci di alleviare consunzione e vecchiezza. Così come l’immagine della bestia custode può degenerare in licantropia, la sposa celeste può a sua volta degenerare
in un incubo, come presso gli Hausa in Africa. Quando un Ewe del Togo si ammala in un certo modo, il sacerdote gli svela che una creatura soprannaturale lo sta tormentando affinché egli la prenda in isposa. Invece per i Masai il genio è un essere umano alato,
dello stesso sesso del suo protetto, che lo assiste anche dopo morto. Per alcuni popoli indigeni d’America il genio è un fantolino, dai capelli grigi presso gli Yuki, con una folta chioma presso alcuni sciamani Klamath. L’idea del genio custode si fonde talvolta con quella di una guida all’oltretomba. Il senso profondo del viaggio è l’accesso alla pura partecipazione all’essere una volta superata la limitatezza individuale. Così ritengono gli Altaici meridionali e i Mongoli. In Oceania il genio custode ha figura di rinoceronte, in Africa e Indonesia di pollo bianco, nell’America settentrionale di corvo. Le nicchie e le cappelle delle chiese d’Occidente che non siano state ancora denudate e isterilite, offrono la
gamma immemoriale degli emblemi delle forze di custodia, di rivelazione e di pace; vi figurano oltre alla Vergine e ai santi, anche i consueti animali salutari, come il cervo, la colomba dello Spirito Santo, il leone, il bue e l’aquila dei punti cardinali e degli Evangelisti, o ancora il pellicano, e nelle chiese longobarde, irlandesi arcaiche e
romaniche, compaiono sui capitelli anche altre figure: pesci, uccelli, leoni, belve fantastiche.

IL CUSTODE COME SERPENTE

«Les anges conversaient avec l’homme, en
telle forme que Dieu permettait, et sous la
figure des animaux. Ève donc, ne fut point
surprise d’entendre parler le serpent.»
Jacques Benigne Bossuet, Elévations
à Dieu

Dice Clemente d’Alessandria che le evoluzioni sinuose degli astri sono designate come serpenti. Il serpente è una delle figure di guida più frequenti, non solo là dove sia domestico, come presso Baltici, Slavi, Indiani, Greci, Romani, ma ovunque e fra popoli non legati da rapporto di sorta; nell’antico Egitto, come fra i Kwakiutl. Per questi ultimi il serpente è il mediatore fra cielo e mare (fra l’uccello-fulmine e la balena), e rappresenta
la potenza sacerdotale; quando nel pasto cannibalico la vittima viene addentata, è il serpente che la sta divorando: il suo protetto diventa insensibile, come inesistente
via via che ne è pervaso. Quando nella festa dei donativi si distribuiscono regali, è la balena a elargirli. I Kwakiutl salgono alla Via Lattea, trascinati da serpenti: la metafora indica che essi vengono issati da corregge fatte passare attraverso le ferite inferte nella schiena e sulle cosce (i serpenti li sollevano con i denti), mentre i compagni danzano con le punte delle lance rivolte al loro corpo spenzolante. Parimenti in Egitto il serpente era un mediatore fra gli opposti, chiamato «vita degli dèi», e il sole appariva quale
serpente con testa di falco. Il faraone era un uccello del tuono il quale scoccava il lampo effigiato come serpente sulla sua corona o simboleggiato dallo scettro contorto.
Varrone parla di un’identità tra Proserpina, la luna e il serpente, perchè il corso della luna è a serpentina. Il serpente d’altronde può essere scambiato con l’albero della vita attorno al quale si attorciglia, e l’albero è una delle forme della visione del custode, lo stormire
delle sue fronde è un parlare che va afferrato con l’attenzione del serparo al sibilo del serpente. Presso i Ponek del Camerun l’uomo ha una parte geniale, immortale che si ravvisa come serpente o folgore, ed e detta nyole. Nyole  è anche una liana, paragonata a
un serpente, che si attorciglia attorno all’arboscello del cotone, rispettivamente, la parte attiva e la passiva del principio vitale e cosmico universale.
La forma del serpente, difficile a cogliere come quella del genio, pare un puro ritmo vibratorio: ora esso si dispone in cerchio e dardeggia una lingua di fuoco, ora, ritto sulla cima della coda, avanza a perpendicolo come per incanto; si butta in orbita, s’alza e abbassa in una spirale, ruota le sue spire come un’onda, circola sui rami degli alberi, scivola nell’erba delle praterie, sulla superfìcie delle acque: i suoi colori sono indeterminati come la sua andatura e cambiano con i mutamenti della luce: lo afferma Chateaubriand, che aveva a lungo meditato sui serpenti, nel Génie du Christianisme. Il serpente che è un forte ipnotizzatore, viene per eccellenza dominato da una certa maniera di tambureggiare e modulare i suoni del flauto, e un certo modo ipnotico di accarezzarlo durante le cerimonie. Ciò obbliga a coglierne il ritmo esattamente, e insegna la cura con cui si deve procedere nell’evocazione del custode. Il fatto che nella muta esso ceda la pelle ne faceva inoltre un simbolo dell’immortalità o di una vita nuova, come squamata; inoltre poteva simboleggiare le varie anime dell’uomo racchiuse nei vari strati di pelle, che sono una sola ma anche successive e staccabili come quelle del serpente.
Dovette essere tuttavia decisiva, quale causa d’adozione del serpente, la sua rapidità e leggerezza, il suo scivolare silenzioso e comparire subitaneo, tutti caratteri delle
ispirazioni geniali. Si devono ipotizzare altri usi simbolici e terapeutici del serpente se in Egitto si credette che la sua cenere fosse curativa e gli oracoli medici di Esculapio lo additavano come fonte di rimedi, e se Melampo intese la lingua degli animali mercè i serpenti che gli leccarono le orecchie. Forse grazie all’osservazione dei serpenti si individuarono medicamenti. Comunque in quasi ogni popolo dell’America settentrionale esiste una confraternita di sciamani-serpenti che eseguono incolumi le danze assieme
ai rettili e senza esserne morsi li lavano ritualmente. Alla festa del Corpus Domini di Papantha, in Messico, i danzatori, che inalberano certe fastose maschere nere,
vengono morsi dal serpente e curati dallo sciamano con invocazioni ai quattro venti.
In Senegambia chi ha per guardiano un serpente può curare i morsi dei serpenti, e Varrone riferisce che gli Psylli usavano esporre i neonati ai serpenti per garantirsi
che fossero legittimi. Se Satana adottò la figura del serpe, la più seducente, fu per insinuare il peccato di curiosità cioè la volontà di conoscere cose superflue alla salute eterna; si attorcigliò all’albero della conoscenza del bene e del male, vietata
all’uomo, invece che all’albero della vita. S’è detto: spesso l’ispiratore non è un animale ma un morto, e così nelle Fiji gli aedi ottengono i loro canti in sogno, in estasi, o da un morto, ma più frequente è che l’ispiratore sia le due cose insieme: talvolta sono i morti malvagi che si convertono in bestie, talaltra i defunti soccorrevoli, come nel mondo greco e romano dove i mani o lari divorano le offerte in forma di serpenti, nelle nicchie domestiche. Un giorno in casa dei Gracchi comparverodue serpi, l’augure ordinò di ucciderne uno, avvertendo che se si sceglieva il maschio si cagionava la mortedel capofamiglia, se viceversa la femmina, sarebbe toccato alla moglie; Sempronio Gracco votò alla morte il maschio.

La coppia di serpenti della Roma repubblicana era composta di due geni custodi e anche di due nagual. Parve a Frazer che in Grecia, come tra i Bantù, i morti fossero visti in forma di serpenti. Presso gli Ebrei il serpente di bronzo (un metallo antidemonico presso i Greci),
innalzato nel deserto (Numeri XXI, 8) come segno di salute, mostra la presenza del tema; del resto, con una vocalizzazione diversa, la parola ebraica nahash (serpente) significa sortilegio, trarre auspici; e Jesse, dalla cui radice doveva nascere il Messia, è anche detto serpente. I commenti rabbinici, interpretando il passo dei Numeri, affermano che i serpenti mordevano le anime colpevoli e non i corpi, sicché l’innalzamento del serpente fu promosso da una dolorosa visitazione di custodi che si dovette volgere al bene riverendoli, erigendone il palo totemico. Così Pausania (IX, 38,5) racconta che l’ombra di Atteone seviziava il popolo e l’oracolo di Delfi consigliò di farne una effigie incatenandolo alla pietra dove appariva.

LA SCOPERTA DEL CUSTODE

Conoscere il proprio destino o genio è il sommo dei privilegi. L’uomo comune lo scorge soltanto al momento della morte; il wraith celtico appare accanto al morituro.
Occorre andare di là dall’io, morire a se stessi come persona composta di corpo e anima, se lo si vuole cogliere. Per propiziare questa penetrazione, per internarsi dietro il riflesso della propria immagine, si consiglia di rasentare la morte; lanciandosi da un dirupo o correndo rischi analoghi, si ottiene quella rimembranza integrale, fulminea dell’esistenza passata che ne scavalca i limiti e fa conoscere ciò che segretamente la regge o se si preferisce, la sua essenza. Questa sarà veduta o si tradurrà molto spesso nella qualità propria d’una bestia qualora si sia avvezzi a far buon uso delle bestie, ad assimilarne per
simpatia le facoltà.
Un ragguaglio del 1530 sull’Honduras coglie il metodo per individuare il nagual; i giovinetti s’addentravano in lande romite implorando la divinità a calde lacrime, immolando
un cane o un pollastro finché non comparisse, nel sonno o al risveglio, l’animale, che li colpiva all’orecchio o sui denti, cavando il sangue con cui firmare il patto d’unione. Tale sarà l’origine delle mutilazioni rituali d’ogni sorta. Presso gli Zapotechi, alla nascita d’un bambino si cerca il suo custode facendogli l’oroscopo, e offrendo unpo’ del suo sangue (cavato da dietro l’orecchio, l’organo della conoscenza): dopo si attende che la bestia compaia. In modo analogo nella Cristianità l’iniziazione battesimale fu trasferita dopo un certo tempo ai primi giorni di vita. Gli Jivaro nel Perù visitano una capanna abitata dagli
spiriti della foresta, si lavano e si dissetano nelle cascate, si valgono di teschi, ricorrono alle piante narcotiche per ravvisare gli antenati in forma di fiere, e colui che abbia così intuito la bestia custode, qualora ne incontri un esemplare vivo, lo affronta e lo placa con un discorso.
In Siberia segno della chiamata è l’essere colpiti da una folgore, invisibile o visibile, forse perché è un tipico trauma che fa rivedere in un baleno tutto il passato e dispone
a superarlo. La preparazione esige una rigorosa solitudine in una stanza o all’aperto, consumando droghe a digiuno finché il custode non compaia in aspetto di lupo, orso, corvo, aquila, gabbiano. Dopo, si procede al rito d’investitura. Sarà un uomo vile chi abbia per custode un cane, e forte invece chi abbia uno stallone, un orso nero o un’aquila.
Presso i Tungusi la morte dello sciamano scatena fra i giovani un’epidemia di malinconia fantasticante e di sonnambulismo: le forze custodi del defunto vanno errando d’attorno; il malinconico finisce col peggiorare, trema senza tregua, dà balzi e digrigna i denti, mentre gli altri migliorano. Al successore dello sciamano così designato si presenta il tamburo sacro e i ritmi che egli ne cava, lo aiutano a librarsi in estasi e ad accogliere il custode dello sciamano defunto.
In America, presso gli Ojibway, i giovinetti ancora casti, erano spesso tenuti a digiuno per procurarsi l’incontro con il loro custode, quindi si mandavano in un luogo romito vestiti di indumenti immacolati, con un tappeto adorno di simboli su cui coricarsi. Durante la loro vita solitaria dimoravano sugli alberi, in un «nido», dove dovevano pensare soltanto «alle cose buone da ottenere». Intanto, nell’accampamento, il padre o il tutore battono
il tamburo e pregano.
Presso i Thomson del Canada gli adolescenti partivano pellegrini sulle tracce del loro genio e la ricerca era stimolata da prove dolorose, flagellazioni e corse fino allosfinimento,  cui seguivano immersioni nell’acqua diaccia per quattro giorni e quattro notti senza quasi dormire; il giovinetto pellegrino danzava cantando in preghiera e meditando allo stesso tempo sul proprio abbigliamento simbolico o sulla fiamma di un falò. A digiuno nel
cuore dell’inverno, dopo essersi purgato e avere vomitato, l’iniziando doveva valicare montagne; di tratto in tratto, fermandosi sul cammino, accendeva un fuoco su una rupe e, una volta arroventata, vi spandeva dell’acqua per fare una sudata, e intanto si flagellava. Quindi si immergeva in un ruscello scagliando lontano le pietre calde e meditando sui sensi simbolici del gesto; oppure tirava a un bersaglio, punendosi a ogni errore con lunghe
corse stremanti. Il giovane non cedeva fino a che non gli avesse arriso la rivelazione del suo animale e del canto speciale con cui, da allora in poi, avrebbe potuto chiamarlo in soccorso. Attendeva anche che gli si rivelasse un amuleto o un insieme di oggetti simbolici da portare con sé in un sacchettino; a quel punto aveva il suo inno, i suoi strumenti sacri, un proprio blasone di cui fregiare lo scudo e collocare dipinto sulla tenda nonché in certi luoghi solitari della montagna, a lui noti e fausti: ormai era protetto
tutto attorno, stava sotto un’egida. I moderni hanno variamente preservato i cimenti senza conservare il fine razionale, accontentandosi di acquisirne lo scopo occasionale e secondario, l’indurimento dei muscoli e della tempra psichica.
Presso i Fox il custode si ottiene digiunando per quattro dì con la faccia dipinta di nero, e al momento dell’incontro si fa un’offerta di tabacco. Secondo loro per nutrire
il custode giova mangiare un cane.
La consuetudine tra i Kwakiutl è di bagnarsi nell’acqua gelida, di strigliarsi con rami di cicuta fino a sanguinare. Quindi ci si lava nell’urina, ci si strofina con le fasce d’una salma, ci si sfrega con l’elleboro poiché occorre perdere l’odore umano. Gli esseri che appaiono nelle visioni in tal modo ottenute si chiamano na’walaku, una parola dagli usi analoghi al latino genialis o genius, e si applica tanto agli esseri che appaiono nelle visioni quanto
agli strumenti liturgici. Il suo opposto è ba’xwes, che significa profano, ordinario, comune; è tale la stagione nella quale non si celebrano feste. I geni custodi dell’uomo, buoni o malvagi, sono anche detti ha’yalilagao («donna che mette a posto») e comprendono lo spirito del fuoco e i morti detti la lenox, termine la cui radice significa «lo spettro del morto tocca e fa ammalare». L’anima non ha ossa né sangue, è simile al fumo o a un’ombra ed è detta bescewene «corpo umano lungo» o «maschera umana» o «uccello»; siede sulla fontanella del cranio e abbandona il corpo nel sogno. La sua assenza rende deboli e riafferrarla spetta allo sciamano. Ha forma di civetta e ognuno ha la sua, legata al proprio destino. Dagli spiriti custodi si ricevono i «tesori», figli, visioni, amuleti, e il canto sacro.
A metà dell’inverno i giovinetti vengono affidati a una vegliarda che sa stabilire il contatto con gli spiriti, e ne tornano a tal punto invasati che per calmarli occorre allestire una grande festa nella quale tutti gareggiano largendosi doni {potlatch): nello scambio i beni muoiono per rinascere ricambiati. In certe speciali cerimonie il giovane in ritiro eremitico, riviveva con sofferenza nelle sue visioni le esperienze dell’antenato primordiale; veniva
inghiottito dal Dio supremo, anzi si trasformava in lui, diventando cannibale: fumava trance di cadavere, mordeva chiunque incontrasse durante la sua estasi furiosa; per calmarlo si suonavano i flauti, si danzava, si spargevano piume d’aquila, e infine lo si aspergeva d’acqua. I Kwakiud affermano che l’ingestione di cadaveri durante il rito ha la funzione stessa dell’eucaristia.
I Puyallup ritenevano che la purezza necessaria all’acquisto dei poteri geniali si ottenesse con abbondanti sudate che cancellavano le contaminazioni cagionate dall’amplesso, dallo spargimento di sangue e dal lutto. I geni custodi erano detti sqalalitut e la parola, affine a sqlatut, che significa sogno, ne era però distinta: infatti le estasi e le apparizioni non andavano confuse con meri sogni. Se i geni custodi erano forti, consentivano anche a
chi non fosse sciamano di resistere al potere sciamanico; i geni erano come un destino e un carattere compendiati in un animale e in una melodia. La ghiandaia rendeva vivaci,
pronti a negoziare e a farsi odiare. L’aquila magnanimi; il tuffolo pescatore fortunati nella caccia; il corvo longevi; l’orso grigio rudi, avari e coraggiosi; il lupo conferiva il fiuto per seguire le tracce; il serpente l’indipendenza solitaria; l’albero dalla chioma stormente rendeva bravi nel canto; il tuono in forma d’uccello candido dal becco sprizzante scintille portava l’opulenza. Gli animali che procuravano ricchezza e valentia nella caccia e nella
pesca donavano una canzone piena di semitoni che si estingueva in un murmure grazioso. Il genio della potenza, della ricchezza e della generosità giungeva come una
barca gremita recando un canto o una danza. Esisteva un genio pericoloso, che s’insegnava ai fanciulli a schivare, anche se sottrarsi a una vocazione, quale che fosse, poteva mettere a repentaglio la vita. Il genio infido insinuava gratuiti impulsi omicidi, scatenava furie sconsigliate, donava poteri stregoneschi, manifestandosi come una bestia
in metamorfosi, a due teste o altrimenti abnorme. Accanto al «potere segreto» che dotava di un’occulta forza sciamanica e di una seconda vista, esisteva anche un potere profetico. Nello sciamano entravano i geni delle malattie che, una volta guarito, avrebbe potuto curare. Vedeva gli spiriti, liberava i malati aggrediti da un altro sciamano, coloro la cui anima fosse fuggita, fosse stata contaminata dai morti, o alla quale il genio inutilmente
tentasse di manifestarsi, nonché gli afflitti dal genio d’un parente morto. Soltanto adottandolo, essi potevano guarire. Per ottenere la guarigione lo sciamano partiva per
una caccia simbolica, alternando un ritmo all’altro fino a scoprire quello giusto, terapeutico, mentre il demone gli lanciava sfide per bocca dell’infermo.
I Wishram cominciavano a «muoversi», quando, in giovane età, erano mandati in un luogo romito dove dovevano adoperarsi a erigere tumuli di pietre o a sradicare alberelli. Uno dei riti preferiti era una caverna colma d’acqua dove i giovanetti si dovevano immergere. La visitazione angelica del genio animale era annunciata da un rombo e una vampa seguiti da un vento gagliardo e un acquazzone. Nel deliquio in cui cadeva il giovinetto,l’animale o gli animali custodi gli indicavano i loro doni speciali e svelavano la loro canzone. Gli uccelli di monte o di pianura, i pesci lacustri e di fiume, potevano, comparendo al giovane, farlo ammalare, ma proprio per questo tanta maggior forza egli era destinato ad acquistare
nell’età matura. Sulla rivelazione occorreva tacere, per non indebolirla, tuttavia la si poteva indovinare dai tabù osservati e dai simboli che venivano indossati dopo averla
ricevuta. Soltanto sul letto di morte era ammesso svelare il proprio custode, onorandolo pubblicamente. La segretezza e l’obbedienza erano inflessibili. Tanto giova il segreto sulle vicende spirituali quanto la confessione dei peccati. La disciplina del segreto nei vari popoli era diversamente mantenuta, nel modo più stretto fra i Paiute settentrionali
o Pavioso: se lo sciamano svelava qualcosa della sua vita interiore, sapeva di dover morire. Presso i Klamath, si ritiene che il momento buono per trovare lo spirito custode sia un qualche trapasso critico: pubertà, afflizione, morte d’una persona cara. Si digiuna,
si suda e la notte ci si arrampica su una vetta dove si alzano, di corsa, dei gran cumuli di sassi, sempre pregando, poi ci si tuffa in stagni solitari dove appaiono gli spiriti. La rivelazione giunge con un’emorragia al naso e alla bocca, in un deliquio profondo, ed è compendiata da una canzone segreta (anche i Tungusi ritengono che lo stato sciamanico si acquisti con un’emorragia al naso).Spesso tutto avviene mentre si sta sott’acqua.

Sciamani potenti sono coloro che riescono a entrare in comunione con molti spiriti; nelle loro capanne istoriate essi sospendono le pelli animali corrispettive agli spiriti e accanto alla soglia pongono le loro effigi. Durante una cerimonia che dura cinque giorni, nel cuore dell’inverno, preceduta da una danza a ridosso d’un fuoco, lo sciamano spegne le torce con la bocca, ingoia e scocca fuori dallo stomaco dardi di ossidiana, e infine fa correre in giro le pelli vive appese nella capanna. Altre operazioni vengono escogitate di volta in volta, per sortilegio, come riempire di sangue o altro liquido un vaso vuoto. Al modo in cui
Mosè teneva al proprio fianco Aronne, così lo sciamano ha sempre un assistente; in certe tribù è un buffone che imita lo sciamano facendo ridere il pubblico. Lo sciamano dai molti spiriti indovina i segreti, agisce sull’atmosfera, cura le malattie.
Fra gl’indigeni della California uno spirito o un antenato ficca in corpo al predestinato un «male» che è anche una persona e ha la forma di un fuso o d’una punta di freccia; lo sciamano insegnerà il buon uso di questo dolore nel corso di una danza durante la quale si impara l’arte di estrarre l’oggetto malefico e rimetterselo dentro.
Chi ha trasformato questo «male» in un potere manipolabile saprà curare i malati. Quando san Paolo parla della sua spina nella carne intende forse una tale infermità.
È pratica d’altronde frequente l’assuefazione ai veleni, specie alla datura; nella Guiana si usano dosi di succo di tabacco a digiuno.
La chiamata dello spirito custode avviene talvolta attraverso una coerente e organica serie di sogni come presso i Cocopa nella California meridionale. La particolare vocazione sciamanica dipenderà dall’animale che fa la sua apparizione: il gufo, l’avvoltoio, il falco annunciano un potere nefasto, stregonesco. I Paiute ricevono il dono attraverso un sogno ricorrente, occorso per la prima volta magari a cinque anni, che viene finalmente compreso verso l’adolescenza: allora il suo vago mormorio
si profila in un canto. La canzone che parla di temi lontani e luminosi è propria di uno sciamano di somma potenza, quella che tratta di cose quotidiane di uno mediocre.
Talvolta, come presso i Maidu o Nisenan, i ragazzi, cosparsi di nerofumo, vengono educati a gruppi da uno sciamano che impone loro una dieta minima, li mette a dormire sull’imbrunire per un’ora e poi li fa rialzare e ballare prima di farli ricadere nel sonno. Quattro volte al giorno dovranno danzare attorno al fuoco soffiando i fischietti al canto dello sciamano. Per mantenere intatto il proprio potere, lo sciamano si fa ogni anno
un taglio dall’omero al gomito e ripone nella ferita sostanze medicinali ricoprendola quindi di piume. La mano del braccio così offeso diventerà letale. Lo sguardo dello sciamano fa tremare. Spesso il suo spirito custode è l’orso.

COME SI INTRATTIENE IL CUSTODE

Comunque si ottenga la conoscenza del proprio genio custode, il primo dovere è dare ascolto agli impulsi, riverire le illuminazioni e interpretare i sogni che da lui
provengono. Presso i Makah, lo spirito custode dispensatore di potenza sciamanica, appariva come una mano affiorante dal suolo: bisognava sfiorarla con riverenza e ubbidire
comunque, senza esitazione, a qualsiasi custode, «perché», come dice un povero, confuso, indiano d’oggi, «ti impartiranno ordini – fa’ così e così – come se ti stesse
dando di volta il cervello: ti sentirai la mano rovente come un forno, quando avrai dentro di te quel potere medicinale. Parlano, parlano e talvolta ti costringono a uscire di casa, e se non ubbidisci, fosse perfino un pesciolino a darti ordini, fa’ pure conto di essere spacciato. Se non fai come ti dice, quello ti abbandona per sempre, la strana sostanza ti va a finire nel petto e impazzisci. Quando diventi sciamano cominci a cantare e cantare e cantare.
Esci di notte e ti addentri nei boschi. Certe volte corri fino alla spiaggia. Dicono che ti cresce nel corpo un gran calore, tanto da non poter tenere niente indosso. Gli sciamani andavano errando per ben quattro giorni. Così si rinfrescavano. Dopo aver fatto ritorno a casa, cominciavano a cantare. Così nascono quelle canzoni».
Gli Yuma affermano che la fede assoluta nel proprio custode è la condizione d’ogni potestà, e chi mai osasse applicare gli insegnamenti del custode senza il suo permesso
di volta in volta, sarebbe condannato all’impotenza. Spesso il custode mette alla prova la fiducia e l’obbedienza del suo pupillo facendogli ammalare persone care. Lui dovrà astenersi dal curarle se prima non sarà stato investito del potere, salvo cadere malato anche lui. Anche lo sciamano siberiano, e la divinatrice coreana sono costretti
a ubbidire senza esitazione al loro custode, pena la follia o la morte. Presso gli Algonchini il genio comunica le sue volontà mediante sogni, stati meditativi o idee subitanee
e tutte le decorazioni dell’arte algonchina ne sono un memento. D’altronde che cosa fece grandi i patriarchi biblici? Non certo la loro tempra morale o il loro coraggio, ma
l’istantanea obbedienza a quei dettami imperscrutabili. Chi sia del tutto privo di genio è come un bambino, un mezzo uomo; tant’è, i Coyukon, vedendo i bianchi privi del genio, non reputano peccato ucciderli, e i Tinneh spiegano così l’inefficacia sui bianchi dei riti
medicinali. I Songhay ritengono i bianchi inetti perfino a discernere le cose e gli esseri dotati di anima dagli esseri inanimati.
Per rafforzare il genio giova rammemorare il passato, cogliendo le premonizioni via via ricevute dei vari eventi, così insegnano i Bella Coola. Il culto costante rende il genio più vicino, lo si chiama allora con vezzeggiativi («nonno», «amico mio») o con termini d’esaltazione («colosso»). La sua forza può essere nutrita, ed è quindi costume toccare la nuca di chi ha digiunato a lungo per fini sacri allo scopo di impregnarsi dell’emanazione del
suo genio custode così fortificato.
Strumento efficace per coltivare il genio è indossare la maschera intagliata secondo le fattezze che di lui siano apparse in una visione soprannaturale, specie se accompagnata
da una fuoriuscita di sangue dal naso. Se si nutre la maschera di tabacco, di cibo e le si parla, essa «risponde» e, quando venga indossata, conferisce la seconda vista, il potere di esorcizzare, la terapia, l’arte di maneggiare incolumi il fuoco e di reggere ignudi al gelo.