DAIMON da E. ZOLLA II°

VARIETA’ DI CUSTODI


Gli Inca avevano il loro custode, «fratello» o oracolo in forma raramente animale, essendo infuso nell’amuleto che veniva sepolto accanto al cadavere, oppure in una statua oracolare, o ancora nelle piume di falco, una bianca e l’altra nera, emergenti dal diadema.
Presso i popoli dell’America settentrionale il custode è conosciuto in modo meravigliosamente preciso, specie fra gli Algonchini, che lo chiamano manitú. Gli si attribuisce il potere di provocare a distanza ossessioni o dolori; certe forme di compassione conturbante sono provocate dal manitú della persona compatita. Presso i Finni il genio custode è presente in ogni uomo che sappia interiorizzarsi; il più adatto a coltivare il custode è il mago che nell’estasi gli si identifica completamente
grazie a riti e ingestioni di narcotici. La stessa concezione nutrirono Accadici e Persiani.
In Africa i cacciatori Nuanga, che possono avere più d’un custode per eredità o consacrazione o rivelazione, gli dedicano un animale. Per i Bambuti il custode è ereditario
e legato a una specie animale; dalla sua grandezza dipendono la fortuna, il fascino e la magia, coloro che ne manchino sono esseri spenti e tardi che talvolta diventano
assassini senza motivo. Gli Ewe ritenevano che lo spirito celeste (gbogbo) dell’uomo,
sovrapposto alle due ombre di vita e di morte, dimorasse nel cuore, e avesse occhi e orecchi: «Quando qualcuno fissa il cielo senza pensare a niente e, all’improvviso,
guarda dinanzi a sé e scorge un serpente è perché lo ha visto il cuore»: questo spirito celeste del cuore, che vede e ode senza occhi né orecchi carnali, è stato mandato in terra per adempiere un destino, e si confonde con il custode (kla o aklama) adibito a cogliere per l’uomo la preda di caccia, a infondergli felicità o infliggergli sciagure a seconda che egli lo coltivi e si attenga o meno ai segni della propria sorte. Fra i Galla e gli Scioani il custode animale riceve i giuramenti, e i suoi protetti portano anelli di rame al collo e cinture di cuoio ai fianchi per simboleggiarlo. Fra i Loango nilotici il custode è sempre un pipistrello, e ne
posseggono uno anche le bestie. Il genio dona, presso gli Yoruba, una capacità di cadere
in estasi che a poco a poco trasforma l’uomo in un essere geniale, «vitale, baldo, imprevedibile, generoso, di fantasia pronta, pittoresco»; la nuova sensitività infatti
rende profetici, fa indovinare tensioni nascoste individuandone i rimedi, abitua a percepire fatti e pensieri lontani e soprattutto infonde un’esultanza che rende insensibili perfino alle torture. «Si crede volgarmente che codesti pagani si lascino andare e divengano frenetici
durante il culto, ma invero la tensione crescente è dominata da un sentimento di tremenda concentrazione.» D’altronde la si scorge nella statuaria greca, dove il peso dei corpi è distribuito secondo armonia e le fattezze sono ridotte spesso a tratti simbolici.
Tra i popoli africani spiccano i Mossi dell’Alto Volta con la loro teoria particolareggiata intorno ai vari influssi soccorrevoli che scorgono nel fiato, nel sentire collocato
nel ventre, nell’intelletto e infine nell’anima vitale; quest’ultima, che può essere rapita e divorata dalle aniroe più forti e maligne delle streghe, proietta nei pericoli, mentre si fantastica e durante l’agonia un proprio doppio che si rende talvolta visibile agli altri (ed è un auspicio nefasto). Tale la composizione dell’uomo. Egli è assistito altresì da un antenato che in lui torna a «bere l’acqua» e lo rende simile a sé: per questo procurano piacere le allocuzioni evocanti l’albero genealogico, poiché rammentano la forza tutelare. Un veggente viene chiamato a individuare l’antenato custode, specie quando un
fanciullo cada malato e si sospetti che vari custodi se lo contendano. Inoltre aleggia sull’uomo una sorta di folletto il quale infonde certi tratti prettamente personali, e
infine un animale il cui destino è legato a quello della persona cui presta soccorso. È probabile che esso rappresenti una possibilità segreta di doppia vita o anche
uno stato di stretta affinità. I Maori discernono nell’uomo la vitalità (mauri); il
soffio (manawa) pulsante che pompa il sangue e la linfa nel corpo, che respira nel petto, si scalda nell’ira e si ritiene malvagio se mostra di essere apprensivo; l’anima (ngakau) che sta nel ventre pensa, prova dolore, gioia, e desideri; l’animo (hine-ngatro) e l’emotività (oroha), che può all’improvviso soverchiare ed è bene sciogliere nel
canto. Ma fra tutte queste parti spicca lo spirito custode (wairua), simile per un verso all’anima ma distinto da essa. Wairua sente ed esercita gl’influssi sottili, può generare
ossessioni nella mente altrui, va errando durante il sogno, nutre il desiderio d’imparare le tradizioni sacre e comunica con l’uomo mediante cenni e segni; quando di
notte si è in viaggio e ci si sorprende a cantare è perché il custode (waìrua) ha sentito una qualche minaccia aleggiante: l’uomo con la sua mente, le sue emozioni, la sua
vitalità non ne sa niente e l’unico modo che lo spirito custode ha di avvertirlo è appunto di ispirargli quel canto notturno. Presso certe tribù dell’Australia (Bad, Djaui, Nimambur)
gli spiriti custodi dei nascituri vengono visti in estasi dal padre, e si ritiene che risiedano in certi luoghi speciali (loci geniales) e facciano parte della sostanza invisibile,
feconda e vitale di Dio. Una volta incarnati, si trasfondono nella inconfondibile genialità personale (djalnge, donde djalngogor, sciamano) che è tutt’insieme la forza
spirituale, la «disposizione al sogno estatico» e il «tempo primordiale in cui ogni cosa viene rivelata e accadono gli eventi essenziali». Distinto dall’anima (nimerat) che pensa e fa pulsare il corpo, lo spirito custode fu conferito da Dio all’uomo, e infatti lo aiuta con cenni minimi a prevedere il futuro: «Può accadere che l’aborigeno australiano avverta un movimento involontario in qualche parte del corpo. Allora… cade d’un tratto in uno
stato di riflessione e ricettività, per vari minuti, finché non abbia capito chi stia per giungere nel prossimo futuro…Molti bianchi, che conoscono bene i loro dipendenti indigeni, citano esempi sorprendenti della loro facoltà di sapere ciò che sta succedendo anche a centinaia di miglia di distanza», assicura Elkin. Il riflesso involontario del corpo fu ritenuto un cenno
del genio custode anche dai Greci e Romani, e in genere in Occidente il sobbalzare dell’occhio sinistro è un segno infausto, favorevole quello dell’occhio destro, ma l’arte di interpretare questi movimenti spontanei si coglie, meglio che altrove, in Australia. Intanto essi sono un invito immediato a orientarsi nel luogo dove ci si trova, cogliendo
perciò il significato profetico nascosto nell’arrivo d’un animale o nel sorgere d’una colonna di fumo, a seconda di dove si collochino nello spazio, come insegna la tecnica augurale. Petri ha potuto apprendere dalle tribù del Dampierland che un lieve sussulto nelle varie parti del corpo annuncia l’arrivo di un familiare: se nel petto, sta arrivando la figlia della sorella, nel braccio la moglie, nella schiena la madre e lo zio materno, nel piede il cugino
per parte di padre e la sorella, nella spalla lo zio della moglie e la suocera, nella gamba in basso il cugino da parte di madre e il nonno, nella gamba in alto la polizia bianca;
ognuna di queste persone indica un raggio del cosmo, sicché tempeste, incendi, piogge e tutti gli eventi sono presagiti in questa o quella parte corrispettiva del corpo, che entra
in vibrazione al tocco premonitore del genio custode. Il cuore avverte l’esito delle battaglie: se il battito è leggero, è un segno favorevole, se è pesante, nefasto. Una certa pianta,
un certo animale, quello appunto totemico e corrispettivo al proprio genio, posti sul medesimo raggio cosmico dell’uomo, lo avvertiranno dei pericoli che sta correndo.
Il genio dello sciamano australiano è così gagliardo da cacciare, assorbire, catturare le anime altrui, da ritrovare gli oggetti, da guidare al buio, da provocare o da far
cessare la pioggia; suo strumento in queste imprese e durante le sue escursioni fuori del corpo, è una cordicella immaginaria, fulminante e tonante. Lo sciamano non ha
forse uno sguardo di folgore? I drammi cantati e danzati (corroboree) narrano storie di sciamani, tale sarà il tema di ogni arte primordiale.
A Sumatra i Toba-Batak onorano il genio {tondi) d’un culto speciale: gli rivolgono parole propiziatrici che lo tengano di umore allegro, e procurano di accrescerlo mangiando carne umana. Si pensa, si desidera, si teme e si spera con l’anima {roba), ma la fortuna, la malattia, il sogno, il sentimento dominante dipendono dal genio {tondi), la cui volontà è colta dagli oracoli. Dalla forza eccezionale del genio emana la numinosità, fascinazione
o gloria {sahala), propria degli uomini di eccelso destino e sostanza degli dèi; chi la possiede può sia largire benedizioni che infliggere maledizioni.

 

 

FIGURE NON BESTIALI DEL CUSTODE


La figura del genio non è di necessità bestiale; presso gli sciamani d’America questa «fonte di potere è per lo più un uccello o un animale noto per la sua forza o qualcosa
di connesso alla vibratilità, come il vento o la grande acqua ribollente o un monte scosso da una forza arcana». Ogni oggetto naturale suggerisce un ritmo vibratorio e può pertanto assumere una veste angelica; presso i Thomson della Columbia Britannica i guerrieri, i pescatori e gli sciamani hanno custodi diversi; questi ultimi possono avvertire come loro tutori la notte, la bruma, il sereno, il levante o il ponente, una fanciulla, un bambino,
le mani e i piedi dell’uomo, le ossa o i capelli dei morti. D’altronde si è visto che il genio animale è convertibile in un simulacro; gli sciamani siberiani usano trasfondere le presenze geniali in amuleti di legno: contemplandoli la mente afferra il genio. Forse descrive una consacrazione sciamanica di oggetti a nagual il passo che chiude la seconda parte della Scrittura guatemalteca, il Popol Vuh, dove gli eroi, sole e
luna, piantano in mezzo alla loro casa delle canne la cui sorte è parallela alla loro, mostrandosi esse germoglianti o aride in segno rispettivamente di fortuna o di sventura.
Vengono chiamate «canne vive» e «centro della casa». Gli Australiani creavano oggetti sacri detti ciuringa (da ciu celato e runga proprio, personale) di legno o di pietra, con segni incisi: ognuno tiene nascosto il proprio, inciso dal nonno prima che il nipote nascesse, e al compimento della maggiore età gli viene presentato come l’animale da cui egli proviene. Era infatti il tramite che lo avrebbe legato al passato primordiale, ai primi antenati e alla loro condizione beata. L’idea che si attingano in tal modo gli antenati primordiali è diffusa anche in America. In Grecia le statuine delle psychat erano dette kolossoi e avevano il medesimo scopo. In Egitto la statua era offerta come appoggio allo spirito custode {ka) d’un morto, in sostituzione del corpo. Le cerimonie di consacrazione delle statue, che aiutavano a raggiungere l’estasi, sono menzionate in un tardo trattato ermetico, l’Asclepio,
dove si parla di un miscuglio di erbe, pietre e aromi «aventi in sé una forza di naturale divinità»; il miscuglio veniva riposto negl’idoli e dotato di proprietà affini alle corrispondenti musiche sacre. Le immagini e gli oggetti sacri cristiani avrebbero ereditato questa funzione. Presso i Fox tutte le forze divine possono avere funzione di custodi: il Signore del cielo, le stelle, i morti sotterranei che suscitano le sorgenti, il grano (com’è evidente
dall’energia che infonde a chi lo mangia), le tortore (perché «hanno voce di manitu») oltre ai serpenti, rospi, gufi, volpi, lupi. Presso gli Ibo della Nigeria il custode è un albero che può lanciare richiami, che ha una sorte legata a quella dell’uomo. Anche presso molti Siberiani il custode è un albero e l’ascesa nei cieli avviene salendovi di ramo in ramo, come per una via o su per una scala. Stupenda è la visione dell’albero sacro toccata in sorte a un Ojibway: una fra le rarissime a noi trasmesse nonostante il pudore del soprannaturale: «Egli vide venire dall’Oriente un uomo, il quale gl’indicò un pino gigantesco, la sua vetta toccava il cielo e i rami si stendevano sulle terre e sui mari. L’uomo iniziò a cantare additando l’albero la cui cima prese allora a oscillare, la terra si gonfiò attorno alle radici, i fiumi muggirono nei loro letti. Ma appena l’uomo tacque e abbassò la mano, si ristabilì il perfetto silenzio e tutto fu immobile. L’uomo lo invitò a
ripetere a sua volta il canto ed egli cominciò:

Sono io che viaggio nei venti
sono io che canto nei giunchi
e scuoto la terra e gli alberi
e sollevo le acque dal loro fondo.
Mentre cantava udì stormire il vento, vide oscillare la cima
del pino, sollevarsi la terra e agitarsi le acque.

«Quindi l’uomo, promettendo di tornare, s’allontanò come era venuto».
Le figure diverse dall’animale sono innumerevoli: un osso, un fiore (presso i Naskapi), un globo di fuoco crepitante, una pallina sanguinolenta (presso i Kwakiutl), un’aureola, un chicco di grandine (presso gli Shoshoni del Nevada) o una scintilla che esce dallo sciamano in estasi. Il custode si ode spesso come un tremito di elitre o un battito d’ali, che fungono da spunto della canzone sacra personale e segreta; perciò è così spesso un insetto, un uccello o un mucchietto di piume. D’altronde nello yoga si dice che la sillaba sacra sulla quale si concentra la meditazione è visualizzata come un uccello che solleva in alto il meditante con un suono speciale; così librato, egli vedrà fuor di sé il proprio corpo. Si colgono in Occidente molte analogie di questa concezione, come le ali tuonanti
dei cherubini di Ezechiele che Gregorio Magno nelle sue Omelie chiama «portatori della contemplazione»; Teodoreto a sua volta adopera il suono delle ali come
metafora della visione di cose puramente celesti.