DAIMON da E. ZOLLA I°

 

“Il corpo dell’uomo vuole cibo, la mente assiomi, l’anima estasi”  

Elémire Zolla è stato scrittore, filosofo e storico delle religioni italiano, conoscitore di dottrine esoteriche e studioso di mistica occidentale e orientale.

“Elémire Zolla fu persuaso fin dalla prima età che la qualità del pensiero è in stretto rapporto col perfezionamento della vita interiore: più questa si ossigena nel profondo e più la mente sarà tersa e i pensieri privi d’inganno. A questa persuasione, divenuta norma, Zolla si attenne dagli inizi del suo cammino di scrittore. Lo fece da uomo laico, vivendo però una vita mistica, e la fecondità del suo pensiero sta nell’incontro felice e rarissimo di una mente laica, nutrita di un implacabile spirito critico e inquisitivo, con un cuore assetato d’infinito: ‘Già prima che si sappia – scriverà ne La filosofia perenne (1999) – si è connessi all’universo intero’.” da Associazione Internazionale di Ricerca Elemire ZolIa (http://www.elemirezolla.org/#up)

 

Estratti dal libro “LE POTENZE DELL’ANIMA”.

 

IL CUSTODE dello SPIRITO

“È una tale fortuna godere dello spirito o intelletto e s’accompagna a un tale trasporto, che spesso coloro che vi accedono affermano di sentirsi guidati alla sua soglia come da una presenza invisibile, da una pura intelligenza diversa per natura da loro: Socrate chiamava suo demone o «custode» questo mediatore (detto metaxy nel Simposio platonico).”

IL DESTINO E IL CUSTODE


«Nulla ci reca la Fortuna che il Destino non conceda.
Né così ragionando si difende il male
Né del suo compenso si froda la virtù;
Nessuno infatti detesta meno le erbe velenose
Perché nascono non per caso ma da certi semi,
Né piacciono meno le dolci vivande
Perché la natura e non l’arbitrio largì le messi.
Né importa donde nasca il male, se male si
chiama.
Ma è dono del destino così spiegare il destino.»
Manilio, Astronomica, IV

«C’è una divinità che modella i nostri fini,
Comunque noi li sbozziamo.»
William Shakespeare, Amleto, V, 2,10

 

 

IL DESTINO


È ingenuo almanaccare se quanto accade a un uomo sia meritato, saggezza insegna che ciascuno è la sintesi del suo carattere e delle circostanze: è un destino. Pietà significa, latinamente, essere docili come Enea ai segni del fato. Se il seme e il nutrimento sono la causa materiale d’una vita umana, se la causa efficiente è il concepimento e la causa formale l’idea di un corpo animato, la causa finale non potrà che essere il destino di quella vita, a meno che non si rinunci del tutto a parlare di fini, invocando soltanto
combinazioni e probabilità. Ma in questo caso l’esistenza appare un azzardo dove nulla ha senso in quanto privo di una causa finale, dove soltanto l’inibizione dell’intelletto
impedisce di disperarsi, e dove comunque incombe una paurosa insicurezza, che accende la bramosia e l’ansia oppure l’utopia luciferina, l’illusione di poter costruire e
«scegliersi» il proprio destino. La prima soluzione solleciterà a impiegare, parlando della vita, la metafora dell’albero o del fiume o della strada; la seconda soluzione indurrà
a utilizzare le metafore della colata di lava o del vortice marino travolgenti o della macchina da costruire e far funzionare. La sorte è l’alveo nel quale fluisce il tempo d’un
uomo: difficile vederne chiaramente il profilo; tuttavia, garantisce san Paolo, «sappiamo che ogni cosa contribuisce al bene di coloro che amino Dio, di coloro che son
chiamati secondo il Suo decreto… perché coloro che conobbe predestinò e costoro altresì chiamò e giustificò, e quanti giustificò, glorificò» (Romani VÌR, 28-30).
La vita di chi abbia avuto un’esperienza capitale, per la quale «valeva la pena» di vivere, è comunque sempre una chiara e sicura sorte, perché tutti i casi che gli siano
occorsi si dispongono in ordine a quell’evento come la limatura di ferro si orienta a formare una rosa attorno alla calamita. La vita di un santo, come quella di Agostino, è tutta impregnata di destino perché ogni suo episodio è una tappa verso la conversione e la sua intera esistenza disegna un percorso con ambagi e arresti o cammini spediti,
verso il fatidico fine; la conversione è infatti il prototipo dell’evento elargitore di destino, ma anche vicende meno eccelse possono dare un senso, cioè sorte a una
vita. Un mero e orrido accumulo di fatti è una vita alla ventura, tutta fortuita; e benché il fato si sveli soltanto quand’è compiuto (il momento di morire è l’ultimo in
cui sia concesso di ravvisarne la forma) e si resti incerti fino all’ultimo sul suo profilo, conviene riporvi calda fede e ferma speranza, come prescrivevano certi motti: «Ho il mio astro», «Non si volge chi a stella è fisso». Le metafore che designano il fato sono tratte spesso dalla filatura, dall’orditura dei tappeti; lavori del genere seguono appunto una trama che, a osservare le singole manovre del filatore, può restare occulta, ma si rende
comprensibile alla fine o dall’alto, tanto che è premiato chi abbia subito posto fede nel filatore restando in pace e quieto durante l’attesa. Talvolta alcuni credono di toccare
con mano la sorte quando osservano premonizioni o sono colpiti da coincidenze che il gioco delle probabilità non prevede. Così Plutarco, dopo aver elencato la serie di avvenimenti che prepararono la morte di Cesare, osserva: «Tutte queste circostanze erano forse dovute al caso. Eppure il luogo destinato all’assassinio nel giorno
in cui si riunì il senato, era lo stesso nel quale sorgeva la statua di Pompeo; era inoltre uno degli edifizi eretti da Pompeo e da lui destinati a uso pubblico come teatro, il che mostrava come un’influenza soprannaturale guidasse l’azione e la indirizzasse a quel luogo».
A sua volta Giuseppe Flavio così narra l’uccisione di Antigono: «Giuda, esseno dalla nascita, mai s’era sbagliato nelle sue predizioni. Quando vide Antigono passare per il Tempio, gridò ai discepoli seduti intorno: “Oh Dio! Meglio per me morire, giacché è morta la verità e una mia predizione s’è mostrata falsa. Ecco Antigono vivo, e doveva essere ucciso oggi a Torre di Stratone, che dista settanta miglia di qui, e sono ormai già le dieci!…” Poco dopo giunse notizia che Antigono era stato ucciso
nella rocca sotterranea chiamata Torre di Stratone, come la città costiera di Cesarea».

LE  RETTORICHE DEL DESTINO

Se al senso del destino sono legati abbandono e felicità come fiori alla radice, la sua assenza, l’idea della cieca ventura, è la morte vivente. Disse Kafka: «Ci può essere
una conoscenza del diabolico ma non una fede nella diabolicità, perché di diabolico c’è soltanto quanto appare di caso in caso».
Si sente una differenza tra gli accadimenti predestinati e i casi della fortuna, questi infatti disorientano e, infondendo una penosa sensazione di vuoto, inducono a vedere
nel mondo solo confusione, inutilità; viceversa l’esultanza si lega ai momenti nei quali ci si sente simili al ragno che comincia a vedersi nel cuore della sua tela e non più
librato a un filo. Di qui il fascino dell’uomo raggiante, che ha la certezza del proprio destino. Gli Ewe del Togo affermavano che l’uomo avesse, oltre all’anima, uno spirito che
ne improntava il carattere e il destino. Era stata la Madre celeste a inviarlo per incarnarsi con certi compiti e con una particolare benedizione: si chiamava «quello che ritorna
là donde è venuto» (dzogbo), e si diceva avesse il dovere di ripetere ciò che già aveva fatto in cielo: lo stesso lavoro, gli stessi figli, penando se non avesse ritrovato la sua
donna, esposto a mille traversie che lo avrebbero comunque sbattuto nuovamente tra le braccia di colei che, fra le altre sue mogli, si sarebbe chiamata la «donna dell’aldilà»
(idzogbemesi). Guai a non pagare i debiti contratti lassù, a non eseguire i mandati ricevuti, a tradire il destino.
Nel Ghana si narra che la Madre celeste emani il «messaggio del destino» per l’anima pronta a incarnarsi, e le faccia cadere in bocca una stilla dell’acqua di vita, che bolle
ma non brucia e in cui Ella si riflette. È la stilla che desta il soffio. La Madre celeste avverte l’anima che durante la vita dovrà perfezionare il suo spirito vitale, la scintilla di
fuoco lunare che le accende il sangue, altrimenti non tornerà al mondo divino ma sarà costretta a reincarnarsi. I re ghanesi celebravano un rito di quando in quando per rinnovare il bagno primordiale nell’acqua di vita. Questi fondali, anteriori e posteriori alla nascita, sui quali si proiettava la vita, conferivano un sentimento augusto.
Così le rettoriche della reincarnazione in Africa, Australia e altrove in Asia, aiutavano anch’esse a sentirsi nell’alveo di un destino, come insegna Platone nel Me- stone pensando che se l’anima per rinascere deve morire, occorrerà mantenerla pura. Tali rettoriche contengono un insegnamento. Infatti come può un uomo ignaro di
metafisica in mancanza di simili soccorsi, abbandonarsi alla trama della vita riponendo piena fiducia nella causa che lo portò a nascere, e che comunque fece accadere la
realtà universale e il tempo stesso? Gli antichi sapevano che occorreva edificare un’impalcatura rettorica cui l’uomo comune potesse appoggiarsi per staccarsi dalla morsa della vita quotidiana. In certe cerimonie africane si ingiunge in modo tassativo:
«Di’: Il cadavere non è morto! Afferma: Il cadavere è risuscitato!»; nei misteri egizi e mitraici il fedele doveva gridare perentoriamente affermazioni affini. Una volta
pervaso da tali certezze l’uomo comune riesce a trascendersi: l’aldilà, le vite trascorse e l’esistenza futura sono modi di estendere la persona modificandola fino a distruggerla
virtualmente; aiutano a scavalcare se stesso anche chi non concepisca la liberazione dal proprio io, ma soltanto la sua salvaguardia. Il destino è l’idea liberatrice per eccellenza. E il tema delle fiabe, tutte «tessute sull’enigma della sorte, dell’elezione e della colpa. A volte la
gloriosa avventura tocca all’innocente, al semplice pastore, alla ragazza murata nella torre; altre volte una forza imperiosa spinge gl’inquieti alle partenze senza ritorno…
Ma una forza più imponderabile ancora istiga tutti costoro all’infrazione, alla provvida colpa… Va nelle fiabe la sorte più splendida a colui che senza speranza si affida all’in-sperabile… Chi si affida… sa ragionare a rovescio, discernere
cioè il filo segreto, l’inspiegabile gioco d’echi».

 

 

IL CUSTODE DEL DESTINO


L’esultanza, l’ardimento di chi si sa in buona guardia e ben guidato, costituisce nell’uomo una disposizione superiore allo stato consueto all’anima e all’animo; il luogo dell’interiorità dove si incontra il proprio custode e il proprio destino, e dunque la sapienza, è il più alto e soave. Le lingue turco-mongoliche ne celano il profondo concetto ricavando l’espressione che denota il custode soprannaturale dalla stessa radice (dxaian, iaion) che forma
le parole «destino» e «Creatore»7; in greco daimon significa insieme genio e destino.
Per un uomo moderno evidenze del genere sono quasi irricuperabili, come scrisse Artaud a proposito del culto del peyotl presso i Tarahumara del Messico: «un Europeo
non accetterebbe mai di pensare che quanto ha sentito e percepito nel proprio corpo, l’emozione da cui è stato scosso, la strana idea che ha appena avuto e che
lo ha entusiasmato per la sua bellezza, non sia sua, e che un altro abbia sentito e vissuto tutto questo proprio nel suo corpo, o allora penserebbe di essere pazzo… ma la
differenza fra lui e un alienato è che la sua coscienza personale si è accresciuta in quest’opera di separazione e di distruzione interna a cui l’ha condotto il peyotl e che
rafforza la sua volontà».

IL CUSTODE COME BESTIA


Oltre all’anima e allo spirito (all’ombra e al vento) l’uomo ha un suo genio. Presso i pastori Peul della Guinea il corno sinistro dei buoi è emblema dello spirito, quello destro dell’anima.
In mezzo sta seduto il genio della sapienza, Koumen. Così tra le corna degli animali sacri nell’iconografia arcaica cinese spunta un serpente: il genio, e alle corna si abbevera; così nella civiltà mediterranea un simbolo dell’illuminazione (che può essere un danzatore sacro) balza sopra il toro, tra le due corna (si può congetturare: dello spirito e dell’anima).
La coscienza del proprio genio era un tempo abbastanza comune, come si osserva tuttora nelle tribù australiane, andamanesi, ciukci; in seguito si fece rara, e appannaggio
degli sciamani (secondo l’etimo manciù, la parola viene da shaman, «coloro che sono invasati», o secondo l’etimo sanscrito, da sramana, «asceti»). Propria degli sciamani è
la capacità di formare un sodalizio con le bestie. Esiste infatti un legame non soltanto tra l’ascesi e la fratellanza con gli animali, ma anche fra la natura dell’anima belluina e la
genialità. Quest’ultima mette sull’avviso di cose inibite all’individuo comune, largisce all’improvviso rivelazioni di origine impenetrabile, e rassomiglia perciò all’interiorità
Nella schizofrenia ricompare il custode soprannaturale, ma per impoverire invece di arricchire la vita spirituale: delle bestie, parimenti pronta e misteriosa. Poiché d’altronde
in ognuno il genio personale è inconfondibile, questa sua particolarità si esprime naturalmente nel timbro analogo e nella qualità della bestia con la quale l’uomo entri
in speciale simpatia o perfino in una forma di comunione propizia al suo genio. Presso i Northfork Mono della California lo sciamano custodito da un cervo invisibile
è cercato dai cerbiatti, presagisce dove e quando il suo animale comparirà, e attorno alla dimora dello sciamano protetto da un orso si aggirano molte di queste belve.
Gli animali dal fascino robusto si ritiene posseggano a loro volta un genio custode, concepito ora come una delle loro anime (presso gli Ainu, i Samoiedi, gli Ostiachi),
ora come esterno a loro e talvolta confuso con il genio della specie, o, nell’America meridionale, con il genio del luogo. Con l’avvento del Cristianesimo in Siberia, gli spiriti
custodi delle specie animali furono sostituiti da san Nicola per i quadrupedi, da san Giorgio per gli uccelli, da san Pietro per i pesci. Secondo gli Jukagiri e gli abitanti
delle foreste brasiliane, l’uomo può procurarsi i favoridel genio animale fino a farsi concedere la vita della bestia stessa: forse questa è una frode ideologica rispetto
all’amorevole innocenza originaria dei popoli spigolatoli. Infatti si dice che soltanto la renna cui piace il cacciatore possa venirne uccisa: dietro il loro cruento incontro si celerebbe
una congenialità dei rispettivi destini, una sorta di patto segreto. Gli Jakuti insegnano che il genio delle fiere in libertà è gagliardo, mentre nelle bestie in cattività sono dominanti le anime inferiori.
L’idea del genio varia ma è diffusa ovunque nei popoli. Nel mondo germanico gli eroi «avevano fede» in un cavallo, in una mucca o in un corvo, si concepiva come lupo il soffio e il principio dell’estasi (Odino), si coglievano sotto specie di corvi l’anima e la memoria12 e si ravvisava in forma di animale la mente più segreta (hugr) di ciascuno nonché l’animale custode o genio accompagnatore (fylgja, donde follower) percepito dalla seconda vista;
la forma simbolica appare vivida alla fantasia di chi intuisca il timbro che essa simboleggia. Di un uomo pronto e intuitivo si diceva che «aveva un genio (fylgja) forte», e si distingueva il genio personale dal genio della famiglia (o hamingja), anch’esso fonte di ispirazioni e di
ordini; veniva trasmesso da nonno a nipote insieme al nome, e la sua forma si ravvisa in una vergine o valchiria. Nel vario gioco d’influssi che intreccia la vita, spesso
il custode individuale si confonde con quello della comunità, è quest’ultimo che respinge le malie dei nemici contro Olaf, e nella Saga ài Gretti è considerato il baluardo
contro le stregonerie, i furti d’anima. Anche fuori del mondo germanico le cui concezioni
hanno formato l’araldica, le leggende sull’origine dei casati nobiliari e le polene delle navi in Europa, le figure del genio individuale e della stirpe, assai spesso si intersecano;
mentre nel mondo teutone il genio della stirpe ha anche figura di donna o di vergine, altrove è sempre una bestia, dalla quale si afferma di discendere: è l’antenato totemico,
donde gli elmi simulacri di fiere. Per mostrare che il genio della stirpe protegge, quale metafora migliore della paternità ancestrale? E per ritrarre dal vivo la persistenza di
una schiatta nel volgere mutevole delle generazioni, che cosa è più adatto dell’effigie di un animale? D’altronde presso molti popoli si crede che i morti prendano dimora negli animali; quando si è visitati dal proprio genio è come ci si sentisse abitati o visitati da un
morto propizio e ispiratore, e accompagnati dalla propria fiera prediletta: le due immagini sono convertibili l’una nell’altra. In Siberia l’animale custode è sempre imo sciamano
morto. In Oceania il potere geniale {matta), trasmesso sovente da un amuleto o un incantesimo, proviene da un morto. Anche il devoto cristiano sentiva l’assistenza
dei suoi buoni morti, e nel Knight’s Tale di Chaucer Arcita morendo lascia all’amata Emelye il proprio «spirito dolente» che la proteggerà come custode.

IL NAGUAL

Nell’America centrale il genio è detto nagual, un termine che Antonio de Herrera nella sua tìistoria de las Indias occidentales rese con «spirito familiare»: una traduzione plausibile. Infatti nei riti ecclesiastici europei, quando non fosse sufficientemente chiara e presente la figura dell’angelo custode, si ricorreva alla propiziazione dello spirito familiare ancora ispirato alle antiche pratiche germaniche. L’imp inglese, i diabletaux o mannequins francesi
erano cagnolini, gatti o gufi, civette o caproni oracolari
ipnotizzati o col ruolo di ipnotizzatori. Egualmente gli abitanti di Samoa usavano tenere un animale del loro totem in gabbia per ottenerne responsi oracolari.
Gli Spagnoli non ravvisarono differenza alcuna fra magia nera europea e fede nel nagual, e nel Camino del Cielo Nicolas de Leon prescrive ai confessori di interrogare i penitenti per sapere se mai indovinino interpretando auspici, se bevano peyotl per scoprire i segreti, se vaghino di notte implorando l’aiuto dei demoni e se «sanno parlare alle vipere con parole che le costringano a ubbidire». Ma nell’America centrale il nagual, che
significa letteralmente gnosi, non aveva di necessità i tratti satanici dello spirito familiare europeo opposto e contrapposto all’angelo custode cristiano; era un oggetto
o un essere tutore, così strettamente intrinseco all’uomo che ciò che capitava all’uno si rifletteva sull’altro. Il suo nome vero era tonai, che significa calore, estate, sole;
il tonal sotto cui si nasce è la propria costellazione: il destino. Molti scoprono il proprio nagual soltanto in tarda età. La conoscenza del nagual o dei nagual veniva procurata
da una confraternita i cui adepti ne propiziavano l’apparizione con danze e usando una lingua segreta ardentemente e complicatamente metaforica. Ad esempio
«donna rossa coi serpenti nella gonna» è il sangue, «coniglio» significa «aria», e la terra è detta «fior dei fiori» o «bocca divorabocche» o «specchio fumante», il fuoco
«rosa splendente», la malattia «fiato di vampa». Il nagual è attestato nell’America centrale. In talune fìgurazioni arcaiche si vedono spuntare al di sopra d’un uomo
una belva: giaguaro, coccodrillo, scimmia, serpente, uccello; spesso sono guerrieri in pose d’assalto, custoditi dalla bestia che li sovrasta. D’altronde gli dèi messicani che si «rivestivano» di una testa di bestia erano puri spiriti, molto simili a quelli di certe tribù papuase che si concretano in una maschera e in un flauto (in una faccia e in
una voce), e si aggirano nel corpo d’un animale affine.

 

continua…