“The Magic and Wisdom of Dreams” by Jocelyn Mercado

Dreams are a mystery. Scientists still cannot explain with any certainty why we dream. Dreams are magical, linking us to another world full of wisdom and symbolism. Our dreams reconnect us to our true wild self. They reveal to us the wisdom of our intuition, not easily accessible by the conscious mind. Dreams play with our fears, testing our limits. They link us back to our ancestors through the shared collective knowledge of all humankind.

 

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“Dormire è rivoluzionario” di Silvia Veroli

Articolo di Silvia Veroli pubblicato il 30 ottobre del 2015 su “Il Bo. Il giornale dell’università degli studi di Padova”

“Macbeth uccide il sonno! – … il sonno innocente, il sonno che ravvia il filaticcio arruffato delle umane cure, che è la morte della vita d’ogni giorno, il bagno ristoratore del duro travaglio, il balsamo delle anime afflitte, la seconda portata nella mensa della grande natura, il principale nutrimento nel banchetto della vita” (Macbeth, atto II, scena II).

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I TAROCCHI come LIBER MUNDI

“Le 22 chiavi del Tarocco sono le 22 lettere dell’alfabeto primitivo (…) di modo che, se un prigioniero, senza libri, possedesse il Tarocco e sapesse servirsene, potrebbe in pochi anni acquistare una scienza universale e potrebbe parlare di ogni cosa con una inesauribile eloquenza.”  Eliphas Levi

“I Tarocchi sono una macchina filosofica, che evita alla mente di divagare, pur lasciandole iniziativa e libertà; si tratta di matematica applicata all’assoluto, l’unione di ciò che è logico con ciò che è ideale, come una combinazione di pensieri esatti tanto quanto i numeri, forse la concezione più semplice e più grande del genio umano.” Eliphas Levi

“Esiste un libro che, nonostante sia enormemente popolare e tale da potersi trovare dappertutto, è il più ignoto e il più occulto di tutti, poiché contiene la chiave di ogni altra cosa […] Opera monumentale e singolare, semplice e forte come l’architettura delle piramidi; durevole, di conseguenza, come queste. Libro che riassume tutte le scienze, e le cui combinazioni infinite possono risolvere tutti i problemi; libro che nel parlare fa pensare. Forse l’opera maestra dello spirito umano e, sicuramente, una delle cose più belle che l’antichità ci abbia lasciato in eredità.” Eliphas Lévi

Le IMMAGINI della PSICHE: SOGNI & TAROCCHI

Per comprendere come funziona una stesa di Tarocchi è utile sapere qual è la funzione del sogno, essendo entrambi “autorappresentazioni spontanee della situazione attuale dell’inconscio espresse in forma simbolica.” C. G. Jung

“Gli eventi onirici indicano la via. Indicano ciò che è probabile o sicuro che si sviluppi, in base alla situazione attuale. Quindi essi incoraggiano o ammoniscono. Il soggetto nel sogno può accettare di correre un rischio e assolvere ad un compito difficile, oppure può fare un passo falso e precipitare in un dirupo. Tali esiti sono metafore che richiamano l’attenzione su qualcosa che è accaduto o sta accadendo al di fuori della consapevolezza. Dato che il sognatore -prima del messaggio del sogno- non comprende la natura dell’evento, l’immagine onirica è un invito ad esaminare i fatti esterni o psicologici. Ma l’esito indicato dal sogno può anche essere modificato o evitato se mutano la consapevolezza e la capacità del sognatore”.

Da “Il linguaggio dei sogni. Simboli e interpretazioni” di E. C. Whitmont e S. B. Perera, Ed. Astrolabio, p. 36

“Il tarologo non è un veggente o un indovino, ma un interprete: aiuta il consultante a definire il suo mondo immaginale e la sua rappresentazione di realtà sulla stesa di Tarocchi, uno schema mobile inteso come accadimento sincronico al suo agire. I Tarocchi si configurano come una via di accesso al proprio mondo interno, agevolano il riaffiorare di informazioni latenti e il confronto costruttivo con esse.”

Tyrone Fabiano Bertolo

 

Il DASEIN e i TAROCCHI: FILOSOFIA delle IMMAGINI

Le immagini che scegliamo nel momento della stesa sono il riflesso di contenuti interiori che descrivono il nostro Dasein.

“L’esistenza dell’uomo è un nesso indistricabile di presente, passato e futuro. L’uomo vive nel mondo anzitutto come un agente che lo modifica e lo riorganizza continuamente […] Ciò, per Heidegger, significa che la caratteristica dell’uomo è quella di essere un progetto: noi esistiamo come un continuo tendere verso una diversa sistemazione della realtà. Anche quando desideriamo conservare indefinitamente una condizione felice, dobbiamo pur sempre operare per difenderla, consolidarla, cioè agire e modificare delle circostanze. L’espressione che riassume questa natura dell’uomo è Dasein, esserci: il termine esser-ci indica il fatto che l’uomo esiste sempre in una situazione, e che si rapporta sempre attivamente ad essa, progettando situazioni diverse […] L’esserci che progetta il mondo non è spettatore del teatro del mondo, ma è coinvolto egli stesso totalmente nelle sue vicende”.

Perone, Ferretti, Ciancio – 1987

 

TEMPERANCE e ETOILLE

Negli arcani maggiori di Temperanza e Stella il simbolismo della giara si declina in due modi: nella lama n. XIIII c’è il suggerimento di “conservare le proprie energie” (fisiche, emotive, mentali) al fine di apprendere come avere cura di sè e raggiungere una guarigione a più livelli (o secondo la tradizione taoista la pratica della “circolazione della luce”), mentre nella lama n. XVII è rappresentato l’atto del donare le proprie energie, come contributo che ciascuno di noi offre alla comunità quando si occupa il proprio “posto nel mondo”, conforme al progetto di vita. La donna che versa liquidi ricorda le piene del Nilo provocate dalla dea Iside, per favorire la fertilità e l’abbondanza.

La sequenza LE DIABLE, LA MAISON DIEV e L’ETOILLE

L’ATTO CREATIVO tratto da “L’esperienza creativa” di Claudio Widmann

http://www.claudiowidmann.it/pdf/l’esperienza%20creativa.pdf

“L’atto creativo è quasi sempre un’eruzione improvvisa, una sorta di esplosione; qualcosa erompe nella coscienza immediatamente, improvvisamente e in forma pressoché completa. Nei miti di creazione spesso la prima cosa ad essere creata è la luce. In principio, in effetti, tutto è avvolto nel buio:

“Zitto Lucifero non disturbare
Non stare sempre qui a criticare
Beh, sì lo ammetto, sarà un po’ buio…”

Questo passaggio per noi è del massimo interesse, perché la luce è forse il simbolo più universale della conoscenza, della sapienza, della coscienza. Per contro le tenebre sono analogiche agli stati di cecità, di ignoranza e di incoscienza; stati in cui si annaspa nel buio, in cui non “ci si vede chiaro”. L’atto creativo è sempre un atto che squarcia le tenebre, che porta luce e che porta “alla luce”. Si potrebbe dire con la Von Franz che “annaspare nel buio attiva i processi creativi” e che la creatività implica sempre un rapporto dialettico fra buio e luce, fra noto e ignoto. Nell’ esperienza di ciascuno di noi la funzione creativa espande la coscienza, squarcia le tenebre della non conoscenza, del non noto, del non conosciuto. Può essere interessante ricordare che per gli Egizi il verbo ir (creare) si scriveva col geroglifico dell’occhio il cui nome era simile anche etimologicamente (irt), la cui immagine è collegata alla luce e alla coscienza, allegoria del vedere e del vederci chiaro.”

 

 

LE MAT e il CAOS

IL CAOS da “L’esperienza creativa” di Claudio Widmann

http://www.claudiowidmann.it/pdf/l’esperienza%20creativa.pdf

“Tutto ha inizio nel caos. Empiricamente il fenomeno non ci è estraneo: davanti a un problema di cui non conosciamo la soluzione, in un momento critico della vita, quando siamo aggrovigliati in una situazione d’impasse viviamo concretamente il χαος. Nei procedimenti che intendono stimolare intenzionalmente la creatività, il caos viene perseguito tecnicamente: brain storming è il termine con cui si designa l’afflusso libero e caotico di pensieri. L’adolescenza è età specificamente segnata da un intenso flusso creativo e dalla ricerca di soluzioni creative per l’esistenza: è nota
anche come età di caos (oggi più frequentemente detto “casino”). Il disordine, il caos, il casino, per gli adolescenti, è un’esigenza. Naturalmente potremmo attingere anche a esempi più illustri di esperienze creative e parlare dei periodi confusivi che precedettero le grandi creazioni pittoriche di van Gogh; oppure ai momenti di travaglio che precedettero certe scoperte scientifiche. Per noi sarà importante ricordare che caos è archetipo dell’inconscio, dei suoi stati confusivi e dei suoi contenuti amorfi e indifferenziati. Questo aspetto segna l’esperienza creativa a tutti i livelli: quella ordinaria che è di tutti e quella geniale che è di pochi.”

 

 

LE PENDU e il BUIO: la VITA che EMERGE

IL BUIO tratto da “L’esperienza creativa” di Claudio Widmann

http://www.claudiowidmann.it/pdf/l’esperienza%20creativa.pdf

“La creazione è spesso un atto che avviene nel buio. Anche i nostri comuni atti creativi talvolta avvengono nel buio; a volte uno si ritira nella penombra a pensare, più spesso decide di “dormirci sopra”. Abbiamo esempi storici molto evidenti di come la creatività sgorghi letteralmente dal buio; uno dei più emblematici è forse quello del chimico Kekoulé che dopo un lungo periodo in cui annaspava nel caos della ricerca sugli idrocarburi, nella penombra della sera ebbe un sogno ad occhi aperti e vide un’immagine uroborica che gli aprì la mente alla scoperta dell’anello benzenico.

Il buio però può essere inteso anche in un’accezione meno letterale, come fase di incubazione che precede l’emergere dei contenuti creativi. Il pulcino, covato nel buio dell’uovo per 21 giorni prima di uscire alla luce, viene citato in maniera ricorrente nelle metafore della creatività. Secondo un certo modello, il buio corrisponde a quella fase del processo creativo in cui si accumula una tensione sotterranea che poi sfocia in una subitanea rivoluzione. Accade così nella vita della scienza: vi sono fasi di “scienza normale”, organizzate attorno a paradigmi dominanti e caratterizzate da “cambiamenti di routine” (Barnes); queste fasi, che possiamo assimilare al buio, accumulano un crescendo di tensione creativa che esplode in “cambiamenti rivoluzionari” quali, ad esempio, la rivoluzione copernicana o la teoria della relatività di Einstein. Accade così anche nella storia dell’evoluzione filogenetica: lunghi periodi di stabilità sono improvvisamente scossi da periodi di rapida e profonda trasformazione in cui l’organismo vivente reinventa aspetti importanti del proprio assetto e della propria esistenza.

Propongo, inoltre, di leggere il buio come simbolo di introversione e di notare come l’atto creativo abbia bisogno di un momento di introversione: silenzio, raccoglimento, isolamento, solitudine, abbassamento degli stimoli sensoriali, eccetera.”

Laboratorio “CONVERSAZIONI sui TAROCCHI: simboli, miti e sogni”

I Tarocchi sono un mazzo di carte costituito da 22 Arcani Maggiori e 56 Arcani Minori, di origine incerta e di grande impatto sulla nostra Psiche: l’insieme degli Arcani costituisce un sistema di codifica della realtà, si fa descrizione del nostro Dasein (*) per mezzo di immagini. Nei Tarocchi troviamo un percorso di conoscenza di sè espresso in termini archetipici: l’Arcano si riferisce ad una funzione interiore, ad una fase della vita e ad una dinamica che stiamo vivendo.

In ogni lama vive una molteplicità di significati, ognuno dei quali amplifica la tematica centrale, come rami che dipartono dal tronco: nelle figure dei Tarocchi troviamo elementi del mito, della tradizione filosofica, delle religioni e motivi onirici specifici.

Ad ogni incontro verrà estratto un Arcano e lavorato negli aspetti simbolici e mitologici per arrivare ad esplorare a livello onirico le relative manifestazioni e significati.

Per info scrivere a [email protected] o telefonare al 334-3611645

 

“I Tarocchi sono un compendio di immagini simboliche che rappresentano l’insieme della vita psichica, le sue vicende evolutive, i suoi Arcani: in sintesi gli archetipi della personalità e del suo processo di individuazione.”

Da “Gli Arcani della Vita. Una lettura psicologica dei Tarocchi”, C. Widmann, Ed. Magi, 2010

(*) “L’esistenza dell’uomo è un nesso indistricabile di presente, passato e futuro. L’uomo vive nel mondo anzitutto come un agente che lo modifica e lo riorganizza continuamente […] Ciò, per Heidegger, significa che la caratteristica dell’uomo è quella di essere un progetto: noi esistiamo come un continuo tendere verso una diversa sistemazione della realtà. Anche quando desideriamo conservare indefinitamente una condizione felice, dobbiamo pur sempre operare per difenderla, consolidarla, cioè agire e modificare delle circostanze. L’espressione che riassume questa natura dell’uomo è Dasein, esserci: il termine esser-ci indica il fatto che l’uomo esiste sempre in una situazione, e che si rapporta sempre attivamente ad essa, progettando situazioni diverse […] L’esserci che progetta il mondo non è spettatore del teatro del mondo, ma è coinvolto egli stesso totalmente nelle sue vicende”.

Perone, Ferretti, Ciancio – 1987

Laboratorio “ESPLORARE i SIGNIFICATI: ITINERARI nel SOGNO”

 

Immagine per Esplorare i significati

Il laboratorio “Esplorare i significati” propone un lavoro attivo e di gruppo sul sogno attraverso un approccio corale al materiale onirico: le diverse voci, sensibilità e associazioni permettono di coglierne il senso, le implicazioni e le sfumature portando quella pluralità di prospettive di cui il sogno stesso si compone.

Il sogno è portatore di informazioni che corredano e completano le prospettive dell’Io diurno rispetto alle priorità bio-psico-sociali dell’individuo; C. G. Jung  lo definisce come “un’autorappresentazione spontanea della situazione attuale dell’inconscio espressa in forma simbolica.”

La dimensione onirica, come processo naturale, ci accompagna per tutto l’arco di vita: è una risorsa continua, accessibile e modulata sulle nostre reali necessità. Il sogno guida e “sostiene lo sviluppo dell’individuo mostrando il materiale che deve essere affrontato in quel momento” (C. G. Jung).

Attraverso il lavoro sul sogno si accede all’esperienza del Senso- ai significati e alle finalità- con un approccio spontaneo al simbolismo e al linguaggio onirico. Parliamo incessantemente questa lingua, la utilizziamo pur non avendone studiato la grammatica e la sintassi: è il linguaggio delle immagini che ci appartiene dall’inizio della vita (come specie ed individui) e che permette di creare, progettare, risolvere e organizzare l’esperienza stessa del vivere, sia in stato di veglia che in stato di sogno.

Il lavoro di gruppo consente di creare un vero e proprio spazio-tempo di elaborazione dei contenuti onirici: si innesta nella temporalità ma sovrascrivendosi alla possibilità di abitare un mondo di significati che sono sospesi e sempre presenti, di bisogni che spesso rimangono inattesi se non si crea un contesto d’espressione e trasformazione.

Le voci dei partecipanti incarnano le prospettive della collettività degli Io che risiedono in noi:  la Psiche si arricchisce e si nutre dell’Alterità, della sua integrazione, dell’ascolto attraverso il confronto.

Per info scrivere a Giovannini Marta [email protected] o telefonare al numero 334-3611645 ore serali.

The Unique Worldview and Dream Life of the Amazon’s Achuar People By Michael Q. Bullerdick • June 7, 2016

 

The Achuar go so far as to equate “reality,” what they consider their “true life,” with the state of dreaming rather than the state of wakefulness.

content_Achuar_People_InsetThe Achuar [pronounced in three syllables as A-chu-ar] are a primitive and clannish semi-nomadic people whose name means “the people of the aguaje palm.” They are believed to be the last of the Earth’s once-hidden indigenous people who currently number at about 11,000 individuals. The Achuar first made their acquaintance with Western man in the late ’60s when Catholic missionaries entered the deepest recesses of the jungle along the border of Peru and Ecuador to the Amazon basin, one of Earth’s harshest and most unforgiving ecosystems — a land of punishing humidity, floods and all manner of deadly reptiles, poisonous plants and insects. The fact that the Achuar have not only managed to survive but have actually thrived in the jungle for approximately 5,000 years is proof, they say, of their ability to commune with and receive guidance — often including detailed instruction — from the spirit world while dreaming.

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The dream interpretation and practice according to tantra and Tibetan medicine

Interview with Dr. Pasang Y. Arya, Sylvie BeguinImmagini medicina tibetana

What is the place of dream in the Tibetan culture ?

The dream practice and analysis has been used in Tibet since ancient time and is considered as an important part of the medical analysis and mind training. Tibetan Bon faith healers (Ancient shamans) used dreams to read the relationship between the spirits and humans, and diagnose diseases. There were also independent female “Dream tellers“ who were also involved with the government to make predictions to the kings about the politics and prosperity of the country. After Buddhism came to Tibet in the 7th century, dream analyzing culture developed along with medical knowledge and spiritual practice and became a more important subject. Even today, there are emminent spiritual dream tellers and visionaries able to give predictions on future happenings. The practice of dream analysis increased with the use of healthy dream interpretation and dream omens as a diagnosis in medical practice, according to the Gyud-shi (the four medical tantras), and with Yoga tantra as a spiritual practice for transformation of the body/mind.

Continua a leggere l’articolo alla pagina

http://www.tibetanmedicine-edu.org/index.php/n-articles/tibetan-dream-interpretation

PROBLEM SOLVING ONIRICO

Dal libro “Una nuova interpretazione dei sogni” di T. Nathan, Raffaello Cortina Editore 2011, da pagina 71 a 75

ELEMENTI di una CONCEZIONE del SOGNO INDISPENSABILE alla PRATICA dell’INTERPRETAZIONE

Il confronto tra tre grandi correnti di pensiero ci ha avviato verso una concezione generale del sogno.

  • Per il momento non è possibile pronunciarsi in modo preciso sulla natura del sogno. Se ne conserverà la definizione di base, che può essere accettata tanto dall’onirocrita “tradizionale” quanto dal neurofisiologo: il sogno è la traccia del funzionamento mentale (cerebrale) durante il sonno. Corollario di questa definizione: il sogno permette il mantenimento dell’identità durante il sonno.
  • Per ciò che concerne la funzione del sogno, prenderemo in considerazione una soluzione compatibile tanto con l’ipotesi neurofisiologica sviluppata da Michel Jouvet quanto, anche se in senso più lato, con i sottintesi delle “chiavi dei sogni dell’antichità”. Il sogno avrebbe come funzione principale quella di rigenerare l’identità propria della persona.
  • Il sogno possiede un certo numero di caratteri primari dei quali qualsiasi interpretazione dovrà tener conto: unicità, predittività, interattività, referenzialità.
  1. Unicità: esso è sempre l’espressione dell’irriducibile peculiarità della persona. Nessuna interpretazione del sogno è credibile se non riesce a rendere questa caratteristica.
  2. Predittività: condivide con il sogno ad occhi aperti, con l'”illusione”, la capacità di proiettarsi nel tempo, di intessere un brogliaccio del futuro. Così, ogni interpretazione dovrà identificare la maniera con cui il sogno prosegue con tracce reali concrete durante la veglia.
  3. Interattività: meccanismo interattivo, il sogno mette la persona in contatto con i suoi elementi costitutivi, in primo luogo con quelli della sua cultura. Non c’è quindi da meravigliarsi che nei sogni degli antichi Greci compaiano i loro dei, che il dio degli Ebrei sia il principale interlocutore onirico dei suoi fedeli e che quello dei Mussulmani faccia altrettanto con i suoi. Già Artemidoro richiamava l’attenzione sull’importanza di conoscere la lingua, la cultura e le usanze del sognatore prima di interpretarne il sogno.
  4. Referenzialità: come la decifrazione di un messaggio in codice, l’interpretazione di un sogno ha bisogno di disporre di un corpus di riferimento. Tutti i metodi di interpretazione ne hanno uno, mitologico, religioso o scientifico.

Dato per scontato ciò che abbiamo appreso sulla sua natura, la sua funzione, le caratteristiche indispensabili al suo trattamento, i metodi di interpretazione propriamente detti presuppongono nuove ipotesi sui meccanismi del sogno. Ne scopriremo una, indispensabile, presso alcuni ricercatori moderni, i cognitivisti standard che hanno cercato di sottoporre ad un’analisi sistematica la trama del sogno.

In un articolo del 1991, “Sogno e risoluzione di problemi”, Jacques Montangero ha presentato le ricerche condotte nel suo laboratorio sulla capacità del sogno di risolvere i problemi della vita in stato di veglia. Egli evidenzia innanzitutto come la trama dei sogni sia molto più strutturata di quanto si creda normalmente e soprattutto molto più logica. Successivamente ricorda tutta una serie di lavori sulle funzioni cognitive del sogno, che riassume proponendone una nuova definizione. Secondo Montangero il sogno sarebbe un’operazione mentale consistente nei “produrre delle false percezioni assemblando in modo nuovo elementi di memoria e conoscenza generale”. Sottolineandone le capacità di riorganizzazione cognitiva, scompone il lavoro del sogno in sequenze logiche:

  1. Selezione di elementi significativi – il sogno sceglie tra quelli disponibili un certo numero di ricordi, conoscenze, concetti;
  2. Meccanismi di integrazione – secondo una regola di economia, il sogno fonde tra loro questi elementi costituendo scene dinamiche e complesse;
  3. Produzione di immagini – partendo dalle ricombinazioni che ha operato, il sogno produce delle immagini mentali precise e dei contenuti verbali.

Montangero concepisce dunque i meccanismi di formazione dei sogni come un insieme di processi cognitivi intensi e molto veloci. La formazione di un sogno potrebbe così essere schematizzata come la selezione di elementi conosciuti e il loro assemblaggio in nuove costruzioni secondo una logica specifica.

Una tale concezione del sogno conduce ad un totale cambiamento di prospettiva. Questa volta sono i meccanismi cognitivi del sogno ad essere oggetto di esame e non più le pulsioni affettive. Essa ha il merito di mettere in evidenza come, tutte le notti l’essere umano passi un’ora e mezza a rimuginare su ciò che già conosce, a scomporlo per ricombinarlo ininterrottamente fino a concepire nuovi racconti che poi ripresenta a se stesso come percezioni. Inoltre, Montangero focalizza la sua attenzione sulle capacità creative del sogno che inventa, di fatto, una neorealtà costituita da una combinazione originale di elementi riciclati.

A questo punto descrive la sua ricerca sperimentale propriamente detta. Impressionato da questa singolare creatività, cerca di indagare la capacità del sogno di risolvere i problemi che si presentano durante la veglia. Per far ciò, egli “impregna” con un problema irrisolto alcuni soggetti offertisi volontari per l’esperimento. Si tratta di quesiti di logica che essi non hanno saputo risolvere durante la veglia e che lo sperimentatore proporrà loro a più riprese prima che si addormentino. Poi egli sveglierà i soggetti all’incirca dieci minuti dopo l’inizio del sonno paradosso, nel momento in cui compaiono i movimenti oculari rapidi, chiedendo loro di raccontare cosa stanno sognando. Questa procedura verrà ripetuta ogni volta che si ripresenta una fase di sonno paradosso e cioè fino a quattro volte nella stessa notte. Molteplici sono le conclusioni tratte da questa esperienza:

  1. il quesito posto prima dell’addormentamento si ritrova in maniera statisticamente significativa nei sogni della notte;
  2. quando il sogno,nel suo scenario, propone una soluzione, il sognatore riesce generalmente a risolvere il problema al risveglio;
  3. se il soggetto non ha fatto sogni che contenessero il rompicapo postogli prima di addormentarsi, la possibilità che ha di risolverlo quando si sveglia sono molto meno elevate di quando esso è stato ripreso dal sogno.

Questa ricerca, proprio come diverse altre vertenti sui meccanismi cognitivi dei sogni, mi sembra fondamentale per il nostro tentativo di costruire una teoria del sogno preliminare all’interpretazione. Essa ricorda alcune celebri osservazioni sulle invenzioni la cui scintilla ha avuto origine in sogno. La più conosciuta è una scoperta scientifica, quella del chimico tedesco Kekulé che, avendo sognato un serpente che si mordeva la coda, si svegliò con l’idea della struttura molecolare del benzene che, come  si sa, è di forma circolare. Anche l’invenzione della macchina da cucire avrebbe avuto origine in un sogno. Elias Howle, in effetti, sognò di essere prigioniero di indigeni che eseguivano davanti a lui una specie di danza. I suoi rapitori tenevano in mano ognuno una lancia la cui punta era attraversata da un foro all’estremità, un buco attraverso il quale passava una corda che legava tutte le lance tra loro. Si svegliò ed ebbe l’idea che gli consentì di concepire la macchina da cucire: bisognava praticare la cruna all’estremità appuntita dell’ago e non da quella smussata, come per i normali aghi da cucito. Per accettare che non si tratta di coincidenze ma di manifestazioni della capacità del sogno di creare nuove proposte, Montangero formula una teoria basata sui processi cognitivi che agiscono durante i sogni. Essa conferma e arricchisce quella che abbiamo sostenuto fino a questo punto.

Terremo a mente che il sogno esprime, non si accontenta di riprodurre, crea.

Processi cognitivi specifici agiscono intensamente nella produzione del sogno. Uno di questi è la riorganizzazione di elementi in nuove combinazioni, dando luogo a quello che bisognerebbe giustamente chiamare uno scenario, successivamente riprodotto in immagini e parole. Gli effetti del sogno sono riscontrabili durante la veglia: sono addirittura misurabili e hanno dato origine a ricerche specifiche e a sperimentazioni. Secondo Montangero esistono due modi di risolvere un problema: la soluzione alla quale si arriva seguendo un percorso prestabilito di cui si conoscono i passaggi, che deriva, dunque, dall’applicazione di un algoritmo, e quella che implica un’intuizione, una comprensione improvvisa, inattesa e incontrollata – un eureka!.

La sperimentazione descritta nel suo testo ci persuade che il sogno facilita il manifestarsi di tali intuizioni. Esso non sarebbe quindi solo una creazione, ma favorirebbe anche la creatività durante la veglia. Gli artisti ne erano convinti, dal momento che hanno spesso esplorato i loro sogni alla ricerca di nuove idee. A. E. Van Vogt, celebre scrittore di fantascienza canadese, aveva addirittura, come racconta in un suo testo autobiografico, “messo il rubinetto al suo inconscio”. Aveva cioè deliberatamente regolato la sua sveglia perchè suonasse ogni novanta minuti per non perdere nessun particolar di ogni sogno della notte, che poi utilizzava nella creazione dei mondi straordinari descritti nei suoi romanzi. Terremo a mente infine che è possibile interrogare i proprio sogni , cosa di cui i cabalisti erano già a conoscenza, come vedremo più avanti.

Montangero impregna il soggetto con il rompicapo che non è riuscito a risolvere per far sì che questo si ripresenti nella sua attività onirica e il sogno gli risponde molto frequentemente integrando il quesito nella sua trama. Chi vuole utilizzare i suoi sogni deve dunque imparare ad interrogarli. Deve anche accettare di raccoglierli laddove essi si esprimono, cioè nei primi istanti dopo il risveglio, prima che il mondo faccia irruzione nella mente del sognatore.

 

SOGNI e CREATIVITA’ dal libro “Dove hai la testa?” di J. Warren

Pagine 43 e 44 del libro “Dove hai la testa? Avventure nella ruota della coscienza” di J. Warren, Ed. Apogeo, 2009

“L’immaginazione dei poeti romantici sembra aver prosperato nel caos visivo dell’addormentamento. Per esempio “Ode ad un usignolo” di Keats, “Kubla Kahn” di Coleridge, come anche il non-poesia-ma-sempre-romantico-come-pochi “Frankenstein” di Mary Shelley sono stati tutti collegati allo stato ipnagogico. Ma forse l’esempio più celebre viene dal mondo della scienza, con la scoperta di quello che è stato chiamato “la previsione più brillante mai fatta in tutta la storia della chimica organica”. Si tratta della scoperta del chimico tedesco Friedrich August Kekulé, avvenuta in due momenti. Il primo momento ebbe luogo mentre Kekulé stava assopendosi su un mezzo di trasporto a Londra, quando uno sciame di atomi gli apparve davanti agli occhi, “roteando in una danza vertiginosa”, a formare una catena di legami che Kekulé documentò febbrilmente nel suo taccuino durante il ritorno a casa. Fu l’inizio della “teoria strutturale” in chimica, come lui stesso spiegò successivamente. Sette anni dopo, nel 1890, accadde di nuovo, questa volta davanti ad un tiepido caminetto:

Ero seduto, stavo lavorando al mio manuale ma il lavoro non progrediva; i miei pensieri erano altrove. Girai la sedia verso il fuoco e mi assopii. Di nuovo gli atomi mi facevano capriole davanti agli occhi…attorcigliandosi e piegandosi tutti in un movimento di serpente. Guarda! Quello cos’era? Uno dei serpenti era riuscito ad afferrarsi la coda, e la forma mi strisciava davanti agli occhi, prendendomi in giro. Come per la luce di un lampo mi svegliai, e anche questa volta passai il resto della notte sviluppando le conseguenze dell’ipotesi.

Ciò che Kekulè intuì in quel momento era la forma ad anello della molecola del benzene. Il sistema di notazione chimica allora esistente concepiva tutte le molecole come disposizioni orizzontali di atomi posti ad angolo retto l’uno rispetto all’altro. La soluzione al problema della molecola del benzene fino a quel momento gli era sfuggita a causa della difficoltà di farla rientrare in quel sistema di notazione. La molecola del benzene aveva una forma completamente diversa, e la sua scoperta costrinse la chimica a modificare il paradigma dominante, estendendolo.

Si scopre così che il momento ipnagogico è uno strumento utilissimo per mettere in crisi i paradigmi scientifici. Nel momento in cui il cervello scivola in uno stato associativo e impressionistico, non è più limitato dai sistemi di credenze convenzionali. Le idee più impertinenti, impossibili in un certo contesto razionale, reclamano la nostra attenzione. Le immagini diventano metafore di concetti e improvvisamente siamo tutti poeti (*).

 

(*) Su questo lo scrittore A. Koestler ci ha lasciato una massima meravigliosa:

“La capacità di regredire, più o meno a piacere, fino ai giochi sotterranei, senza perdere contatto con la superficie, sembra costituire la vera e propria essenza della poesi e di ogni altra forma di creatività”.

Ciclo di incontri “I SOGNI d’ORGANO secondo la MTC”

 

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“Nella tradizione si fa riferimento ai sogni come a una vera e propria capacità di vedere nello stato di sonno. Per l’etimologia del carattere occorre risalire a Mèng, che significa una visione (, “occhio” compare sia sopra che sotto) poco chiara. Un occhio distorto (sopra) e lo stropicciarsi gli occhi (sotto). Nel carattere Mèng, ovvero l’occhio posto nella parte sottostante, viene rimpiazzato da , vale a dire “la sera” (pittogramma di una luna crescente). In questo modo, il tutto va a significare “sogno”, “sognare”, la visione velata e confusa percepita durante la notte, proprio come i sogni sono sovente indistinti e confusi.”

Da “I colori del cuore. La psicologia secondo l’energetica cinese classica” di M. Schimdt, Ed. Enea

 

Per info: [email protected] o 334-3611645 ore serali

Secondo la Medicina Tradizionale Cinese (MTC) ogni Organo è correlato ad uno psichismo e ad un’emozione: il disagio o il sintomo possono originare tanto da un eccesso emotivo, quanto da errori di tipo alimentare o di stile di vita, oltre che per azione di un patogeno esterno o interno. In virtù di un paradigma che anticipa di millenni la moderna psicosomatica, la MTC considera il sogno come sistema di codifica dell’assetto energetico dell’individuo. Il sogno non è espressione meramente psichica, ma linguaggio degli Organi e rappresentazione del passaggio della Wei Qi (Energia Difensiva), che di notte agisce all’interno dell’organismo per regolarizzare le condizioni di pienezza o deficit di un Organo o Viscere.

Il corpo racconta –prima attraverso il sogno-simbolo, poi attraverso il sintomo- come ci sentiamo, quanto e quale senso ha per noi una certa situazione o evento, e ne informa la coscienza di veglia.

 

  • I 5 MOVIMENTI e le FUNZIONI degli ORGANI
  • Il SONNO e il SOGNO secondo la MTC
  • SOGNI di STOMACO e MILZA-PANCREAS (Loggia Terra)
  • SOGNI di POLMONE e INTESTINO CRASSO (Loggia Metallo)
  • SOGNI di RENE e VESCICA (Loggia Acqua)
  • SOGNI di FEGATO e CISTIFELLEA (Loggia Legno)
  • SOGNI di CUORE e INTESTINO TENUE (Loggia Fuoco)
  • OLI ESSENZIALI per il SONNO e i SOGNI secondo la MTC

SEMINARIO “IL MASCHILE nei TAROCCHI: in cammino verso l’integrazione”

05 - Il PapaIL MASCHILE nei TAROCCHI: IN CAMMINO VERSO L’INTEGRAZIONE

“Anima e Animus sono i due guardiani archetipici dell’inconscio: danno accesso alle energie della Psiche e alla forza della Vita” C. Widmann

Negli Arcani Maggiori dei Tarocchi sono rappresentati le immagini e i contenuti che formano la Psiche e ne determinano le sue dinamiche: le Lame delineano un percorso in cui si affrontano tappe di sviluppo e conoscenza di sè, componendo un Liber mundi delle trasformazioni cui siamo soggetti come esseri senzienti.

Nel corso delle 22 Lame l’anima (Le Mat) vive delle fasi di crescita, sospensione, ritorno alle origini, revisioni e salti evolutivi: in un movimento a spirale in cui ogni acquisizione e conquista della coscienza vengono di volta in volta messe alla prova e pertanto corroborate dall’esperienza.

Come percorso psicologico nei Tarocchi sono rappresentate le declinazioni dell’archetipo del Maschile, le sue modalità espressive: a seconda di come incarniamo questa istanza psichica un certo modo di essere-nel-mondo caratterizzerà il vissuto individuale e la proiezione della controparte sessuale sulla partner (Anima-Eros), incidendo  sulla dinamica relazionale.

Dal Mago al Mondo (figura androgina simbolo della totalità), passando da L’Imperatore, Il Papa, Il Carro e L’Eremita e Il Sole, si sperimentano i diversi modi con cui vivere l’Animus (*), ovvero l’ istanza morale che indica ciò che deve essere fatto, discrimina e ordina (come accade nelle “assemblee dei padri”): un fattore di regolazione della dimensione dell’Eros attraverso il potere del Logos. Con Animus incarniamo appieno le caratteristiche di cui siamo portatori e viene alla luce la nostra identità che ci differenzia come individui rispetto al collettivo.

Ciascuno di noi vive maggiormente un aspetto polare dell’archetipo del Maschile (**), da un lato come fattore costitutivo e dall’altro derivante da un imprinting familiare e socio-culturale: si avverte una mancanza di fondo e disarmonia nella relazione (sia intrapsichica che interpersonale) quando non si riesce ad equilibrare un polo con il suo opposto e complementare.

Nel seminario verranno descritte ed esplorate le manifestazioni di Animus secondo gli Arcani Maggiori, negli aspetti costruttivi e dinamici e in quelli di eccesso o difetto, per mettere in relazione e dialogo i vari Maschili che ci abitano e sostenere la Psiche nei suoi processi di integrazione.

Il seminario prevede un massimo di 7 partecipanti.

(*) Da “Gli Arcani della Vita. Una lettura psicologica dei Tarocchi” di Claudio Widmann, ed Magi:

“Il Logos distingue anzitutto soggetto da oggetto, rompendo l’arcaica partecipation mystique, dove me e non me sono avvolti in uno stato di identità fusionale; divide, dunque, il mondo interno da quello esterno. (…) Dal profondo dell’inconscio l’Animus attiva una caratteristica animosità e si oppone sempre a tutto […] “spesso in modo diretto al sentimento” (Jung)” .

(** sia come uomini che come donne -quest’ultime proiettando il proprio Animus sul partner)

 

SEMINARIO “IL FEMMINILE nei TAROCCHI: in cammino verso l’integrazione”


11 - La Forza (1)

IL FEMMINILE nei TAROCCHI: IN CAMMINO VERSO L’INTEGRAZIONE

“Anima e Animus sono i due guardiani archetipici dell’inconscio: danno accesso alle energie della Psiche e alla forza della Vita” C. Widmann

Negli Arcani Maggiori dei Tarocchi sono rappresentati le immagini e i contenuti che formano la Psiche e ne determinano le sue dinamiche: le Lame delineano un percorso in cui si affrontano tappe di sviluppo e conoscenza di sè, componendo un Liber Mundi delle trasformazioni cui siamo soggetti come esseri senzienti.

Nel corso delle 22 Lame l’anima (Le Mat) vive delle fasi di crescita, sospensione, ritorno alle origini, revisioni e salti evolutivi: in un movimento a spirale in cui ogni acquisizione e conquista della coscienza vengono di volta in volta messe alla prova e pertanto corroborate dall’esperienza.

Come percorso psicologico nei Tarocchi sono rappresentate le declinazioni dell’archetipo del Femminile, le sue modalità espressive: a seconda di come incarniamo questa istanza psichica un certo modo di essere-nel-mondo caratterizzerà il vissuto individuale e la proiezione della controparte sessuale sul partner (Animus-Logos), incidendo sulla dinamica relazionale. Dalla Papessa a Le Monde (figura androgina simbolo di totalità), passando dall’Imperatrice, La Giustizia, La Forza e La Stella e La Luna, si sperimentano i diversi modi con cui vivere l’Anima (*), ovvero lo stare in relazione con se stessi, gli altri e l’ambiente in cui viviamo.

Ciascuno di noi vive maggiormente un aspetto polare dell’archetipo del Femminile (**) come assetto da un lato costitutivo e dall’altro derivante da un imprinting familiare e socio-culturale: si avverte una mancanza di fondo e disarmonia nella relazione (sia intrapsichica che interpersonale) quando non si riesce ad equilibrare un polo con il suo opposto e complementare.

Nel seminario verranno descritte ed esplorate le manifestazioni di Anima secondo gli Arcani Maggiori, negli aspetti costruttivi e dinamici e in quelli di eccesso o difetto, per mettere in relazione e dialogo i vari Femminili che ci abitano e sostenere la Psiche nei suoi processi di integrazione.

Il seminario prevede un massimo di 7 partecipanti.

(*)Da “Gli Arcani della Vita. Una lettura psicologica dei Tarocchi” di Claudio Widmann, ed Magi:

Jung ritiene che il principio femminile sia presente in forma dominante nella donna e in forma recessiva nell’uomo […]; Anima è l’archetipo stesso della vita […]; nello stadio più arcaico è assai simile alla Grande Madre e viene raffigurata anch’essa come signora che domina gli animali, ma che non lotta con loro (Neumann), perchè nella psiche dell’uomo non esiste antagonismo tra vita e istintualità“.

(**) sia come donne che come uomini – quest’ultimi proiettando la propria Anima sulla partner.

CONSULENZA TAROLOGICA in chiave umanistica

La lettura dei Tarocchi è un’occasione per esplorare le Immagini che popolano la nostra Psiche e intessono il nostro vissuto. Come un Vecchio Saggio il Tarot ci accompagna, con la sua luce-lanterna, in un percorso di messa in trasparenza delle dinamiche intrapsichiche e interpersonali, per liberare il potenziale trasformativo e ricondurci sul nostro cammino con maggiore conoscenza e consapevolezza.

IL TAROT: scopi e funzioni di una macchina metafisica

Ogni Arcano è contenitore e mediatore di un archetipo (1): il suo manifestarsi sollecita un ampliamento degli orizzonti di Senso della coscienza, su cui esercita una tensione all’inclusione. L’Arcano fa da “vaso ermetico”, ovvero porta l’esperienza archetipica in una cornice di riferimento contemplabile dalla coscienza.

Prendiamo in esame queste due considerazioni sul sogno, per comprendere come funzionano i Tarocchi:

  • “Gli eventi onirici indicano la via. Indicano ciò che è probabile o sicuro che si sviluppi, in base alla situazione attuale. Quindi essi incoraggiano o ammoniscono. Il soggetto nel sogno può accettare di correre un rischio e assolvere ad un compito difficile, oppure può fare un passo falso e precipitare in un dirupo. Tali esiti sono metafore che richiamano l’attenzione su qualcosa che è accaduto o sta accadendo al di fuori della consapevolezza. Dato che il sognatore -prima del messaggio del sogno- non comprende la natura dell’evento, l’immagine onirica è un invito ad esaminare i fatti esterni o psicologici. Ma l’esito indicato dal sogno può anche essere modificato o evitato se mutano la consapevolezza e la capacità del sognatore”. (2)
  • “Il sogno sostiene lo sviluppo dell’individuo presentando il materiale che deve essere affrontato in quel momento”. (ibidem)

Una lettura di carte innesca la possibilità offerta dal sogno nei termini sopra esposti: prendere coscienza delle immagini che sono attive ed esplorarne i significati nel qui e ora.

Il sogno illustra la situazione psicologica del sognatore -e ne rappresenta la possibile o certa evoluzione- usando un pattern previsionale basato sulla biografia e gli schemi comportamentali, l’attitudine del soggetto e le tappe del suo processo di individuazione: sulle premesse create dall’insieme di questi dati, presume la tendenza ad andare incontro a un’esperienza x. Gli arcani maggiori che disponiamo nelle 3 carte nel rigo base rappresentano il processo in atto: da x condizioni, presupposti o inclinazioni (carta di sinistra) deriva la situazione attuale e una tendenza intrinseca al processo che può essere considerata con lo sguardo della coscienza, così come avviene con un sogno che ci informa sulla direzione che stiamo percorrendo.

Le lame dei Tarocchi incarnano il principio della sincronicità (3) e il potere della psiche di superare spazio e tempo: per risonanza le carte che sceglieremo, nell’intero mazzo, saranno quelle più adatte e puntuali nel rappresentare il nostro teatro interiore e ciò con cui siamo chiamati a confrontarci, come contenuto e campo d’esperienza (4). Le funzioni psicologiche di Animus e Anima, i genitori archetipici e la relazione con il/la partner e con il mondo saranno rappresentati, su diversi livelli di lettura, nella stessa stesa.

 

Ogni Arcano, come un transito astrologico che rappresenta una certa “qualità del tempo” (5), ci pone contemporaneamente di fronte ad una sfida e ad una opportunità: da un lato possiamo comprendere cosa ci è richiesto di vivere consapevolmente, dall’altro scontrarci con le resistenze che nutriamo nei confronti di un certo contenuto o archetipo. Se ciò che sperimentiamo è avvertito come una trasformazione positiva che ci aiuta a crescere, coglieremo la dimensione dell’opportunità. Se invece il potenziale trasformativo è vissuto come forza disgregante o minacciosa per la nostra personalità, vivremo l’aspetto della sfida: ne usciamo arricchiti se l’abbiamo affrontata, confusi e arrabbiati se invece l’abbiamo rifiutata o evitata. C. G. Jung ha affermato: “quando una situazione interiore non è portata alla coscienza, appare dall’esterno come fato ”. Gli archetipi esulano dalle categorie umane del bene e del male e ognuno di essi organizza l’esperienza umana secondo un certo fine: quello che rifiutiamo ci impoverisce da un lato e si carica negativamente come Ombra nell’inconscio e come proiezione nel mondo della veglia. Gli effetti negativi dell’archetipo derivano proprio dalla sua scissione polare primaria: la contrapposizione insolubile tra i due aspetti ha bisogno di trasformarsi in complementarietà dialogante.

L’arcano ci parla di un archetipo o di una sua declinazione: vagliando i rispettivi significati possiamo comprendere quale esperienza psichica e concreta stiamo affrontando e come, da una prospettiva fino ad ora non sufficientemente valorizzata.

Una lettura di Tarocchi non distoglie da quelli che sono i nostri passaggi critici: piuttosto mostra il senso e la finalità di ciò che viviamo e -informando- ci prepara, rinforza e consiglia su come procedere. Spesso è la distanza dal Senso dell’esperienza che rischia di bloccare e disorientare: i Tarocchi aiutano a gettare luce sugli eventi e le condizioni interiori, per permettere un miglior dialogo tra la coscienza e i contenuti che non sono ancora manifesti.

I Tarocchi, così come i sogni e l’antica disciplina dell’Astrologia, sono espressione e allo stesso tempo strumenti di conoscenza e consapevolezza, che permettono di  comprendere la qualità del tempo per “sincronizzare” i nostri movimenti coscienti con quelli del Cosmo, in una danza armonica e fluida.

(1) L’archetipo è un modello, qualcosa di simile al pattern of behavior della biologia; è sempre collettivo, perchè risultante dall’esperienza comune, è sintesi di innumerevoli processi simili tra loro sperimentati dall’umanità. E’ un precipitato mnesico, risultato dell’impatto della psiche con il mondo. L’archetipo consente alla psiche di tradurre il fisico nello psichico, in altri termini gli istinti e il dominio della materia nelle immagini corrispondenti della psiche.

(2) Da “Il linguaggio dei sogni. Simboli e interpretazioni” di E. C. Whitmont e S. B. Perera, Ed. Astrolabio, p. 36

(3) La sincronicità è un’ipotesi introdotta dallo psicoanalista Carl Gustav Jung nel 1950 per spiegare la contemporaneità di due eventi complessi connessi in maniera acausale: definisce la coincidenza di due o più eventi atemporali (non sincroni), legati da un rapporto di analogo contenuto significativo. (fonte Wikipedia)

(4) così come un sogno mostra le “priorità bio-psico-sociali attuali” del sognatore, selezionando -secondo il principio di importanza- una sola tra le tante tematiche della vita dell’individuo, così la lettura di Tarocchi rivela il processo più significativo con cui il consultante è chiamato a confrontarsi in un determinato momento.

(5) qualità che veicola un certo modo di fare esperienza di sè nel mondo.

IL SONNO e I SOGNI in MTC da “Semeiotica medica comparata”

Dal testo “Semeiotica medica comparata” aa vv a cura di Osvaldo Sponzilli, Nuova Ipsa Editore, da pagina 193 a 195.

 

VARIABILI del SONNO

In eccesso:

  • dorme molto: pienezza di Sangue
  • sonnolenza durante il giorno: vuoto orbis* di IC e F
  • sonno troppo pesante: vuoto orbis di IC
  • bisogno di sonno: pienezza orbis VB e vuoto orbis P
  • grande bisogno di sonno: è colpito Shaoyin

In difetto:

  • dorme poco: pienezza di Energia
  • non può dormire, insonnia: pienezza di Yang, pienezza orbis V,TR e Yangquiao Mai
  • insonnia con agitazione e senso di calore: pienezza orbis P
  • insonnia con stanchezza: vuoto orbis MC
  • insonnia con malinconia: vuoto orbis P
  • insonnia per insicurezza o preoccupazioni: vuoto orbis V e ST

Alterazioni durante il sonno:

  • parla nel sonno: pienezza orbis IC
  • sonno agitato: vuoto orbis C
  • incubi: pienezza orbis MP, ST, vuoto orbis C
  • paure notturne: squilibrio orbis F
  • non riesce a riposare calmo: squilibrio orbis F
  • sonnambulismo: vuoto orbis MP
  • si alza la notte per urinare: vuoto orbis V
  • sonno agitato, respirazione molto forte e sibilante: è colpito Yangming
  • sonno agitato con dispnea: squilibrio orbis P

 

CARATTERISTICHE dei SOGNI

Si distinguono tradizionalmente più tipi di sogni: sogni in relazione con la vita quotidiana e le preoccupazioni, sogni premonitori o creativi, sogni in relazione simbolica con problemi inconsci; sogni il cui tema, svolgimento e ripetizione frequente ha una corrispondenza con malattie dell’organismo. Questi costituiscono un elemento semeiologico importante per svelare gli squilibri energetici che affliggono il malato. Li dividiamo in tre gruppi legati dal tema essenziale del sogno: il luogo nel quale si svolge, i fatti che lo animano e infine le sensazioni o le situazioni vissute nel sogno.

Sogni di luoghi:

  • deserti: vuoto orbis IC
  • campi incolti: vuoto orbis IC
  • distese d’acqua: vuoto orbis R e MP
  • alberi e cespugli nell’acqua: vuoto orbis VB
  • foreste: vuoto orbis F
  • rocce: vuoto orbis MP
  • montagne: vuoto orbis C
  • grandi città: vuoto orbis IT
  • vie e passaggi stretti: vuoto orbis IT
  • case in rovina sotto la pioggia: vuoto orbis MP

Sogni di fatti:

  • musica: pienezza orbis MP
  • canti: vuoto orbis IC, pienezza orbis MP
  • pianti: pienezza orbis P
  • temporali: vuoto orbis MP
  • inondazioni: vuoto orbis R
  • viaggi: vuoto orbis R
  • fumo: vuoto orbis C
  • fuoco: vuoto orbis C
  • incendio: pienezza di Energia
  • battaglie, guerre: pienezza di Sangue ed Energia

 

Sogni di situazioni:

  • ladri: pienezza orbis di P
  • viaggi: vuoto orbis C
  • risate: pienezza orbis C
  • essere audace, sprezzante del pericolo: pienezza orbis C
  • risse: vuoto orbis VB
  • fare un grosso pasto, mangiare e bere: vuoto orbis ST
  • avere fame: vuoto orbis ST
  • essere in collera: pienezza orbis F
  • essere sul ciglio di un precipizio: vuoto orbis R
  • traversare il mare e aver paura: pienezza di orbis Yin
  • aver paura: pienezza orbis P
  • cadere: pienezza del basso
  • ferirsi: vuoto orbis VB
  • affogare: vuoto orbis R
  • suicidarsi: vuoto orbis VB
  • essere in un processo: vuoto di orbis VB
  • insulti, umiliazioni: vuoto orbis VB
  • essere svestito in pubblico: vuoto orbis VB
  • togliersi le scarpe e camminare a piedi nudi: vuoto orbis VB
  • avere il corpo pesante: pienezza orbis MP
  • provare a passare attraverso un passaggio stretto senza riuscirvi: vuoto orbis IT
  • cercare invano di correre o camminare: pienezza orbis MP
  • non riuscire a slacciarsi la cintura: pienezza orbis R
  • avere la colonna vertebrale staccata dal resto del corpo: pienezza orbis R
  • avere la zona lombare staccata dal resto del corpo: pienezza orbis R

R- rene, V- vescica urinaria; F-fegato, VB-vescica biliare; C-cuore, IT-intestino tenue, MC-maestro del Cuore; MP-milza-pancreas, ST-stomaco; P-polmone, IC-intestino crasso; TR-triplice riscaldatore.

 

*Il concetto di “Orbis” è proprio della medicina orientale e potrebbe essere espresso anche come circuito funzionale di un organo. Si intende quindi per orbis tutto ciò che ruota funzionalmente intorno a determinati organi.

NEL LABIRINTO di Karoly Kereny

LA SIGNORA del LABIRINTO

E’ un articolo di Kàroly Kerényi, il grande esperto di mitologia e delle religioni classiche, il quale presenta una affascinante interpretazione del mito del labirinto di Creta. E’ stato pubblicato da Boringhieri nella raccolta di saggi del celebre studioso di religioni classiche, Nel Labirinto.

Da quando si è accertato che a Cnosso, fulcro della cultura cretese del palazzo, tra il 1500 e il 1400 a. C. si parlava già greco e che oltretutto si scriveva già in questa lingua, l’ellenista si chiede ormai un po’ imbarazzato con quale testo debba avviare l’iniziazione del suo pubblico di ascoltatori o di suoi lettori al mondo spirituale greco.
Se si decide di prender le mosse dal testo più antico, non si può più utilizzare il verso epico, il primo dell’Iliade: “Cantami, o dea, l’ira del Pelide Achille.” Le iscrizioni di Cnosso, di Micene e del piccolo palazzo di Pilo, infatti, sono più antiche di molti secoli rispetto a quel verso, e ad ogni altro dell’Iliade o dell‘Odissea. Quelle iscrizioni, che cronologicamente precedono tutta la produzione omerica, non contengono nulla di spirituale. A tutt’oggi risultano vere le parole che Spengler pronunciò già vent’anni or sono: “Manca, in tutti i ritrovamenti fatti a Creta, quell’indicazione di una coscienza storica, politica o anche biografica che invece ha completamente dominato l’uomo della cultura egizia fin dall’epoca più remota dell’Antico Regno. Le iscrizioni già lette o comunque in qualche misura interpretate sono elenchi di proprietà o di tributi dovuti a persone o anche a divinità, oppure liste di uomini tenuti a prestare dei servizi. L’osservazione di Spengler, che del resto feci mia in altri tempi, viene confermata dalle pietre sepolcrali delle necropoli micenee, che non ci hanno tramandato nomi: non v’è traccia alcuna del bisogno di perpetuarsi in uno scritto.
Neppure il modo di immortalare omerico, per sua stessa natura, dipendeva dalla scrittura: si basava infatti su una lingua poetica stereotipata, che nella coscienza del poeta nasceva nei modi di un canto ispirato da fonte divina, per venire poi recitata con una modulazione melodica dalla voce; e ciò ancora nel tempo in cui la scrittura poteva già porsi al servizio della memoria, che era la vera depositaria dell’ opera orale. Anche dopo la decifrazione della scrittura micenea non siamo ancora riusciti a recuperare alcuna di queste opere orali. Nei più antichi monumenti della lingua greca possiamo tutt’al più cercare costrutti di parole, oppure dati oggettivi, nei quali con ogni probabilità risuona appena un accento della più tarda poesia orale omerica o postomerica, e si annuncia un elemento di quei prodotti dello spirito che, giunti fino a noi attraverso opere artistiche e letterarie più tardive, sono ormai parte integrante della nostra cultura. Oggi possediamo almeno un’iscrizione dietro la quale si avverte pulsare lo spirito greco, nel senso che si è detto: vi riecheggia il primo accento [Ton] di un mitologema, di un racconto mitologico, rappresentato in tutte le sue molteplici varianti in un gran numero di opere d’arte. Le opere d’arte alle quali dava il “tono-base”, schietto e obiettivo, non erano sempre musica nel senso in cui lo è l’ultima versione per noi così commovente: occasione per la danza, esse contenevano sempre una “figura di danza”. L’ultima versione prese la forma di un’opera lirica; si chiamò Arianna a Nasso e fu composta da Richard Strauss su versi di Hugo von Hofmannsthal. A titolo provvisorio e per nostra comodità, con il tema che è alla base di questo poema e di questa composizione musicale facciamo incominciare la storia delle idee [Geistesgeschichte] della cultura greca: storia caratterizzata dalla presenza costante e fondamentale dell’elemento poetico (e nel poetico di quello mitologico), e solo più tardi dalla storia e dai primi segni di vitalità di tutte le altre scienze. Quella storia, a voler esser precisi, non si inizia ovviamente proprio con l’Arianna a Nasso, bensì con un’iscrizione su Arianna a Creta: nel greco preomerico di una tavoletta di Cnosso uno scrupoloso e attento glottologo per primo lesse delle parole che non solo riuscì a interpretare dal punto di vista linguistico, ma che segnalò anche come uno dei risultati più importanti delle decifrazioni. Noi vogliamo qui riflettere solo su un punto specifico, ossia in quale contesto di vita e di pensiero si debba inserire questa frase: “Miele alla Signora del Labirinto.” Così dice il testo, che è solo la prescrizione di un’ offerta, e che non può quindi entrare nella storia della letteratura; certamente però esso merita spazio nella storia delle religioni. Un’altra iscrizione sulla stessa tavoletta dice: “Miele a tutti gli dèi.” Così incomincia la nostra storia delle religioni europee: ed è un aspetto sul quale non intendo insistere troppo in questa sede solo perché ora il verso cretese (che ci offre la prima specifica menzione mitologica di Arianna come” Signora del Labirinto”) deve essere per così dire ridedicato (riconsacrato) all’Arianna di tutti i successivi poeti.

Spenderò ancora qualche parola solo sull’ offerta del miele, giacché essa coinvolge anche quelle aree della nostra storia delle idee, in cui Arianna divenne un simbolo misterioso e profondo non solo per i poeti, ma anche per il filosofo. “Chi, all’infuori di me, sa che cos’è Arianna!…” si vantava Nietzsche nel suo Ecce Homo: ed era quel Nietzsche il cui Zarathustra diceva ai suoi animali scalando un’alta montagna: “Ma fate che là io abbia del miele; miele dorato, miele di favo, giallo, bianco, fresco come il ghiaccio, buon miele. Giacché, sappiate, lassù voglio fare il sacrificio col miele.” L’offerta che qui lo Zarathustra di Nietzsche finge soltanto di compiere, per lasciarsi dietro alle spalle anche la più pura forma di paganesimo, è una forma arcaica del sacrificio. Fin dalla primissima età della pietra il miele era un nutrimento anche per gli uomini, e a partire da tempi immemorabili nelle religioni del bacino mediterraneo (e non solo in esse) fu considerato un’offerta degna degli dèi. Il più dolce cibo degli dèi corrispondeva esattamente alla loro natura felice e dispensatrice di beatitudine. Il primissimo nutrimento degli dèi, che precedette anche l’ambrosia, era il miele. L’omerico Inno ad Hermes lo chiama “il dolce cibo degli dèi” e tale esso rimase fino alla tarda antichità, dal momento che anche allora si continuava a dire: “Il miele infatti è il cibo degli dèi.” Nella mitologia delle divinità più antiche, uno degli dèi, Crono, giungeva all’ebbrezza con il miele: allora infatti, prima della nascita di Dioniso, il vino non c’era ancora. La parola greca che significa” placare gli dèi” [µε&ιλισσω] viene dalla parola miele [µελι], in una forma che ne tradisce l’uso anche in campo non greco. “Mielose”, “dolci come il miele” erano in particolare le divinità infere: da esse, secondo l’ideologia dell’antica religione preomerica e di quella che in varia forma sopravvisse anche ad Omero, ci si aspettava una grande beatitudine. La prescrizione dell’offerta “Miele alla Signora del Labirinto” evoca anche tutto questo, oltre che la figura di Arianna, l’eroina che nel mito greco è legata al labirinto. A titolo provvisorio e per nostra comodità, facciamo pure cominciare la storia delle idee della cultura greca con un testo come questo, o come l’altro che compare sulla stessa tavoletta: “Miele a tutti gli dèi.” Per la prima volta nell’ambito del mondo di lingua greca possiamo spingerci, fondandoci su un testo, nello spazio preomerico; e una cosa del genere non era mai accaduta finora nella storia dell’archeologia classica. Soprattutto non era mai accaduta in questi termini, giacché qui non appaiono solo nomi e oggetti come su altre tavole, ma riecheggia anche un famoso tema, i cui elementi si offrono al confronto nella loro forma più antica e in quella più recente: proprio quella forma “nuova” si inizia già con Omero e si conserva giungendo fino a Nietzsche e a Hofmannsthal.
Due sono quindi gli elementi fondamentali: il Labirinto per un verso, per l’altro la sua Signora, una dea che riceveva in offerta del miele. Un ragionamento paradossale e allo stesso tempo assolutamente indiscutibile ci impone di pensare a una dea: un vaso pieno di miele, come quello chiaramente indicato sulla tavoletta, non sarebbe stato sufficiente per una regina terrena; invece poteva senza dubbio bastare per una regina degli inferi. Essa è una dea: è la Signora del Labirinto. Ma che sfera di dominio potrebbe mai rappresentare per una dea il labirinto, se questo termine stesse a indicare soltanto una costruzione prodotta da mano umana (sia pure la mano di un artista del livello di Dedalo)? Il regno di quella dea non era un edificio. Quella che l’artista Dedalo costruì poteva essere solo la copia dell’universo su cui la dea dominava. Secondo Omero, era un luogo per la danza costruito a Cnosso per Arianna; nel mito postomerico divenne un edificio la cui pianta era costituita da un intrico di corridoi [Irrgang] entro cui, secondo questa tarda tradizione, era tenuto nascosto lo scandalo della famiglia di Minosse, il Minotauro, un essere per metà uomo e per metà toro, fratellastro di Arianna. Il labirinto appariva così solo nella sua forma postomerica. E però mantenne anche in seguito, come pianta, nelle raffigurazioni greche e sulle monete di Cnosso, la forma di un meandro a molte volute, di una più semplice linea a chiocciola e a meandro (ossia una spirale angolata), o anche di un intrico di vie che da essa si sviluppavano. La figura poteva anche essere danzata, in origine: e venne infatti danzata, a Delo, dai giovani e dalle fanciulle che Teseo aveva strappato al labirinto, rendendo loro la libertà. Se ci si immaginava il labirinto come edificio, allora si poteva anche rappresentarlo come una danza circolare che si riavvolgeva per così dire ritornando indietro da un punto centrale.
Nell’Iliade la costruzione che Dedalo innalzò per Arianna era, s’è detto, un luogo per la danza; ed era anche una copia della vera sfera su cui si estendeva il dominio della Signora del Labirinto (addirittura prima del più tetro edificio infero del mito postomerico): era il mondo degli inferi illuminato da un particolare angolo di visuale, che consentiva di raffigurarlo mediante la linea spiraliforme che si riavvolgeva ritornando su sé stessa, all’indietro. Prima di Omero il mondo degli inferi era pensato come un labirinto a spirale; la possibilità di ritornare da quel mondo veniva chiesta come una grazia alla regina degli inferi. Laggiù la Signora del Labirinto regnava nelle vesti di Arianna, Ariadne, ovvero la “purissima”: questo appunto significa il suo nome, che nella concezione greca dovette sembrare particolarmente adatto alla regina degli inferi, detta anche con nome pregreco Persefone. Non solo ella poteva liberare qualcuno dagli Inferi, se lo voleva, ma poteva lei stessa ritornare indietro da quel luogo, ed era allora la “chiarissima”, quell’ Aridela che sta nel cielo, come veniva chiamata anche a Creta con un altro nome greco. Come figura preomerica era la fanciulla divina dei cretesi, una dea lunare: non però semplicemente la luna, bensì anche una signora del Regno dei morti, una dea piena di grazia, che aveva il potere di ricondurre alla vita.
A partire da Omero, ella divenne quindi una principessa mortale, la figlia del re cretese Minosse; e il suo destino subiva un’identica svolta. Piena di grazia essa era solo come poteva esserlo una fanciulla mortale innamorata. Con il suo consiglio e il suo filo, o anche (secondo un’antica versione del mito) con la sua corona che risplendeva negli oscuri intrichi di vie del labirinto, ella aiutò il bel giovanetto ateniese Teseo a ritornare sano e salvo da un viaggio che prometteva sicura morte. La fanciulla fu poi uccisa da Artemide per desiderio di Dioniso (anche questa è un’antica versione del mito, alla quale accenna già l’Odissea). La vicenda si svolse sull’isola di Dia: non è chiaro se si trattasse dell’isoletta che si trova di fronte al porto di Cnosso, oppure invece di Nasso, che un tempo veniva anch’essa chiamata Dia. Soltanto fino a lì Teseo riuscì a tenerla prigioniera. Però, secondo una variante più tarda, che tutti conosciamo bene e che è stata ripresa anche da Hofmannsthal, la fanciulla non morì; fu solo abbandonata sull’isola immersa in un sonno profondo: e così Dioniso trovò la sua Arianna, sulla quale egli vantava un antico diritto. Insieme a lei Dioniso salì al cielo sul suo carro; e lassù ancor oggi brilla luminosa la “corona” di Arianna.
Per i poeti successivi non era più così evidente il fatto che Dioniso ri-trovasse Arianna, riportandola indietro. Se egli non avesse avuto quell’antico diritto su di lei, non avrebbe potuto pretendere da Artemide la sua punizione. Un vaso tarantino non ancora pubblicato mostra Teseo che indietreggia davanti al dio, e Dioniso che si impadronisce della dormiente. Il presupposto di tutti i racconti relativi ad Arianna è il suo antico, segreto legame con il dio, la cui presenza nella sfera in cui è immersa la Signora del Labirinto ormai non è testimoniata unicamente da un nome (presto potremo sentirne altri). L’amore di Dioniso per Arianna fa parte del quadro dell’antica cultura cretese, che viene lentamente dispiegandosi davanti ai nostri occhi.

Kàroly Kerényi, Nel labirinto, Bollati Boringhieri,1983

SOGNI sugli ARCANI MAGGIORI

L’EREMITA

“Sono all’interno di un edificio e ne salgo le scale a chiocciola: incontro un uomo con una lanterna che mi fa strada illuminando la via. Raggiungo una stanza in alto dove in fondo, seduta ad un tavolo, c’è una donna ad attendermi: mi leggerà i Tarocchi”

L’IMPERATRICE e l’IMPERATORE

“Sono all’interno di uno spazio virtuale, con il mio partner: ci sono due grandi lame, alte almeno tre metri, una dell’Imperatrice e una dell’Imperatore, che si dispongono una di fronte all’altra. Io mi metto a fianco della tre e lui a fianco della quattro. Sembra stia per iniziare il vero agone amoroso”

LA PAPESSA e il MATTO

“Sono all’interno di un edificio di pietra, sembra un castello, c’è penombra. Alla mia sinistra c’è un alto arco e alla mia destra un uomo. In mano ho la carta della Papessa: rappresenta la donna girata di spalle, seduta ad una piccola scrivania che studia. So che quella carta rappresenta i Tarocchi nella dinamica con cui generano il tutto, è la carta chiave. Sento il bisogno di vedere la Papessa in volto, di scoprire il mistero che è celato e quindi di “girare la carta”, che significa girarne l’immagine mantenendola nello stesso verso (un’azione che compio con il pensiero), anche se so che significa svelare un tabù, che di per sè può essere un’azione pericolosa (come per alcune tribù africane vedere i feticci del proprio culto).

Ora che ho girato la carta vedo Le Mat che ha due volti a formarne uno solo, uno dritto e uno girato, fatti combaciare esattamente come fosse il Tao. La carta è sul colore del giallo, il corpo è uno solo. A questo punto sento un voce ed è il volto a diritto del Matto che mi dice “io non me ne andrò mai”, il tono è arrabbiato, come se io lo avessi incitato ad andarsene, e contemporaneamente una vertigine violenta mi attanaglia, come se ci fosse una forte scossa di terremoto. Mi spavento a morte, la tentazione è quella di fuggire, velocemente. Nella grande paura però mi rendo conto che fuggirei da una situazione interna da cui non c’è nessun allontanamento sensato e possibile (sia l’allucinazione acustica sia la vertigine realizzo essere eventi interni che l’uomo alla mia destra non percepisce). Ecco che nel momento in cui passa la seconda vertigine-terremoto io ritrovo la calma, so che se rimango lì non succederà niente di male e che anche il Matto ora è tranquillo.”

 L’APPESO e la STELLA

“Sono davanti ad un piccolo tavolino, posto all’inizio di una specie di ponticello: l’atmosfera è sfumata, come se fossi fuori dal tempo e dallo spazio. Stese sopra il telo che ricopre il tavolino ci sono tre carte: quella di sinistra non la vedo, quella centrale è le Pendu su cui c’è la scritta “sogni” (al posto del nome reale), e la terza a destra è l’Etoile in cui c’è scritto “verità” ”. (Il sogno termina così, la carta finale mi dà grande respiro e sollievo sia nel sogno che da sveglia)

 Gli INNAMORATI e l’APPESO

 “Sono all’interno di un castello a forma rettangolare, con delle altre persone. Stiamo facendo un gioco a gruppi: ognuno, a turno, guida le persone alla ricerca di un tesoro e quando il proprio compito è terminato “scompare”. Ora sono seduta attorno ad un tavolo, con altri cinque giocatori: tutti fanno vedere la propria carta, che è sempre una variante dell’Amoreux. L’ultimo, che non mostra ciò che ha in mano, ha l’Appeso”.

 

IL MAGO, il DUE di DENARI e l’APPESO

“Entro in una struttura diurna per persone disabili accompagnata da uno degli operatori e vedo che stanno facendo un incontro in cui occupano dei problemi della società e rimango molto colpita dalla solidarietà di questo lavoro. Esco da una porta secondaria e mi ritrovo in un cortile ampio con altre persone. E’ l’ora del crepuscolo e si avvicina un ragazzo che mi mostra come può creare una fiamma dal palmo della sua mano: sono meravigliata ed affascinata, l’effetto del fuoco con la luce esterna crea una forte suggestione. Lo sguardo del ragazzo è di chi sa che sta facendo un’operazione magica. Si muove tra le altre persone mostrando ciò che sa fare. Ora risalgo all’interno della struttura e mi siedo ad un grande tavolo con una mia amica: lì ci sono i nostri mazzi di Tarocchi, il mio sparpagliato sul lato destro e il suo sul lato sinistro. Raccolgo le mie carte per sistemarle e mentre lei fa lo stesso vedo chiaramente il due di denari dei Minori. Mentre riconto per controllare che ci siano tutte mi accorgo che manca l’Appeso…per errore è finito nel suo mazzo”

LA STELLA

“Vedo un’immagine fugace di una donna che si lava il volto e una voce fuori campo suggerisce che nell’arcano della Stella c’è il significato delle abluzioni della Vergine”

LA TORRE di BOLOGNA

“Sono davanti ad una vecchia torre di Bologna (che oggi non esiste più), e ci sono degli anziani che per mezzo di un sistema a carrello e impalcature di sostegno vogliono spostare la struttura in un altro luogo. L’operazione non va a buon fine e la torre crolla: correndo trovo riparo sotto ai portici, mentre gli anziani non riescono a salvarsi”

 

LA CADUTA dalla TORRE

“Mi trovo su una torre molto alta ed eccomi precipitare: mentre cado avverto l’aria che mi frena e penso “beh, non è un attimo allora!”. Così ho il tempo di raccomandare l’anima a Dio” (sognatore maturo, convalescente dopo essere stato operato d’urgenza; non credente, ha ricevuto un’educazione cattolica)

La TORRE dell’ALCHIMISTA

“Sono nella mia casa (molto più grande di quella reale), in una stanza a forma circolare, con mobili antichi, vetrate e una grande biblioteca attorno: sembra lo studio di un alchimista. Dalla parte alta si possono vedere le stelle. All’improvviso arriva una scossa di terremoto molto forte, cerco riparo sotto una porta, con altre due persone, il mio partner e la mia migliore amica. Durante la scossa la stanza ruota a 360 gradi su se stessa e rimane complessivamente intatta…sembra quasi una torre, nel senso che so che quella stanza è una struttura a se stante. Siamo a Venezia. Non provo la sensazione di panico, mi preoccupo di sentire telefonicamente mio padre ed anche i miei stanno bene. Prima di lasciare la casa recuperiamo qualcosa per uscire e mentre raggiungo la mia stanza, passando per un corridoio, vedo uscire due topi bianchi da quello che sarebbe uno sgabuzzino: all’inizio la cosa mi spaventa…più che altro sono stupita di avere dei topi in casa!!! Poi tranquillizzata anche dal mio partner, sento di essere contenta che si siano salvati anche i topi!”

LA TORRE da RISTRUTTURARE

“Mi trovo in una casa simile alla torre di Jung (Bollingen, n.d.r.): dà su un lago ed è circondata dalle montagne. La casa è da risistemare”.

  • Incisione della pietra di Bollingen: “Il tempo è un bambino che gioca a dadi: il regno del bambino. Questo è Telesphoros, che vaga attraverso le regioni oscure di questo cosmo e splende come una stella dal profondo. Egli indica la strada verso i cancelli del sole e la terra dei sogni”
  • Telesforo (in greco antico Τελεσφόρος Telesphòros, “che porta alla realizzazione”) era figlio di Asclepio e dio della convalescenza. Spesso accompagnato da sua sorella, Igea, era rappresentato con il capo coperto da un cappuccio o berretto frigio.

IL GRATTACIELO e il FULMINE

“Sono a New york con il mio compagno: ci troviamo in un grattacielo altissimo, di notte. Guardiamo fuori la città buia, quando all’improvviso un potente fulmine colpisce il suolo, aprendo una gigantesca crepa che avanza verso il palazzo.. dobbiamo scendere per salvarci”.

L’ACCESSO al TEMPIO

“Sono con la mia vicina di casa e stiamo per entrare in un tempio nel bosco. La giornata è splendida, piena di sole, tutto intorno il verde. Nell’aprire la porta le dico: “Aspetta, fermati. Per entrare qui dentro devi lasciare fuori l’ego; a lui non è permesso entrare”.

 I TAROCCHI DOPPI

“Sono in un luogo pubblico per leggere i tarocchi, seduto dietro a un gruppo di 10 persone, a loro volta seduti ad un grande tavolo. Ciascuno di loro ha preso un arcano maggiore da un mazzo di tarocchi, e decido di fare un esperimento, una nuova lettura: far prendere a
ciascuno un altro arcano maggiore da un nuovo mazzo, per poter leggere i tarocchi come un dialogo tra due arcani. Penso alla possibilità che qualcuno trovi lo stesso arcano maggiore che già ha con sé (non so perché, ma calcolo come se la carte già estratte siano 20 e non 10, perché penso che solo due arcani maggiori non saranno scelti dal nuovo mazzo). Ma quando mi giro alla mia sinistra, al tavolo dove c’è il nuovo mazzo di tarocchi, è seduto un mio amico (che nella realtà sta aspettando di farsi leggere i tarocchi da me) che ha scoperto tutte le carte. Mi infurio con lui, lo mando a posto, anche altri si sono spostati, decido di ritirare le carte di tutti e non leggerle più.Mi ritrovo con la mia ragazza a cercare di ricomporre separatamente i due mazzi: possiamo farlo perché uno è più rovinato, brutto, l’altro nuovo. Girando le carte una ad una, decidiamo insieme a quale mazzo ciascuna carta appartenga. Curiosamente, escono anche delle foto di Franco
Battiato: la mia ragazza mi suggerisce di metterle nel mazzo brutto, perché effettivamente Battiato è proprio brutto…!”

IL TIMONE (LA ROVE de FORTVNE)

“Mi trovo in riva al mare: sulla spiaggia, ai miei piedi, arriva il timone di una nave, trasportato dalle onde. Mi chiedo da dove arrivi, se le persone che erano a bordo sono salve o meno…quale sarà la sorte di quella imbarcazione”

 

LA SIGNORA degli ANIMALI (LA FORCE)

“Sono in un deserto, sullo sfondo domina un grande olivo. Mi trovo seduta su un trono e attorno a me ci sono animali di diverso tipo (leoni, giaguari), che mi proteggono.”

 

IL MONDO in MOVIMENTO

“Vedo l’androgino di Le Monde sospeso in aria…e intorno, sempre sospese, le quattro entità. Non sono fissi, si muovono leggermente con molta armonia”

LE TRE CARTE

“Sono in compagnia di una mia amica che mi dice “Queste carte sono per te”; le guardo e noto che sono rappresentati due animali, due figure umane (v. Arcani Minori Re e Regina) e due cuori (in tutto sono sei carte)”

IL MATTO e l’EREMITA

“Sono nella mia camera da letto, c’è penombra, come in una notte illuminata dalla luna piena. Al centro della stanza c’è un albero, sul tronco è arrotolato un enorme serpente nero: è tranquillo ma voglio mandarlo via comunque, cosi con un rametto gli dò qualche spinta. Il serpente apre gli occhi e inizia a muoversi verso la finestra; mentre lo fa si trasforma in un inquietante giullare con un vestito multicolore e il cappello con i campanelli: in mano ha una lanterna a forma di nuvola, mentre sogghigna e mi guarda esce dalla finestra, camminando per aria. Quando se ne va sono così sollevata che mi sveglio”

KAIROS di Mauro Doglio, Circolo Bateson

“La miglior cosa in qualsiasi azione è il kairos”

detto attribuito a Pitagora

“Nessun retore o filosofo finora ha definito l’arte dell’occasione [kairos];

 neppure Gorgia di Leontini, che per primo si accinse a comporvi un trattato.”

Dionigi

“Per dirla in breve tutto è bello nell’attimo giusto, turpe nell’attimo inopportuno”

Anonimo, Discorsi contrapposti

“il diavolo anziano delle lettere di Berlicche, di C. S. Lewis, […] scrive a suo nipote dandogli consigli su come corrompere l’essere umano che gli è stato affidato. Il consiglio è: fallo sempre pensare al passato e al futuro. Non lasciarlo mai vivere  nel presente. Il passato e il futuro sono nel tempo. Il presente è atemporale ed  eterno.”

Bateson  DAE p. 163

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KAIROS – circolo BATESON

DAIMON da E. ZOLLA III°

 

IL CUSTODE COME STELLA

Presso gli Sherente del Brasile sono sciamani coloro che siano stati visitati dai pianeti Marte, Giove o Venere; così presso gli Skidi Pawnee dell’America settentrionale è
d’uso che la figura del genio custode sia una stella e questa presso molti popoli è sinonimo di destino. La stella era d’altronde un ritmo e un disegno oltre che una luce.
La memoria degli antichi era in grado di accostare le successive visioni della volta celeste di notte in notte, e scorgere il percorso di una stella durante tutta una stagione: una luce danzante e cantante, dunque un custode per eccellenza. I Melanesiani, riferisce Thurnwald, «quando si parla di gocce non solo pensano a una stilla che cade da un albero, ma anche alla traccia che essa lascia, al rumore che fa cadendo, agl’intervalli regolari tra l’una e l’altra caduta»; ecco che le idee sul cielo degli antichi diventano chiare: noi ravvisiamo sì Marte fra le stelle fisse durante una successione di notti, ma non sappiamo coglierne, al modo dell’uomo arcaico, il caratteristico movimento serpentino,
tanto più celere di quello di Giove o di Saturno; il cielo era in origine un insieme di ritmi, di figure, di periodicità chiaramente avvertite e non già ricostruite o dedotte. Se alle stelle corrispondono dei geni custodi e a costoro corrispondono animali, il cielo sarà costellato di
figure di animali; sugl’incensieri arcaici cinesi esso ha l’aspetto di un colle attorno al quale ruotano animali: le costellazioni, i morti assunti in cielo; perciò presso certi popoli sud-americani le costellazioni sono lo spirito delle specie animali che procreano al momento in cui stanno in posizione dominante nei cieli.

 

IL CUSTODE COME VERGINE

Il genio della stirpe, che i Teutoni vedono come una vergine, si confonde con il genio individuale in molte saghe; inoltre si dà spesso il caso di custodi che siano spose segrete:
la ninfa Egeria di Numa Pompilio, la Melusina dei capostipiti aristocratici. Spesso i cacciatori Nyanga nel Congo sono sposati ritualmente alla loro ispiratrice geniale.
Fra gl’Indiani dell’America settentrionale, i Modoc narrano la storia del fanciullo cui un angelo in aspetto femminile cava il cuore e, mentre egli giace esanime, il suo spirito sente l’angelo parlare al cuore strappato. In seguito un uccello cala sul suo petto: a quel punto il fanciullo si rialza colmo di ispirazione e poteri taumaturgici.
All’idea del custode femminile si connette l’allattamento simbolico. Un Samoiedo malato di vaiolo si sente trasportato nel regno delle acque dove il Vaiolo personificato gli annuncia che la Signora delle Acque lo renderà sciamano e gli svela il suo nuovo nome: Tuffatore. Uscito dalle acque, l’infermo scala una montagna dove una donna nuda lo allatta e gli dice: «Sei figlio mio, perciò ti ho lasciato succhiare il mio seno. Soffrirai molto e rimarrai
spossato»: così comincia la sua peregrinazione fino a quando sarà rimodellato da un fabbro. Spesso sui vasi etruschi Giunone porge il seno a Ercole barbuto e in Egitto il faraone viene allattato dalle dèe; san Paolo afferma di porgere agli uomini carnali il latte, san Bernardo menziona il latte della mammella della Vergine o della Chiesa, e san Gulberto vescovo di Chartres viene raffigurato mentre la Vergine lo nutre del suo latte. Dovette esistere un allattamento rituale forse combinato con un allattamento terapeutico, capaci di alleviare consunzione e vecchiezza. Così come l’immagine della bestia custode può degenerare in licantropia, la sposa celeste può a sua volta degenerare
in un incubo, come presso gli Hausa in Africa. Quando un Ewe del Togo si ammala in un certo modo, il sacerdote gli svela che una creatura soprannaturale lo sta tormentando affinché egli la prenda in isposa. Invece per i Masai il genio è un essere umano alato,
dello stesso sesso del suo protetto, che lo assiste anche dopo morto. Per alcuni popoli indigeni d’America il genio è un fantolino, dai capelli grigi presso gli Yuki, con una folta chioma presso alcuni sciamani Klamath. L’idea del genio custode si fonde talvolta con quella di una guida all’oltretomba. Il senso profondo del viaggio è l’accesso alla pura partecipazione all’essere una volta superata la limitatezza individuale. Così ritengono gli Altaici meridionali e i Mongoli. In Oceania il genio custode ha figura di rinoceronte, in Africa e Indonesia di pollo bianco, nell’America settentrionale di corvo. Le nicchie e le cappelle delle chiese d’Occidente che non siano state ancora denudate e isterilite, offrono la
gamma immemoriale degli emblemi delle forze di custodia, di rivelazione e di pace; vi figurano oltre alla Vergine e ai santi, anche i consueti animali salutari, come il cervo, la colomba dello Spirito Santo, il leone, il bue e l’aquila dei punti cardinali e degli Evangelisti, o ancora il pellicano, e nelle chiese longobarde, irlandesi arcaiche e
romaniche, compaiono sui capitelli anche altre figure: pesci, uccelli, leoni, belve fantastiche.

IL CUSTODE COME SERPENTE

«Les anges conversaient avec l’homme, en
telle forme que Dieu permettait, et sous la
figure des animaux. Ève donc, ne fut point
surprise d’entendre parler le serpent.»
Jacques Benigne Bossuet, Elévations
à Dieu

Dice Clemente d’Alessandria che le evoluzioni sinuose degli astri sono designate come serpenti. Il serpente è una delle figure di guida più frequenti, non solo là dove sia domestico, come presso Baltici, Slavi, Indiani, Greci, Romani, ma ovunque e fra popoli non legati da rapporto di sorta; nell’antico Egitto, come fra i Kwakiutl. Per questi ultimi il serpente è il mediatore fra cielo e mare (fra l’uccello-fulmine e la balena), e rappresenta
la potenza sacerdotale; quando nel pasto cannibalico la vittima viene addentata, è il serpente che la sta divorando: il suo protetto diventa insensibile, come inesistente
via via che ne è pervaso. Quando nella festa dei donativi si distribuiscono regali, è la balena a elargirli. I Kwakiutl salgono alla Via Lattea, trascinati da serpenti: la metafora indica che essi vengono issati da corregge fatte passare attraverso le ferite inferte nella schiena e sulle cosce (i serpenti li sollevano con i denti), mentre i compagni danzano con le punte delle lance rivolte al loro corpo spenzolante. Parimenti in Egitto il serpente era un mediatore fra gli opposti, chiamato «vita degli dèi», e il sole appariva quale
serpente con testa di falco. Il faraone era un uccello del tuono il quale scoccava il lampo effigiato come serpente sulla sua corona o simboleggiato dallo scettro contorto.
Varrone parla di un’identità tra Proserpina, la luna e il serpente, perchè il corso della luna è a serpentina. Il serpente d’altronde può essere scambiato con l’albero della vita attorno al quale si attorciglia, e l’albero è una delle forme della visione del custode, lo stormire
delle sue fronde è un parlare che va afferrato con l’attenzione del serparo al sibilo del serpente. Presso i Ponek del Camerun l’uomo ha una parte geniale, immortale che si ravvisa come serpente o folgore, ed e detta nyole. Nyole  è anche una liana, paragonata a
un serpente, che si attorciglia attorno all’arboscello del cotone, rispettivamente, la parte attiva e la passiva del principio vitale e cosmico universale.
La forma del serpente, difficile a cogliere come quella del genio, pare un puro ritmo vibratorio: ora esso si dispone in cerchio e dardeggia una lingua di fuoco, ora, ritto sulla cima della coda, avanza a perpendicolo come per incanto; si butta in orbita, s’alza e abbassa in una spirale, ruota le sue spire come un’onda, circola sui rami degli alberi, scivola nell’erba delle praterie, sulla superfìcie delle acque: i suoi colori sono indeterminati come la sua andatura e cambiano con i mutamenti della luce: lo afferma Chateaubriand, che aveva a lungo meditato sui serpenti, nel Génie du Christianisme. Il serpente che è un forte ipnotizzatore, viene per eccellenza dominato da una certa maniera di tambureggiare e modulare i suoni del flauto, e un certo modo ipnotico di accarezzarlo durante le cerimonie. Ciò obbliga a coglierne il ritmo esattamente, e insegna la cura con cui si deve procedere nell’evocazione del custode. Il fatto che nella muta esso ceda la pelle ne faceva inoltre un simbolo dell’immortalità o di una vita nuova, come squamata; inoltre poteva simboleggiare le varie anime dell’uomo racchiuse nei vari strati di pelle, che sono una sola ma anche successive e staccabili come quelle del serpente.
Dovette essere tuttavia decisiva, quale causa d’adozione del serpente, la sua rapidità e leggerezza, il suo scivolare silenzioso e comparire subitaneo, tutti caratteri delle
ispirazioni geniali. Si devono ipotizzare altri usi simbolici e terapeutici del serpente se in Egitto si credette che la sua cenere fosse curativa e gli oracoli medici di Esculapio lo additavano come fonte di rimedi, e se Melampo intese la lingua degli animali mercè i serpenti che gli leccarono le orecchie. Forse grazie all’osservazione dei serpenti si individuarono medicamenti. Comunque in quasi ogni popolo dell’America settentrionale esiste una confraternita di sciamani-serpenti che eseguono incolumi le danze assieme
ai rettili e senza esserne morsi li lavano ritualmente. Alla festa del Corpus Domini di Papantha, in Messico, i danzatori, che inalberano certe fastose maschere nere,
vengono morsi dal serpente e curati dallo sciamano con invocazioni ai quattro venti.
In Senegambia chi ha per guardiano un serpente può curare i morsi dei serpenti, e Varrone riferisce che gli Psylli usavano esporre i neonati ai serpenti per garantirsi
che fossero legittimi. Se Satana adottò la figura del serpe, la più seducente, fu per insinuare il peccato di curiosità cioè la volontà di conoscere cose superflue alla salute eterna; si attorcigliò all’albero della conoscenza del bene e del male, vietata
all’uomo, invece che all’albero della vita. S’è detto: spesso l’ispiratore non è un animale ma un morto, e così nelle Fiji gli aedi ottengono i loro canti in sogno, in estasi, o da un morto, ma più frequente è che l’ispiratore sia le due cose insieme: talvolta sono i morti malvagi che si convertono in bestie, talaltra i defunti soccorrevoli, come nel mondo greco e romano dove i mani o lari divorano le offerte in forma di serpenti, nelle nicchie domestiche. Un giorno in casa dei Gracchi comparverodue serpi, l’augure ordinò di ucciderne uno, avvertendo che se si sceglieva il maschio si cagionava la mortedel capofamiglia, se viceversa la femmina, sarebbe toccato alla moglie; Sempronio Gracco votò alla morte il maschio.

La coppia di serpenti della Roma repubblicana era composta di due geni custodi e anche di due nagual. Parve a Frazer che in Grecia, come tra i Bantù, i morti fossero visti in forma di serpenti. Presso gli Ebrei il serpente di bronzo (un metallo antidemonico presso i Greci),
innalzato nel deserto (Numeri XXI, 8) come segno di salute, mostra la presenza del tema; del resto, con una vocalizzazione diversa, la parola ebraica nahash (serpente) significa sortilegio, trarre auspici; e Jesse, dalla cui radice doveva nascere il Messia, è anche detto serpente. I commenti rabbinici, interpretando il passo dei Numeri, affermano che i serpenti mordevano le anime colpevoli e non i corpi, sicché l’innalzamento del serpente fu promosso da una dolorosa visitazione di custodi che si dovette volgere al bene riverendoli, erigendone il palo totemico. Così Pausania (IX, 38,5) racconta che l’ombra di Atteone seviziava il popolo e l’oracolo di Delfi consigliò di farne una effigie incatenandolo alla pietra dove appariva.

LA SCOPERTA DEL CUSTODE

Conoscere il proprio destino o genio è il sommo dei privilegi. L’uomo comune lo scorge soltanto al momento della morte; il wraith celtico appare accanto al morituro.
Occorre andare di là dall’io, morire a se stessi come persona composta di corpo e anima, se lo si vuole cogliere. Per propiziare questa penetrazione, per internarsi dietro il riflesso della propria immagine, si consiglia di rasentare la morte; lanciandosi da un dirupo o correndo rischi analoghi, si ottiene quella rimembranza integrale, fulminea dell’esistenza passata che ne scavalca i limiti e fa conoscere ciò che segretamente la regge o se si preferisce, la sua essenza. Questa sarà veduta o si tradurrà molto spesso nella qualità propria d’una bestia qualora si sia avvezzi a far buon uso delle bestie, ad assimilarne per
simpatia le facoltà.
Un ragguaglio del 1530 sull’Honduras coglie il metodo per individuare il nagual; i giovinetti s’addentravano in lande romite implorando la divinità a calde lacrime, immolando
un cane o un pollastro finché non comparisse, nel sonno o al risveglio, l’animale, che li colpiva all’orecchio o sui denti, cavando il sangue con cui firmare il patto d’unione. Tale sarà l’origine delle mutilazioni rituali d’ogni sorta. Presso gli Zapotechi, alla nascita d’un bambino si cerca il suo custode facendogli l’oroscopo, e offrendo unpo’ del suo sangue (cavato da dietro l’orecchio, l’organo della conoscenza): dopo si attende che la bestia compaia. In modo analogo nella Cristianità l’iniziazione battesimale fu trasferita dopo un certo tempo ai primi giorni di vita. Gli Jivaro nel Perù visitano una capanna abitata dagli
spiriti della foresta, si lavano e si dissetano nelle cascate, si valgono di teschi, ricorrono alle piante narcotiche per ravvisare gli antenati in forma di fiere, e colui che abbia così intuito la bestia custode, qualora ne incontri un esemplare vivo, lo affronta e lo placa con un discorso.
In Siberia segno della chiamata è l’essere colpiti da una folgore, invisibile o visibile, forse perché è un tipico trauma che fa rivedere in un baleno tutto il passato e dispone
a superarlo. La preparazione esige una rigorosa solitudine in una stanza o all’aperto, consumando droghe a digiuno finché il custode non compaia in aspetto di lupo, orso, corvo, aquila, gabbiano. Dopo, si procede al rito d’investitura. Sarà un uomo vile chi abbia per custode un cane, e forte invece chi abbia uno stallone, un orso nero o un’aquila.
Presso i Tungusi la morte dello sciamano scatena fra i giovani un’epidemia di malinconia fantasticante e di sonnambulismo: le forze custodi del defunto vanno errando d’attorno; il malinconico finisce col peggiorare, trema senza tregua, dà balzi e digrigna i denti, mentre gli altri migliorano. Al successore dello sciamano così designato si presenta il tamburo sacro e i ritmi che egli ne cava, lo aiutano a librarsi in estasi e ad accogliere il custode dello sciamano defunto.
In America, presso gli Ojibway, i giovinetti ancora casti, erano spesso tenuti a digiuno per procurarsi l’incontro con il loro custode, quindi si mandavano in un luogo romito vestiti di indumenti immacolati, con un tappeto adorno di simboli su cui coricarsi. Durante la loro vita solitaria dimoravano sugli alberi, in un «nido», dove dovevano pensare soltanto «alle cose buone da ottenere». Intanto, nell’accampamento, il padre o il tutore battono
il tamburo e pregano.
Presso i Thomson del Canada gli adolescenti partivano pellegrini sulle tracce del loro genio e la ricerca era stimolata da prove dolorose, flagellazioni e corse fino allosfinimento,  cui seguivano immersioni nell’acqua diaccia per quattro giorni e quattro notti senza quasi dormire; il giovinetto pellegrino danzava cantando in preghiera e meditando allo stesso tempo sul proprio abbigliamento simbolico o sulla fiamma di un falò. A digiuno nel
cuore dell’inverno, dopo essersi purgato e avere vomitato, l’iniziando doveva valicare montagne; di tratto in tratto, fermandosi sul cammino, accendeva un fuoco su una rupe e, una volta arroventata, vi spandeva dell’acqua per fare una sudata, e intanto si flagellava. Quindi si immergeva in un ruscello scagliando lontano le pietre calde e meditando sui sensi simbolici del gesto; oppure tirava a un bersaglio, punendosi a ogni errore con lunghe
corse stremanti. Il giovane non cedeva fino a che non gli avesse arriso la rivelazione del suo animale e del canto speciale con cui, da allora in poi, avrebbe potuto chiamarlo in soccorso. Attendeva anche che gli si rivelasse un amuleto o un insieme di oggetti simbolici da portare con sé in un sacchettino; a quel punto aveva il suo inno, i suoi strumenti sacri, un proprio blasone di cui fregiare lo scudo e collocare dipinto sulla tenda nonché in certi luoghi solitari della montagna, a lui noti e fausti: ormai era protetto
tutto attorno, stava sotto un’egida. I moderni hanno variamente preservato i cimenti senza conservare il fine razionale, accontentandosi di acquisirne lo scopo occasionale e secondario, l’indurimento dei muscoli e della tempra psichica.
Presso i Fox il custode si ottiene digiunando per quattro dì con la faccia dipinta di nero, e al momento dell’incontro si fa un’offerta di tabacco. Secondo loro per nutrire
il custode giova mangiare un cane.
La consuetudine tra i Kwakiutl è di bagnarsi nell’acqua gelida, di strigliarsi con rami di cicuta fino a sanguinare. Quindi ci si lava nell’urina, ci si strofina con le fasce d’una salma, ci si sfrega con l’elleboro poiché occorre perdere l’odore umano. Gli esseri che appaiono nelle visioni in tal modo ottenute si chiamano na’walaku, una parola dagli usi analoghi al latino genialis o genius, e si applica tanto agli esseri che appaiono nelle visioni quanto
agli strumenti liturgici. Il suo opposto è ba’xwes, che significa profano, ordinario, comune; è tale la stagione nella quale non si celebrano feste. I geni custodi dell’uomo, buoni o malvagi, sono anche detti ha’yalilagao («donna che mette a posto») e comprendono lo spirito del fuoco e i morti detti la lenox, termine la cui radice significa «lo spettro del morto tocca e fa ammalare». L’anima non ha ossa né sangue, è simile al fumo o a un’ombra ed è detta bescewene «corpo umano lungo» o «maschera umana» o «uccello»; siede sulla fontanella del cranio e abbandona il corpo nel sogno. La sua assenza rende deboli e riafferrarla spetta allo sciamano. Ha forma di civetta e ognuno ha la sua, legata al proprio destino. Dagli spiriti custodi si ricevono i «tesori», figli, visioni, amuleti, e il canto sacro.
A metà dell’inverno i giovinetti vengono affidati a una vegliarda che sa stabilire il contatto con gli spiriti, e ne tornano a tal punto invasati che per calmarli occorre allestire una grande festa nella quale tutti gareggiano largendosi doni {potlatch): nello scambio i beni muoiono per rinascere ricambiati. In certe speciali cerimonie il giovane in ritiro eremitico, riviveva con sofferenza nelle sue visioni le esperienze dell’antenato primordiale; veniva
inghiottito dal Dio supremo, anzi si trasformava in lui, diventando cannibale: fumava trance di cadavere, mordeva chiunque incontrasse durante la sua estasi furiosa; per calmarlo si suonavano i flauti, si danzava, si spargevano piume d’aquila, e infine lo si aspergeva d’acqua. I Kwakiud affermano che l’ingestione di cadaveri durante il rito ha la funzione stessa dell’eucaristia.
I Puyallup ritenevano che la purezza necessaria all’acquisto dei poteri geniali si ottenesse con abbondanti sudate che cancellavano le contaminazioni cagionate dall’amplesso, dallo spargimento di sangue e dal lutto. I geni custodi erano detti sqalalitut e la parola, affine a sqlatut, che significa sogno, ne era però distinta: infatti le estasi e le apparizioni non andavano confuse con meri sogni. Se i geni custodi erano forti, consentivano anche a
chi non fosse sciamano di resistere al potere sciamanico; i geni erano come un destino e un carattere compendiati in un animale e in una melodia. La ghiandaia rendeva vivaci,
pronti a negoziare e a farsi odiare. L’aquila magnanimi; il tuffolo pescatore fortunati nella caccia; il corvo longevi; l’orso grigio rudi, avari e coraggiosi; il lupo conferiva il fiuto per seguire le tracce; il serpente l’indipendenza solitaria; l’albero dalla chioma stormente rendeva bravi nel canto; il tuono in forma d’uccello candido dal becco sprizzante scintille portava l’opulenza. Gli animali che procuravano ricchezza e valentia nella caccia e nella
pesca donavano una canzone piena di semitoni che si estingueva in un murmure grazioso. Il genio della potenza, della ricchezza e della generosità giungeva come una
barca gremita recando un canto o una danza. Esisteva un genio pericoloso, che s’insegnava ai fanciulli a schivare, anche se sottrarsi a una vocazione, quale che fosse, poteva mettere a repentaglio la vita. Il genio infido insinuava gratuiti impulsi omicidi, scatenava furie sconsigliate, donava poteri stregoneschi, manifestandosi come una bestia
in metamorfosi, a due teste o altrimenti abnorme. Accanto al «potere segreto» che dotava di un’occulta forza sciamanica e di una seconda vista, esisteva anche un potere profetico. Nello sciamano entravano i geni delle malattie che, una volta guarito, avrebbe potuto curare. Vedeva gli spiriti, liberava i malati aggrediti da un altro sciamano, coloro la cui anima fosse fuggita, fosse stata contaminata dai morti, o alla quale il genio inutilmente
tentasse di manifestarsi, nonché gli afflitti dal genio d’un parente morto. Soltanto adottandolo, essi potevano guarire. Per ottenere la guarigione lo sciamano partiva per
una caccia simbolica, alternando un ritmo all’altro fino a scoprire quello giusto, terapeutico, mentre il demone gli lanciava sfide per bocca dell’infermo.
I Wishram cominciavano a «muoversi», quando, in giovane età, erano mandati in un luogo romito dove dovevano adoperarsi a erigere tumuli di pietre o a sradicare alberelli. Uno dei riti preferiti era una caverna colma d’acqua dove i giovanetti si dovevano immergere. La visitazione angelica del genio animale era annunciata da un rombo e una vampa seguiti da un vento gagliardo e un acquazzone. Nel deliquio in cui cadeva il giovinetto,l’animale o gli animali custodi gli indicavano i loro doni speciali e svelavano la loro canzone. Gli uccelli di monte o di pianura, i pesci lacustri e di fiume, potevano, comparendo al giovane, farlo ammalare, ma proprio per questo tanta maggior forza egli era destinato ad acquistare
nell’età matura. Sulla rivelazione occorreva tacere, per non indebolirla, tuttavia la si poteva indovinare dai tabù osservati e dai simboli che venivano indossati dopo averla
ricevuta. Soltanto sul letto di morte era ammesso svelare il proprio custode, onorandolo pubblicamente. La segretezza e l’obbedienza erano inflessibili. Tanto giova il segreto sulle vicende spirituali quanto la confessione dei peccati. La disciplina del segreto nei vari popoli era diversamente mantenuta, nel modo più stretto fra i Paiute settentrionali
o Pavioso: se lo sciamano svelava qualcosa della sua vita interiore, sapeva di dover morire. Presso i Klamath, si ritiene che il momento buono per trovare lo spirito custode sia un qualche trapasso critico: pubertà, afflizione, morte d’una persona cara. Si digiuna,
si suda e la notte ci si arrampica su una vetta dove si alzano, di corsa, dei gran cumuli di sassi, sempre pregando, poi ci si tuffa in stagni solitari dove appaiono gli spiriti. La rivelazione giunge con un’emorragia al naso e alla bocca, in un deliquio profondo, ed è compendiata da una canzone segreta (anche i Tungusi ritengono che lo stato sciamanico si acquisti con un’emorragia al naso).Spesso tutto avviene mentre si sta sott’acqua.

Sciamani potenti sono coloro che riescono a entrare in comunione con molti spiriti; nelle loro capanne istoriate essi sospendono le pelli animali corrispettive agli spiriti e accanto alla soglia pongono le loro effigi. Durante una cerimonia che dura cinque giorni, nel cuore dell’inverno, preceduta da una danza a ridosso d’un fuoco, lo sciamano spegne le torce con la bocca, ingoia e scocca fuori dallo stomaco dardi di ossidiana, e infine fa correre in giro le pelli vive appese nella capanna. Altre operazioni vengono escogitate di volta in volta, per sortilegio, come riempire di sangue o altro liquido un vaso vuoto. Al modo in cui
Mosè teneva al proprio fianco Aronne, così lo sciamano ha sempre un assistente; in certe tribù è un buffone che imita lo sciamano facendo ridere il pubblico. Lo sciamano dai molti spiriti indovina i segreti, agisce sull’atmosfera, cura le malattie.
Fra gl’indigeni della California uno spirito o un antenato ficca in corpo al predestinato un «male» che è anche una persona e ha la forma di un fuso o d’una punta di freccia; lo sciamano insegnerà il buon uso di questo dolore nel corso di una danza durante la quale si impara l’arte di estrarre l’oggetto malefico e rimetterselo dentro.
Chi ha trasformato questo «male» in un potere manipolabile saprà curare i malati. Quando san Paolo parla della sua spina nella carne intende forse una tale infermità.
È pratica d’altronde frequente l’assuefazione ai veleni, specie alla datura; nella Guiana si usano dosi di succo di tabacco a digiuno.
La chiamata dello spirito custode avviene talvolta attraverso una coerente e organica serie di sogni come presso i Cocopa nella California meridionale. La particolare vocazione sciamanica dipenderà dall’animale che fa la sua apparizione: il gufo, l’avvoltoio, il falco annunciano un potere nefasto, stregonesco. I Paiute ricevono il dono attraverso un sogno ricorrente, occorso per la prima volta magari a cinque anni, che viene finalmente compreso verso l’adolescenza: allora il suo vago mormorio
si profila in un canto. La canzone che parla di temi lontani e luminosi è propria di uno sciamano di somma potenza, quella che tratta di cose quotidiane di uno mediocre.
Talvolta, come presso i Maidu o Nisenan, i ragazzi, cosparsi di nerofumo, vengono educati a gruppi da uno sciamano che impone loro una dieta minima, li mette a dormire sull’imbrunire per un’ora e poi li fa rialzare e ballare prima di farli ricadere nel sonno. Quattro volte al giorno dovranno danzare attorno al fuoco soffiando i fischietti al canto dello sciamano. Per mantenere intatto il proprio potere, lo sciamano si fa ogni anno
un taglio dall’omero al gomito e ripone nella ferita sostanze medicinali ricoprendola quindi di piume. La mano del braccio così offeso diventerà letale. Lo sguardo dello sciamano fa tremare. Spesso il suo spirito custode è l’orso.

COME SI INTRATTIENE IL CUSTODE

Comunque si ottenga la conoscenza del proprio genio custode, il primo dovere è dare ascolto agli impulsi, riverire le illuminazioni e interpretare i sogni che da lui
provengono. Presso i Makah, lo spirito custode dispensatore di potenza sciamanica, appariva come una mano affiorante dal suolo: bisognava sfiorarla con riverenza e ubbidire
comunque, senza esitazione, a qualsiasi custode, «perché», come dice un povero, confuso, indiano d’oggi, «ti impartiranno ordini – fa’ così e così – come se ti stesse
dando di volta il cervello: ti sentirai la mano rovente come un forno, quando avrai dentro di te quel potere medicinale. Parlano, parlano e talvolta ti costringono a uscire di casa, e se non ubbidisci, fosse perfino un pesciolino a darti ordini, fa’ pure conto di essere spacciato. Se non fai come ti dice, quello ti abbandona per sempre, la strana sostanza ti va a finire nel petto e impazzisci. Quando diventi sciamano cominci a cantare e cantare e cantare.
Esci di notte e ti addentri nei boschi. Certe volte corri fino alla spiaggia. Dicono che ti cresce nel corpo un gran calore, tanto da non poter tenere niente indosso. Gli sciamani andavano errando per ben quattro giorni. Così si rinfrescavano. Dopo aver fatto ritorno a casa, cominciavano a cantare. Così nascono quelle canzoni».
Gli Yuma affermano che la fede assoluta nel proprio custode è la condizione d’ogni potestà, e chi mai osasse applicare gli insegnamenti del custode senza il suo permesso
di volta in volta, sarebbe condannato all’impotenza. Spesso il custode mette alla prova la fiducia e l’obbedienza del suo pupillo facendogli ammalare persone care. Lui dovrà astenersi dal curarle se prima non sarà stato investito del potere, salvo cadere malato anche lui. Anche lo sciamano siberiano, e la divinatrice coreana sono costretti
a ubbidire senza esitazione al loro custode, pena la follia o la morte. Presso gli Algonchini il genio comunica le sue volontà mediante sogni, stati meditativi o idee subitanee
e tutte le decorazioni dell’arte algonchina ne sono un memento. D’altronde che cosa fece grandi i patriarchi biblici? Non certo la loro tempra morale o il loro coraggio, ma
l’istantanea obbedienza a quei dettami imperscrutabili. Chi sia del tutto privo di genio è come un bambino, un mezzo uomo; tant’è, i Coyukon, vedendo i bianchi privi del genio, non reputano peccato ucciderli, e i Tinneh spiegano così l’inefficacia sui bianchi dei riti
medicinali. I Songhay ritengono i bianchi inetti perfino a discernere le cose e gli esseri dotati di anima dagli esseri inanimati.
Per rafforzare il genio giova rammemorare il passato, cogliendo le premonizioni via via ricevute dei vari eventi, così insegnano i Bella Coola. Il culto costante rende il genio più vicino, lo si chiama allora con vezzeggiativi («nonno», «amico mio») o con termini d’esaltazione («colosso»). La sua forza può essere nutrita, ed è quindi costume toccare la nuca di chi ha digiunato a lungo per fini sacri allo scopo di impregnarsi dell’emanazione del
suo genio custode così fortificato.
Strumento efficace per coltivare il genio è indossare la maschera intagliata secondo le fattezze che di lui siano apparse in una visione soprannaturale, specie se accompagnata
da una fuoriuscita di sangue dal naso. Se si nutre la maschera di tabacco, di cibo e le si parla, essa «risponde» e, quando venga indossata, conferisce la seconda vista, il potere di esorcizzare, la terapia, l’arte di maneggiare incolumi il fuoco e di reggere ignudi al gelo.

DAIMON da E. ZOLLA II°

VARIETA’ DI CUSTODI


Gli Inca avevano il loro custode, «fratello» o oracolo in forma raramente animale, essendo infuso nell’amuleto che veniva sepolto accanto al cadavere, oppure in una statua oracolare, o ancora nelle piume di falco, una bianca e l’altra nera, emergenti dal diadema.
Presso i popoli dell’America settentrionale il custode è conosciuto in modo meravigliosamente preciso, specie fra gli Algonchini, che lo chiamano manitú. Gli si attribuisce il potere di provocare a distanza ossessioni o dolori; certe forme di compassione conturbante sono provocate dal manitú della persona compatita. Presso i Finni il genio custode è presente in ogni uomo che sappia interiorizzarsi; il più adatto a coltivare il custode è il mago che nell’estasi gli si identifica completamente
grazie a riti e ingestioni di narcotici. La stessa concezione nutrirono Accadici e Persiani.
In Africa i cacciatori Nuanga, che possono avere più d’un custode per eredità o consacrazione o rivelazione, gli dedicano un animale. Per i Bambuti il custode è ereditario
e legato a una specie animale; dalla sua grandezza dipendono la fortuna, il fascino e la magia, coloro che ne manchino sono esseri spenti e tardi che talvolta diventano
assassini senza motivo. Gli Ewe ritenevano che lo spirito celeste (gbogbo) dell’uomo,
sovrapposto alle due ombre di vita e di morte, dimorasse nel cuore, e avesse occhi e orecchi: «Quando qualcuno fissa il cielo senza pensare a niente e, all’improvviso,
guarda dinanzi a sé e scorge un serpente è perché lo ha visto il cuore»: questo spirito celeste del cuore, che vede e ode senza occhi né orecchi carnali, è stato mandato in terra per adempiere un destino, e si confonde con il custode (kla o aklama) adibito a cogliere per l’uomo la preda di caccia, a infondergli felicità o infliggergli sciagure a seconda che egli lo coltivi e si attenga o meno ai segni della propria sorte. Fra i Galla e gli Scioani il custode animale riceve i giuramenti, e i suoi protetti portano anelli di rame al collo e cinture di cuoio ai fianchi per simboleggiarlo. Fra i Loango nilotici il custode è sempre un pipistrello, e ne
posseggono uno anche le bestie. Il genio dona, presso gli Yoruba, una capacità di cadere
in estasi che a poco a poco trasforma l’uomo in un essere geniale, «vitale, baldo, imprevedibile, generoso, di fantasia pronta, pittoresco»; la nuova sensitività infatti
rende profetici, fa indovinare tensioni nascoste individuandone i rimedi, abitua a percepire fatti e pensieri lontani e soprattutto infonde un’esultanza che rende insensibili perfino alle torture. «Si crede volgarmente che codesti pagani si lascino andare e divengano frenetici
durante il culto, ma invero la tensione crescente è dominata da un sentimento di tremenda concentrazione.» D’altronde la si scorge nella statuaria greca, dove il peso dei corpi è distribuito secondo armonia e le fattezze sono ridotte spesso a tratti simbolici.
Tra i popoli africani spiccano i Mossi dell’Alto Volta con la loro teoria particolareggiata intorno ai vari influssi soccorrevoli che scorgono nel fiato, nel sentire collocato
nel ventre, nell’intelletto e infine nell’anima vitale; quest’ultima, che può essere rapita e divorata dalle aniroe più forti e maligne delle streghe, proietta nei pericoli, mentre si fantastica e durante l’agonia un proprio doppio che si rende talvolta visibile agli altri (ed è un auspicio nefasto). Tale la composizione dell’uomo. Egli è assistito altresì da un antenato che in lui torna a «bere l’acqua» e lo rende simile a sé: per questo procurano piacere le allocuzioni evocanti l’albero genealogico, poiché rammentano la forza tutelare. Un veggente viene chiamato a individuare l’antenato custode, specie quando un
fanciullo cada malato e si sospetti che vari custodi se lo contendano. Inoltre aleggia sull’uomo una sorta di folletto il quale infonde certi tratti prettamente personali, e
infine un animale il cui destino è legato a quello della persona cui presta soccorso. È probabile che esso rappresenti una possibilità segreta di doppia vita o anche
uno stato di stretta affinità. I Maori discernono nell’uomo la vitalità (mauri); il
soffio (manawa) pulsante che pompa il sangue e la linfa nel corpo, che respira nel petto, si scalda nell’ira e si ritiene malvagio se mostra di essere apprensivo; l’anima (ngakau) che sta nel ventre pensa, prova dolore, gioia, e desideri; l’animo (hine-ngatro) e l’emotività (oroha), che può all’improvviso soverchiare ed è bene sciogliere nel
canto. Ma fra tutte queste parti spicca lo spirito custode (wairua), simile per un verso all’anima ma distinto da essa. Wairua sente ed esercita gl’influssi sottili, può generare
ossessioni nella mente altrui, va errando durante il sogno, nutre il desiderio d’imparare le tradizioni sacre e comunica con l’uomo mediante cenni e segni; quando di
notte si è in viaggio e ci si sorprende a cantare è perché il custode (waìrua) ha sentito una qualche minaccia aleggiante: l’uomo con la sua mente, le sue emozioni, la sua
vitalità non ne sa niente e l’unico modo che lo spirito custode ha di avvertirlo è appunto di ispirargli quel canto notturno. Presso certe tribù dell’Australia (Bad, Djaui, Nimambur)
gli spiriti custodi dei nascituri vengono visti in estasi dal padre, e si ritiene che risiedano in certi luoghi speciali (loci geniales) e facciano parte della sostanza invisibile,
feconda e vitale di Dio. Una volta incarnati, si trasfondono nella inconfondibile genialità personale (djalnge, donde djalngogor, sciamano) che è tutt’insieme la forza
spirituale, la «disposizione al sogno estatico» e il «tempo primordiale in cui ogni cosa viene rivelata e accadono gli eventi essenziali». Distinto dall’anima (nimerat) che pensa e fa pulsare il corpo, lo spirito custode fu conferito da Dio all’uomo, e infatti lo aiuta con cenni minimi a prevedere il futuro: «Può accadere che l’aborigeno australiano avverta un movimento involontario in qualche parte del corpo. Allora… cade d’un tratto in uno
stato di riflessione e ricettività, per vari minuti, finché non abbia capito chi stia per giungere nel prossimo futuro…Molti bianchi, che conoscono bene i loro dipendenti indigeni, citano esempi sorprendenti della loro facoltà di sapere ciò che sta succedendo anche a centinaia di miglia di distanza», assicura Elkin. Il riflesso involontario del corpo fu ritenuto un cenno
del genio custode anche dai Greci e Romani, e in genere in Occidente il sobbalzare dell’occhio sinistro è un segno infausto, favorevole quello dell’occhio destro, ma l’arte di interpretare questi movimenti spontanei si coglie, meglio che altrove, in Australia. Intanto essi sono un invito immediato a orientarsi nel luogo dove ci si trova, cogliendo
perciò il significato profetico nascosto nell’arrivo d’un animale o nel sorgere d’una colonna di fumo, a seconda di dove si collochino nello spazio, come insegna la tecnica augurale. Petri ha potuto apprendere dalle tribù del Dampierland che un lieve sussulto nelle varie parti del corpo annuncia l’arrivo di un familiare: se nel petto, sta arrivando la figlia della sorella, nel braccio la moglie, nella schiena la madre e lo zio materno, nel piede il cugino
per parte di padre e la sorella, nella spalla lo zio della moglie e la suocera, nella gamba in basso il cugino da parte di madre e il nonno, nella gamba in alto la polizia bianca;
ognuna di queste persone indica un raggio del cosmo, sicché tempeste, incendi, piogge e tutti gli eventi sono presagiti in questa o quella parte corrispettiva del corpo, che entra
in vibrazione al tocco premonitore del genio custode. Il cuore avverte l’esito delle battaglie: se il battito è leggero, è un segno favorevole, se è pesante, nefasto. Una certa pianta,
un certo animale, quello appunto totemico e corrispettivo al proprio genio, posti sul medesimo raggio cosmico dell’uomo, lo avvertiranno dei pericoli che sta correndo.
Il genio dello sciamano australiano è così gagliardo da cacciare, assorbire, catturare le anime altrui, da ritrovare gli oggetti, da guidare al buio, da provocare o da far
cessare la pioggia; suo strumento in queste imprese e durante le sue escursioni fuori del corpo, è una cordicella immaginaria, fulminante e tonante. Lo sciamano non ha
forse uno sguardo di folgore? I drammi cantati e danzati (corroboree) narrano storie di sciamani, tale sarà il tema di ogni arte primordiale.
A Sumatra i Toba-Batak onorano il genio {tondi) d’un culto speciale: gli rivolgono parole propiziatrici che lo tengano di umore allegro, e procurano di accrescerlo mangiando carne umana. Si pensa, si desidera, si teme e si spera con l’anima {roba), ma la fortuna, la malattia, il sogno, il sentimento dominante dipendono dal genio {tondi), la cui volontà è colta dagli oracoli. Dalla forza eccezionale del genio emana la numinosità, fascinazione
o gloria {sahala), propria degli uomini di eccelso destino e sostanza degli dèi; chi la possiede può sia largire benedizioni che infliggere maledizioni.

 

 

FIGURE NON BESTIALI DEL CUSTODE


La figura del genio non è di necessità bestiale; presso gli sciamani d’America questa «fonte di potere è per lo più un uccello o un animale noto per la sua forza o qualcosa
di connesso alla vibratilità, come il vento o la grande acqua ribollente o un monte scosso da una forza arcana». Ogni oggetto naturale suggerisce un ritmo vibratorio e può pertanto assumere una veste angelica; presso i Thomson della Columbia Britannica i guerrieri, i pescatori e gli sciamani hanno custodi diversi; questi ultimi possono avvertire come loro tutori la notte, la bruma, il sereno, il levante o il ponente, una fanciulla, un bambino,
le mani e i piedi dell’uomo, le ossa o i capelli dei morti. D’altronde si è visto che il genio animale è convertibile in un simulacro; gli sciamani siberiani usano trasfondere le presenze geniali in amuleti di legno: contemplandoli la mente afferra il genio. Forse descrive una consacrazione sciamanica di oggetti a nagual il passo che chiude la seconda parte della Scrittura guatemalteca, il Popol Vuh, dove gli eroi, sole e
luna, piantano in mezzo alla loro casa delle canne la cui sorte è parallela alla loro, mostrandosi esse germoglianti o aride in segno rispettivamente di fortuna o di sventura.
Vengono chiamate «canne vive» e «centro della casa». Gli Australiani creavano oggetti sacri detti ciuringa (da ciu celato e runga proprio, personale) di legno o di pietra, con segni incisi: ognuno tiene nascosto il proprio, inciso dal nonno prima che il nipote nascesse, e al compimento della maggiore età gli viene presentato come l’animale da cui egli proviene. Era infatti il tramite che lo avrebbe legato al passato primordiale, ai primi antenati e alla loro condizione beata. L’idea che si attingano in tal modo gli antenati primordiali è diffusa anche in America. In Grecia le statuine delle psychat erano dette kolossoi e avevano il medesimo scopo. In Egitto la statua era offerta come appoggio allo spirito custode {ka) d’un morto, in sostituzione del corpo. Le cerimonie di consacrazione delle statue, che aiutavano a raggiungere l’estasi, sono menzionate in un tardo trattato ermetico, l’Asclepio,
dove si parla di un miscuglio di erbe, pietre e aromi «aventi in sé una forza di naturale divinità»; il miscuglio veniva riposto negl’idoli e dotato di proprietà affini alle corrispondenti musiche sacre. Le immagini e gli oggetti sacri cristiani avrebbero ereditato questa funzione. Presso i Fox tutte le forze divine possono avere funzione di custodi: il Signore del cielo, le stelle, i morti sotterranei che suscitano le sorgenti, il grano (com’è evidente
dall’energia che infonde a chi lo mangia), le tortore (perché «hanno voce di manitu») oltre ai serpenti, rospi, gufi, volpi, lupi. Presso gli Ibo della Nigeria il custode è un albero che può lanciare richiami, che ha una sorte legata a quella dell’uomo. Anche presso molti Siberiani il custode è un albero e l’ascesa nei cieli avviene salendovi di ramo in ramo, come per una via o su per una scala. Stupenda è la visione dell’albero sacro toccata in sorte a un Ojibway: una fra le rarissime a noi trasmesse nonostante il pudore del soprannaturale: «Egli vide venire dall’Oriente un uomo, il quale gl’indicò un pino gigantesco, la sua vetta toccava il cielo e i rami si stendevano sulle terre e sui mari. L’uomo iniziò a cantare additando l’albero la cui cima prese allora a oscillare, la terra si gonfiò attorno alle radici, i fiumi muggirono nei loro letti. Ma appena l’uomo tacque e abbassò la mano, si ristabilì il perfetto silenzio e tutto fu immobile. L’uomo lo invitò a
ripetere a sua volta il canto ed egli cominciò:

Sono io che viaggio nei venti
sono io che canto nei giunchi
e scuoto la terra e gli alberi
e sollevo le acque dal loro fondo.
Mentre cantava udì stormire il vento, vide oscillare la cima
del pino, sollevarsi la terra e agitarsi le acque.

«Quindi l’uomo, promettendo di tornare, s’allontanò come era venuto».
Le figure diverse dall’animale sono innumerevoli: un osso, un fiore (presso i Naskapi), un globo di fuoco crepitante, una pallina sanguinolenta (presso i Kwakiutl), un’aureola, un chicco di grandine (presso gli Shoshoni del Nevada) o una scintilla che esce dallo sciamano in estasi. Il custode si ode spesso come un tremito di elitre o un battito d’ali, che fungono da spunto della canzone sacra personale e segreta; perciò è così spesso un insetto, un uccello o un mucchietto di piume. D’altronde nello yoga si dice che la sillaba sacra sulla quale si concentra la meditazione è visualizzata come un uccello che solleva in alto il meditante con un suono speciale; così librato, egli vedrà fuor di sé il proprio corpo. Si colgono in Occidente molte analogie di questa concezione, come le ali tuonanti
dei cherubini di Ezechiele che Gregorio Magno nelle sue Omelie chiama «portatori della contemplazione»; Teodoreto a sua volta adopera il suono delle ali come
metafora della visione di cose puramente celesti.

DAIMON da E. ZOLLA I°

 

“Il corpo dell’uomo vuole cibo, la mente assiomi, l’anima estasi”  

Elémire Zolla è stato scrittore, filosofo e storico delle religioni italiano, conoscitore di dottrine esoteriche e studioso di mistica occidentale e orientale.

“Elémire Zolla fu persuaso fin dalla prima età che la qualità del pensiero è in stretto rapporto col perfezionamento della vita interiore: più questa si ossigena nel profondo e più la mente sarà tersa e i pensieri privi d’inganno. A questa persuasione, divenuta norma, Zolla si attenne dagli inizi del suo cammino di scrittore. Lo fece da uomo laico, vivendo però una vita mistica, e la fecondità del suo pensiero sta nell’incontro felice e rarissimo di una mente laica, nutrita di un implacabile spirito critico e inquisitivo, con un cuore assetato d’infinito: ‘Già prima che si sappia – scriverà ne La filosofia perenne (1999) – si è connessi all’universo intero’.” da Associazione Internazionale di Ricerca Elemire ZolIa (http://www.elemirezolla.org/#up)

 

Estratti dal libro “LE POTENZE DELL’ANIMA”.

 

IL CUSTODE dello SPIRITO

“È una tale fortuna godere dello spirito o intelletto e s’accompagna a un tale trasporto, che spesso coloro che vi accedono affermano di sentirsi guidati alla sua soglia come da una presenza invisibile, da una pura intelligenza diversa per natura da loro: Socrate chiamava suo demone o «custode» questo mediatore (detto metaxy nel Simposio platonico).”

IL DESTINO E IL CUSTODE


«Nulla ci reca la Fortuna che il Destino non conceda.
Né così ragionando si difende il male
Né del suo compenso si froda la virtù;
Nessuno infatti detesta meno le erbe velenose
Perché nascono non per caso ma da certi semi,
Né piacciono meno le dolci vivande
Perché la natura e non l’arbitrio largì le messi.
Né importa donde nasca il male, se male si
chiama.
Ma è dono del destino così spiegare il destino.»
Manilio, Astronomica, IV

«C’è una divinità che modella i nostri fini,
Comunque noi li sbozziamo.»
William Shakespeare, Amleto, V, 2,10

 

 

IL DESTINO


È ingenuo almanaccare se quanto accade a un uomo sia meritato, saggezza insegna che ciascuno è la sintesi del suo carattere e delle circostanze: è un destino. Pietà significa, latinamente, essere docili come Enea ai segni del fato. Se il seme e il nutrimento sono la causa materiale d’una vita umana, se la causa efficiente è il concepimento e la causa formale l’idea di un corpo animato, la causa finale non potrà che essere il destino di quella vita, a meno che non si rinunci del tutto a parlare di fini, invocando soltanto
combinazioni e probabilità. Ma in questo caso l’esistenza appare un azzardo dove nulla ha senso in quanto privo di una causa finale, dove soltanto l’inibizione dell’intelletto
impedisce di disperarsi, e dove comunque incombe una paurosa insicurezza, che accende la bramosia e l’ansia oppure l’utopia luciferina, l’illusione di poter costruire e
«scegliersi» il proprio destino. La prima soluzione solleciterà a impiegare, parlando della vita, la metafora dell’albero o del fiume o della strada; la seconda soluzione indurrà
a utilizzare le metafore della colata di lava o del vortice marino travolgenti o della macchina da costruire e far funzionare. La sorte è l’alveo nel quale fluisce il tempo d’un
uomo: difficile vederne chiaramente il profilo; tuttavia, garantisce san Paolo, «sappiamo che ogni cosa contribuisce al bene di coloro che amino Dio, di coloro che son
chiamati secondo il Suo decreto… perché coloro che conobbe predestinò e costoro altresì chiamò e giustificò, e quanti giustificò, glorificò» (Romani VÌR, 28-30).
La vita di chi abbia avuto un’esperienza capitale, per la quale «valeva la pena» di vivere, è comunque sempre una chiara e sicura sorte, perché tutti i casi che gli siano
occorsi si dispongono in ordine a quell’evento come la limatura di ferro si orienta a formare una rosa attorno alla calamita. La vita di un santo, come quella di Agostino, è tutta impregnata di destino perché ogni suo episodio è una tappa verso la conversione e la sua intera esistenza disegna un percorso con ambagi e arresti o cammini spediti,
verso il fatidico fine; la conversione è infatti il prototipo dell’evento elargitore di destino, ma anche vicende meno eccelse possono dare un senso, cioè sorte a una
vita. Un mero e orrido accumulo di fatti è una vita alla ventura, tutta fortuita; e benché il fato si sveli soltanto quand’è compiuto (il momento di morire è l’ultimo in
cui sia concesso di ravvisarne la forma) e si resti incerti fino all’ultimo sul suo profilo, conviene riporvi calda fede e ferma speranza, come prescrivevano certi motti: «Ho il mio astro», «Non si volge chi a stella è fisso». Le metafore che designano il fato sono tratte spesso dalla filatura, dall’orditura dei tappeti; lavori del genere seguono appunto una trama che, a osservare le singole manovre del filatore, può restare occulta, ma si rende
comprensibile alla fine o dall’alto, tanto che è premiato chi abbia subito posto fede nel filatore restando in pace e quieto durante l’attesa. Talvolta alcuni credono di toccare
con mano la sorte quando osservano premonizioni o sono colpiti da coincidenze che il gioco delle probabilità non prevede. Così Plutarco, dopo aver elencato la serie di avvenimenti che prepararono la morte di Cesare, osserva: «Tutte queste circostanze erano forse dovute al caso. Eppure il luogo destinato all’assassinio nel giorno
in cui si riunì il senato, era lo stesso nel quale sorgeva la statua di Pompeo; era inoltre uno degli edifizi eretti da Pompeo e da lui destinati a uso pubblico come teatro, il che mostrava come un’influenza soprannaturale guidasse l’azione e la indirizzasse a quel luogo».
A sua volta Giuseppe Flavio così narra l’uccisione di Antigono: «Giuda, esseno dalla nascita, mai s’era sbagliato nelle sue predizioni. Quando vide Antigono passare per il Tempio, gridò ai discepoli seduti intorno: “Oh Dio! Meglio per me morire, giacché è morta la verità e una mia predizione s’è mostrata falsa. Ecco Antigono vivo, e doveva essere ucciso oggi a Torre di Stratone, che dista settanta miglia di qui, e sono ormai già le dieci!…” Poco dopo giunse notizia che Antigono era stato ucciso
nella rocca sotterranea chiamata Torre di Stratone, come la città costiera di Cesarea».

LE  RETTORICHE DEL DESTINO

Se al senso del destino sono legati abbandono e felicità come fiori alla radice, la sua assenza, l’idea della cieca ventura, è la morte vivente. Disse Kafka: «Ci può essere
una conoscenza del diabolico ma non una fede nella diabolicità, perché di diabolico c’è soltanto quanto appare di caso in caso».
Si sente una differenza tra gli accadimenti predestinati e i casi della fortuna, questi infatti disorientano e, infondendo una penosa sensazione di vuoto, inducono a vedere
nel mondo solo confusione, inutilità; viceversa l’esultanza si lega ai momenti nei quali ci si sente simili al ragno che comincia a vedersi nel cuore della sua tela e non più
librato a un filo. Di qui il fascino dell’uomo raggiante, che ha la certezza del proprio destino. Gli Ewe del Togo affermavano che l’uomo avesse, oltre all’anima, uno spirito che
ne improntava il carattere e il destino. Era stata la Madre celeste a inviarlo per incarnarsi con certi compiti e con una particolare benedizione: si chiamava «quello che ritorna
là donde è venuto» (dzogbo), e si diceva avesse il dovere di ripetere ciò che già aveva fatto in cielo: lo stesso lavoro, gli stessi figli, penando se non avesse ritrovato la sua
donna, esposto a mille traversie che lo avrebbero comunque sbattuto nuovamente tra le braccia di colei che, fra le altre sue mogli, si sarebbe chiamata la «donna dell’aldilà»
(idzogbemesi). Guai a non pagare i debiti contratti lassù, a non eseguire i mandati ricevuti, a tradire il destino.
Nel Ghana si narra che la Madre celeste emani il «messaggio del destino» per l’anima pronta a incarnarsi, e le faccia cadere in bocca una stilla dell’acqua di vita, che bolle
ma non brucia e in cui Ella si riflette. È la stilla che desta il soffio. La Madre celeste avverte l’anima che durante la vita dovrà perfezionare il suo spirito vitale, la scintilla di
fuoco lunare che le accende il sangue, altrimenti non tornerà al mondo divino ma sarà costretta a reincarnarsi. I re ghanesi celebravano un rito di quando in quando per rinnovare il bagno primordiale nell’acqua di vita. Questi fondali, anteriori e posteriori alla nascita, sui quali si proiettava la vita, conferivano un sentimento augusto.
Così le rettoriche della reincarnazione in Africa, Australia e altrove in Asia, aiutavano anch’esse a sentirsi nell’alveo di un destino, come insegna Platone nel Me- stone pensando che se l’anima per rinascere deve morire, occorrerà mantenerla pura. Tali rettoriche contengono un insegnamento. Infatti come può un uomo ignaro di
metafisica in mancanza di simili soccorsi, abbandonarsi alla trama della vita riponendo piena fiducia nella causa che lo portò a nascere, e che comunque fece accadere la
realtà universale e il tempo stesso? Gli antichi sapevano che occorreva edificare un’impalcatura rettorica cui l’uomo comune potesse appoggiarsi per staccarsi dalla morsa della vita quotidiana. In certe cerimonie africane si ingiunge in modo tassativo:
«Di’: Il cadavere non è morto! Afferma: Il cadavere è risuscitato!»; nei misteri egizi e mitraici il fedele doveva gridare perentoriamente affermazioni affini. Una volta
pervaso da tali certezze l’uomo comune riesce a trascendersi: l’aldilà, le vite trascorse e l’esistenza futura sono modi di estendere la persona modificandola fino a distruggerla
virtualmente; aiutano a scavalcare se stesso anche chi non concepisca la liberazione dal proprio io, ma soltanto la sua salvaguardia. Il destino è l’idea liberatrice per eccellenza. E il tema delle fiabe, tutte «tessute sull’enigma della sorte, dell’elezione e della colpa. A volte la
gloriosa avventura tocca all’innocente, al semplice pastore, alla ragazza murata nella torre; altre volte una forza imperiosa spinge gl’inquieti alle partenze senza ritorno…
Ma una forza più imponderabile ancora istiga tutti costoro all’infrazione, alla provvida colpa… Va nelle fiabe la sorte più splendida a colui che senza speranza si affida all’in-sperabile… Chi si affida… sa ragionare a rovescio, discernere
cioè il filo segreto, l’inspiegabile gioco d’echi».

 

 

IL CUSTODE DEL DESTINO


L’esultanza, l’ardimento di chi si sa in buona guardia e ben guidato, costituisce nell’uomo una disposizione superiore allo stato consueto all’anima e all’animo; il luogo dell’interiorità dove si incontra il proprio custode e il proprio destino, e dunque la sapienza, è il più alto e soave. Le lingue turco-mongoliche ne celano il profondo concetto ricavando l’espressione che denota il custode soprannaturale dalla stessa radice (dxaian, iaion) che forma
le parole «destino» e «Creatore»7; in greco daimon significa insieme genio e destino.
Per un uomo moderno evidenze del genere sono quasi irricuperabili, come scrisse Artaud a proposito del culto del peyotl presso i Tarahumara del Messico: «un Europeo
non accetterebbe mai di pensare che quanto ha sentito e percepito nel proprio corpo, l’emozione da cui è stato scosso, la strana idea che ha appena avuto e che
lo ha entusiasmato per la sua bellezza, non sia sua, e che un altro abbia sentito e vissuto tutto questo proprio nel suo corpo, o allora penserebbe di essere pazzo… ma la
differenza fra lui e un alienato è che la sua coscienza personale si è accresciuta in quest’opera di separazione e di distruzione interna a cui l’ha condotto il peyotl e che
rafforza la sua volontà».

IL CUSTODE COME BESTIA


Oltre all’anima e allo spirito (all’ombra e al vento) l’uomo ha un suo genio. Presso i pastori Peul della Guinea il corno sinistro dei buoi è emblema dello spirito, quello destro dell’anima.
In mezzo sta seduto il genio della sapienza, Koumen. Così tra le corna degli animali sacri nell’iconografia arcaica cinese spunta un serpente: il genio, e alle corna si abbevera; così nella civiltà mediterranea un simbolo dell’illuminazione (che può essere un danzatore sacro) balza sopra il toro, tra le due corna (si può congetturare: dello spirito e dell’anima).
La coscienza del proprio genio era un tempo abbastanza comune, come si osserva tuttora nelle tribù australiane, andamanesi, ciukci; in seguito si fece rara, e appannaggio
degli sciamani (secondo l’etimo manciù, la parola viene da shaman, «coloro che sono invasati», o secondo l’etimo sanscrito, da sramana, «asceti»). Propria degli sciamani è
la capacità di formare un sodalizio con le bestie. Esiste infatti un legame non soltanto tra l’ascesi e la fratellanza con gli animali, ma anche fra la natura dell’anima belluina e la
genialità. Quest’ultima mette sull’avviso di cose inibite all’individuo comune, largisce all’improvviso rivelazioni di origine impenetrabile, e rassomiglia perciò all’interiorità
Nella schizofrenia ricompare il custode soprannaturale, ma per impoverire invece di arricchire la vita spirituale: delle bestie, parimenti pronta e misteriosa. Poiché d’altronde
in ognuno il genio personale è inconfondibile, questa sua particolarità si esprime naturalmente nel timbro analogo e nella qualità della bestia con la quale l’uomo entri
in speciale simpatia o perfino in una forma di comunione propizia al suo genio. Presso i Northfork Mono della California lo sciamano custodito da un cervo invisibile
è cercato dai cerbiatti, presagisce dove e quando il suo animale comparirà, e attorno alla dimora dello sciamano protetto da un orso si aggirano molte di queste belve.
Gli animali dal fascino robusto si ritiene posseggano a loro volta un genio custode, concepito ora come una delle loro anime (presso gli Ainu, i Samoiedi, gli Ostiachi),
ora come esterno a loro e talvolta confuso con il genio della specie, o, nell’America meridionale, con il genio del luogo. Con l’avvento del Cristianesimo in Siberia, gli spiriti
custodi delle specie animali furono sostituiti da san Nicola per i quadrupedi, da san Giorgio per gli uccelli, da san Pietro per i pesci. Secondo gli Jukagiri e gli abitanti
delle foreste brasiliane, l’uomo può procurarsi i favoridel genio animale fino a farsi concedere la vita della bestia stessa: forse questa è una frode ideologica rispetto
all’amorevole innocenza originaria dei popoli spigolatoli. Infatti si dice che soltanto la renna cui piace il cacciatore possa venirne uccisa: dietro il loro cruento incontro si celerebbe
una congenialità dei rispettivi destini, una sorta di patto segreto. Gli Jakuti insegnano che il genio delle fiere in libertà è gagliardo, mentre nelle bestie in cattività sono dominanti le anime inferiori.
L’idea del genio varia ma è diffusa ovunque nei popoli. Nel mondo germanico gli eroi «avevano fede» in un cavallo, in una mucca o in un corvo, si concepiva come lupo il soffio e il principio dell’estasi (Odino), si coglievano sotto specie di corvi l’anima e la memoria12 e si ravvisava in forma di animale la mente più segreta (hugr) di ciascuno nonché l’animale custode o genio accompagnatore (fylgja, donde follower) percepito dalla seconda vista;
la forma simbolica appare vivida alla fantasia di chi intuisca il timbro che essa simboleggia. Di un uomo pronto e intuitivo si diceva che «aveva un genio (fylgja) forte», e si distingueva il genio personale dal genio della famiglia (o hamingja), anch’esso fonte di ispirazioni e di
ordini; veniva trasmesso da nonno a nipote insieme al nome, e la sua forma si ravvisa in una vergine o valchiria. Nel vario gioco d’influssi che intreccia la vita, spesso
il custode individuale si confonde con quello della comunità, è quest’ultimo che respinge le malie dei nemici contro Olaf, e nella Saga ài Gretti è considerato il baluardo
contro le stregonerie, i furti d’anima. Anche fuori del mondo germanico le cui concezioni
hanno formato l’araldica, le leggende sull’origine dei casati nobiliari e le polene delle navi in Europa, le figure del genio individuale e della stirpe, assai spesso si intersecano;
mentre nel mondo teutone il genio della stirpe ha anche figura di donna o di vergine, altrove è sempre una bestia, dalla quale si afferma di discendere: è l’antenato totemico,
donde gli elmi simulacri di fiere. Per mostrare che il genio della stirpe protegge, quale metafora migliore della paternità ancestrale? E per ritrarre dal vivo la persistenza di
una schiatta nel volgere mutevole delle generazioni, che cosa è più adatto dell’effigie di un animale? D’altronde presso molti popoli si crede che i morti prendano dimora negli animali; quando si è visitati dal proprio genio è come ci si sentisse abitati o visitati da un
morto propizio e ispiratore, e accompagnati dalla propria fiera prediletta: le due immagini sono convertibili l’una nell’altra. In Siberia l’animale custode è sempre imo sciamano
morto. In Oceania il potere geniale {matta), trasmesso sovente da un amuleto o un incantesimo, proviene da un morto. Anche il devoto cristiano sentiva l’assistenza
dei suoi buoni morti, e nel Knight’s Tale di Chaucer Arcita morendo lascia all’amata Emelye il proprio «spirito dolente» che la proteggerà come custode.

IL NAGUAL

Nell’America centrale il genio è detto nagual, un termine che Antonio de Herrera nella sua tìistoria de las Indias occidentales rese con «spirito familiare»: una traduzione plausibile. Infatti nei riti ecclesiastici europei, quando non fosse sufficientemente chiara e presente la figura dell’angelo custode, si ricorreva alla propiziazione dello spirito familiare ancora ispirato alle antiche pratiche germaniche. L’imp inglese, i diabletaux o mannequins francesi
erano cagnolini, gatti o gufi, civette o caproni oracolari
ipnotizzati o col ruolo di ipnotizzatori. Egualmente gli abitanti di Samoa usavano tenere un animale del loro totem in gabbia per ottenerne responsi oracolari.
Gli Spagnoli non ravvisarono differenza alcuna fra magia nera europea e fede nel nagual, e nel Camino del Cielo Nicolas de Leon prescrive ai confessori di interrogare i penitenti per sapere se mai indovinino interpretando auspici, se bevano peyotl per scoprire i segreti, se vaghino di notte implorando l’aiuto dei demoni e se «sanno parlare alle vipere con parole che le costringano a ubbidire». Ma nell’America centrale il nagual, che
significa letteralmente gnosi, non aveva di necessità i tratti satanici dello spirito familiare europeo opposto e contrapposto all’angelo custode cristiano; era un oggetto
o un essere tutore, così strettamente intrinseco all’uomo che ciò che capitava all’uno si rifletteva sull’altro. Il suo nome vero era tonai, che significa calore, estate, sole;
il tonal sotto cui si nasce è la propria costellazione: il destino. Molti scoprono il proprio nagual soltanto in tarda età. La conoscenza del nagual o dei nagual veniva procurata
da una confraternita i cui adepti ne propiziavano l’apparizione con danze e usando una lingua segreta ardentemente e complicatamente metaforica. Ad esempio
«donna rossa coi serpenti nella gonna» è il sangue, «coniglio» significa «aria», e la terra è detta «fior dei fiori» o «bocca divorabocche» o «specchio fumante», il fuoco
«rosa splendente», la malattia «fiato di vampa». Il nagual è attestato nell’America centrale. In talune fìgurazioni arcaiche si vedono spuntare al di sopra d’un uomo
una belva: giaguaro, coccodrillo, scimmia, serpente, uccello; spesso sono guerrieri in pose d’assalto, custoditi dalla bestia che li sovrasta. D’altronde gli dèi messicani che si «rivestivano» di una testa di bestia erano puri spiriti, molto simili a quelli di certe tribù papuase che si concretano in una maschera e in un flauto (in una faccia e in
una voce), e si aggirano nel corpo d’un animale affine.

 

continua…

LABORATORIO SOGNI & MITI

Il Laboratorio Sogni & Miti è un nuovo progetto che nasce con l’intenzione di vivificare la nostra naturale tendenza a pensare per immagini, a sentire e rappresentare la realtà in termini mitologici. Il mito è definito da Joseph Campbell la necessità di avere un modello che dia la direzione da prendere e delle risposte su come trattare i problemi e le occasioni che incontriamo nel corso della nostra esistenza. Dalla notte dei tempi i miti vengono raccontati sotto forma di storie del mondo e dell’essere umano (della sua creazione, trasformazione, morte e resurrezione) e accompagnano il farsi dell’anima nel suo cammino.

“Ciò che fa il mito per noi è mostrare il trascendente oltre il campo fenomenico. (…)  E’ portatore di un’energia  che proviene da un regno che sta al di là dei poteri della nostra conoscenza, e tale energia si lega a ciascuno di noi, in questo nostro corpo, per un certo compito.” J. Campbell

Ripetere i miti e celebrare i riti sono operazioni sacre che permettono all’individuo di avere un centro, di trovare un asse che colleghi la storia personale -biografica- con la dimensione transpersonale, per rendersi trasparenti alla trascendenza:

“Sul bordo della trascendenza si situa la felicità, intesa come senso profondo di essere presenti, di stare facendo ciò che dobbiamo assolutamente fare per essere noi stessi.”

Il mito, come modello e possibilità di confronto con la storia dell’essere umano e delle sue esperienze dalla notte dei tempi, è un’occasione di conoscenza e approfondimento delle dinamiche psichiche che ci costituiscono e che sono intrinseche alla condizione del vivere, nonchè fondanti gli aspetti culturali che caratterizzano una società. Secondo J. Campbell una mitologia operante è al servizio di quattro funzioni: mistica (rende cosciente un certo significato dell’esistenza), cosmologica (di conciliazione con la natura), sociologica (è uno stabilizzatore sociale) e psicologica (accompagna lo sviluppo dell’individuo nelle varie fasi).

Elemire Zolla parla del mito come di “un racconto che ferma l’attenzione, colpisce e trasmette delle verità, smuovendo qualcosa nel nostro inconscio e in quest’azione sta la sua forza. La vicenda mitica ci impegna al di sotto della nostra coscienza”.

Ognuno di noi risuona con particolare intensità con un certo tema mitico, il leimotiv che fa da sfondo all’esistenza: ripercorrendo le tracce delle divinità, degli eroi e delle eroine e delle loro avventure, possiamo accogliere anche la nostra storia e rivederla sotto una luce più comprensiva e ampia, in una cornice che la colloca in una storia del mondo, che interpretiamo e da cui possiamo apprendere significati fino ad ora inesplorati.

In alcuni sogni, nell’arco della vita, appaiono i temi mitici che vivono attraverso di noi: rievocando la potenza di queste immagini ci troviamo ad aderire con maggior forza al nostro destino, alla voce del Daimon.

 

Il Laboratorio Sogni & Miti avrà cadenza bimensile.

1. incontro: INTRODUZIONE alla FUNZIONE del MITO: da J. Campbell alla psicologia archetipica di J. Hillmann

2. incontro: I MOTIVI MITOLOGICI da “Il linguaggio dei sogni. Simboli e interpretazioni” di E. C. Whitmont e B. S. Perera. Utilizzo dell’amplificazione con i motivi nel mito nel lavoro con i sogni

3. incontro: IL MITO di PHANES nella tradizione orfico-pitagorica

4. incontro: DIONISO e lo SPARAGMOS, l’archetipo della vita indistruttibile

5. incontro: ARIANNA e il LABIRINTO, la Signora degli Animali

6. incontro: ISIDE VELATA e i suoi MISTERI

7. incontro: GEA e URANO e il tema della successione al padre

8. incontro: SATURNO, il lontano Signore della Pace

9. incontro: I MISTERI ELEUSINI e l’immortalità dell’anima: Demetra, Persefone e Dioniso.

10. incontro: IL PANTHEON GRECO e le DIVINITA’ come funzioni psicologiche e archetipi interiori del femminile e del maschile.

Durante gli incontri si lavorerà su una selezione di sogni che contengono motivi mitici e verranno consigliate delle letture di testi e documenti per approfondire le tematiche trattate.

 

 

MITO di ER

 

X libro Repubblica, 614 a-621 d

1 [614 a] Ecco dunque, dissi, quali sono i premi, le mercedi e i doni che il giusto ottiene da vivo dagli dèi e dagli uomini, oltre a quei beni che la giustizia procurava per se stessa. – Certo, ammise; beni belli e sicuri. – Ma questo è nulla, replicai, per quantità e per grandezza, rispetto a ciò che attende dopo la morte sia il giusto sia l’ingiusto. E bisogna parlarne, perché ciascuno dei due riceva esattamente ciò che il discorso gli deve. – [b] Parlane pure, rispose. Ben poche sono le cose che mi offrono maggiore diletto quando le ascolto. – Non ti racconterò certo un apologo di Alcínoo, feci io, ma la storia di un valoroso, Er figlio di Armenio, di schiatta panfilia. Costui era morto in guerra e quando dopo dieci giorni si raccolsero i cadaveri già putrefatti, venne raccolto ancora incorrotto. Portato a casa, nel dodicesimo giorno stava per essere sepolto. Già era deposto sulla pira quando risuscitò e, risuscitato, prese a raccontare quello che aveva veduto nell’aldilà. Ed ecco il suo racconto. Uscita dal suo corpo, l’anima aveva camminato insieme con molte [c] altre ed erano arrivate a un luogo meraviglioso, dove si aprivano due voragini nella terra, contigue, e di fronte a queste, alte nel cielo, altre due. In mezzo sedevano dei giudici che, dopo il giudizio, invitavano i giusti a prendere la strada di destra che saliva attraverso il cielo, dopo aver loro apposto dinanzi i segni della sentenza; e gli ingiusti invece a prendere la strada di sinistra, in discesa. E anche questi avevano, ma sul dorso, i segni di tutte le [d] loro azioni passate. Quando si era avanzato lui, gli avevano detto che avrebbe dovuto descrivere agli uomini il mondo dell’aldilà, e che lo esortavano ad ascoltare e contemplare tutto quello che c’era in quel luogo. E lí vedeva le anime che, dopo avere sostenuto il giudizio, se ne andavano per una delle due voragini, sia del cielo sia della terra; attraverso le altre due passavano altre anime: dall’una, sozze e polverose, quelle che risalivano dalla terra; dall’altra, monde, altre che scendevano dal cielo. E [e] quelle che via via arrivavano sembravano venire come da un lungo cammino. Liete raggiungevano il prato per accamparvisi come in festiva adunanza. E tutte quelle che si conoscevano si scambiavano affettuosi saluti: quelle che provenivano dalla terra chiedevano alle altre notizie del mondo celeste, quelle che provenivano dal cielo notizie del mondo sotterraneo. Si scambiavano i racconti, le prime [615 a] gemendo e piangendo perché ricordavano tutti i vari patimenti e spettacoli che avevano avuti nel loro cammino sotterraneo (un cammino millenario), mentre le seconde narravano i godimenti celesti e le visioni di straordinaria bellezza. Molto tempo, Glaucone, occorrerebbe per i molti particolari, ma la sostanza del suo racconto era questa: per tutte le ingiustizie commesse e per tutte le persone offese da ciascuno, avevano pagato la pena un caso dopo l’altro, e per ciascun caso dieci volte tanto (questo avveniva ogni [b] cento anni, perché tale è la durata della vita umana). Ciò perché il castigo subíto fosse il decuplo della colpa: perché ad esempio, i responsabili della morte di molte persone per aver tradito città o eserciti, e coloro che molte ne avessero ridotte in schiavitú o fossero stati complici di altri misfatti, per ciascuno di tutti questi delitti riportassero sofferenze decuple; e, viceversa, perché coloro che avessero fatto dei benefíci e fossero stati giusti e pii, fossero premiati nella [c] medesima proporzione. Altro diceva dei morti súbito dopo la nascita e dei vissuti breve tempo, ma sono cose che non merita ricordare. Ancora maggiori, secondo il suo racconto, erano le mercedi per l’empietà e la pietà verso gli dèi e i genitori e per l’omicidio. Asseriva infatti di essersi appunto trovato accanto a uno cui un altro chiedeva dove fosse il grande Ardieo. Questo Ardieo era stato tiranno in una città della Panfilia, mille anni prima, e, come si [d] diceva, aveva ucciso il vecchio padre e il fratello maggiore, e si era macchiato di molte altre nefandezze. L’interrogato, riferiva Er, aveva risposto: “Non viene né potrebbe venir qui”.

2             “Infatti tra gli altri orrendi spettacoli abbiamo veduto anche questo. Come fummo presso lo sbocco, lí lí per risalire e trovandoci ad aver subíto tutte le altre prove, d’improvviso scorgemmo lui e altri, per lo piú tiranni, ma c’era anche gente privata, colpevole di gravi peccati. Essi [e] credevano ormai che sarebbero risaliti, ma lo sbocco non li riceveva, anzi emetteva un muggito ogni volta che uno di questi scellerati inguaribili o uno che non avesse ancora espiato nella misura dovuta tentava di salire”. Lí presso, raccontava, c’erano uomini feroci, tutti fuoco a vedersi, che sentendo quel boato afferravano gli uni a mezzo il corpo e li trascinavano via, ma ad Ardieo e ad altri avevano [616a] legato mani, piedi e testa, li avevano gettati a terra e scorticati, e li trascinavano lungo la strada, dalla parte esterna, straziandoli su piante di aspalato. E a coloro che via via sopraggiungevano, spiegavano quali erano le ragioni di tutto questo aggiungendo che li conducevano via per gettarli nel Tartaro. Laggiú, continuava, avevano provato molti terrori di ogni genere, ma tutti li superava la paura che ciascuno aveva di sentire quel boato al momento di salire. E ciascuno era stato molto contento di venir su senza sentirlo. Queste erano all’incirca le pene e i castighi [b] e le corrispondenti ricompense. Quando i singoli gruppi che si trovavano nel prato vi avevano trascorso sette giorni, nell’ottavo dovevano levarsi di lí e mettersi in cammino, per giungere nel quarto giorno in un luogo donde potevano scorgere, tesa dall’alto attraverso tutto il cielo e la terra, una luce diritta come una colonna, molto simile all’arcobaleno, ma piú intensa e piú pura. Vi erano arrivati dopo un giorno di marcia e colà avevano veduto, [c] in mezzo alla luce, tese dal cielo, le estremità dei suoi legami. Era questa luce a tenere avvinto il cielo e, come le gomene esterne delle triremi, a tenere insieme tutta la circonferenza. Alle estremità era sospeso il fuso di Ananke [la personificazione del Destino immutabile], per il quale giravano tutte le sfere. Il suo fusto e l’uncino erano di diamante, il fusaiolo una mescolanza di diamante e di altre materie. Il fusaiolo aveva questa natura: [d] per la figura era come quello che si usa in questo nostro mondo, ma il racconto di Er deve far pensare che fosse costruito come se entro un grande fusaiolo cavo e interamente intagliato fosse incastrato un altro consimile, ma piú piccolo, come quei vasi che entrano esattamente l’uno [e] nell’altro; e cosí un terzo, un quarto e altri quattro. Tutti insieme i fusaioli erano otto, incastrati l’uno nell’altro, e superiormente mostravano i loro orli circolari; costituivano il dorso continuo di un unico fusaiolo accentrato sul fusto e il fusto passava da parte a parte l’ottavo fusaiolo lungo l’asse mediano. Il primo fusaiolo, il piú esterno, aveva il cerchio dell’orlo molto largo. Seguivano poi in ordine decrescente il sesto, il quarto, l’ottavo, il settimo, il quinto, il terzo, il secondo. Il cerchio del maggiore era variegato, quello del settimo lucentissimo, quello [617 a] dell’ottavo riceveva il colore dal settimo che lo illuminava, quelli del secondo e del quinto si somigliavano, ma erano piú gialli dei precedenti; il terzo aveva una tinta bianchissima, il quarto rossastra, il sesto veniva al secondo posto per bianchezza. Il fuso ruotava tutto volgendosi con moto uniforme e nel girare dell’insieme i sette cerchi interni giravano lenti in direzione opposta. Il piú rapido era l’ottavo, [b] secondi venivano, tutti insieme, il settimo, il sesto e il quinto; terzo in questo moto rotatorio era, come appariva a quelle anime, il quarto; quarto e quinto rispettivamente il terzo e il secondo. Il fuso si volgeva sulle ginocchia di Ananke. Sull’alto di ciascuno dei suoi cerchi stava una Sirena che, trascinata in quel movimento circolare, emetteva un’unica nota su un unico tono; e tutte otto le note creavano un’unica armonia. Altre tre donne sedevano in cerchio a [c] eguali distanze, ciascuna su un trono: erano le sorelle di Ananke, le Moire, in abiti bianchi e con serti sul capo, Lachesi Cloto Atropo. E cantavano in armonia con le Sirene: Lachesi il passato, Cloto il presente, Atropo il futuro. Cloto a intervalli toccava con la destra il fuso e ne accompagnava il giro esterno, cosí come faceva Atropo con la sinistra per [d] i giri interni; e Lachesi con l’una e con l’altra mano toccava ora i giri interni ora quello esterno.Al loro arrivo, le anime dovevano presentarsi a Lachesi. E un araldo divino prima le aveva disposte in fila, poi aveva preso dalle ginocchia di Lachesi le sorti e vari tipi di vita, era salito su un podio elevato e aveva detto: “Parole della vergine Lachesi sorella di Ananke. Anime dall’effimera esistenza corporea, incomincia per voi un altro periodo di generazione mortale, preludio a nuova [e] morte. Non sarà un dèmone a scegliere voi, ma sarete voi a scegliervi il dèmone. Il primo che la sorte designi scelga per primo la vita cui sarà poi irrevocabilmente legato. La virtú non ha padrone; secondo che la onori o a spregi, ciascuno ne avrà piú o meno. La responsabilità è di chi sceglie, il dio non è responsabile”. Con ciò aveva scagliato al di sopra di tutti i convenuti le sorti e ciascuno raccoglieva quella che gli era caduta vicino, salvo Er, cui non era permesso di farlo. Chi l’aveva raccolta vedeva chiaramente il numero da lui sorteggiato. [618 a] Subito dopo <l’araldo> aveva deposto per terra davanti a loro i vari tipi di vita, in numero molto maggiore dei presenti. Ce n’erano di ogni genere: vite di qualunque animale e anche ogni forma di vita umana. C’erano tra esse tirannidi, quali durature, quali interrotte a metà e concludentisi in povertà, esilio e miseria. C’erano pure vite di uomini celebri o per l’aspetto esteriore, per la bellezza, per il [b] vigore fisico in genere e per l’attività agonistica, o per la nascita e le virtú di antenati; e vite di gente oscura da questi punti di vista, e cosí pure vite di donne. Non c’era però una gerarchia di anime, perché l’anima diventava necessariamente diversa a seconda della vita che sceglieva. Il resto era tutto mescolato insieme: ricchezza e povertà o malattie e salute; e c’era anche una forma intermedia tra questi estremi. Lí, come sembra, caro Glaucone, appare tutto il pericolo per l’uomo; e per questo ciascuno [c] di noi deve stare estremamente attento a cercare e ad apprendere questa disciplina senza curarsi delle altre, vedendo se riesce ad apprendere questa disciplina senza curarsi delle altre, vedendo se riesce ad apprendere e a scoprire chi potrà comunicargli la capacità e la scienza di discernere la vita onesta e la vita trista e di scegliere sempre e dovunque la migliore di quelle che gli sono possibili: ossia, calcolando quali effetti hanno sulla virtú della vita tutte le cose che ora abbiamo dette, considerate insieme o separatamente, sapere che cosa produca la bellezza mescolata a povertà [d] o ricchezza, se cioè un male o un bene, e quale condizione dell’anima a ciò concorra, e quale effetto producano con la loro reciproca mescolanza la nascita nobile e ignobile, la vita privata e i pubblici uffici, la forza e la debolezza, la facilità e la difficoltà d’apprendere, e ogni altra simile qualità connaturata all’anima o successivamente acquisita. Cosí, tirando le conclusioni di tutto questo, egli potrà, guardando la natura dell’anima, scegliere una vita peggiore [e] o una vita migliore, chiamando peggiore quella che la condurrà a farsi piú ingiusta, migliore quella che la condurrà a farsi piú giusta. E tutto il resto lo lascerà perdere. Abbiamo veduto che è questa la scelta migliore, da vivo [619 a] come da morto. Con questa adamantina opinione egli deve scendere nell’Ade, per non lasciarsi neppure lí impressionare dalle ricchezze e da simili mali, per non gettarsi sulle tirannidi e altre condotte del genere e quindi commettere molti insanabili mali, e per non patirne lui stesso di ancora maggiori; ma per sapere sempre scegliere tra cotali vite quella mediana e fuggire gli eccessi nell’uno e nell’altro senso, sia, per quanto è possibile, in questa nostra vita, sia in tutta la vita futura. Cosí l’uomo può raggiungere [b] il colmo della felicità.

3             In quel momento, dunque, secondo quanto narrava il nunzio che veniva di là, l’araldo divino aveva parlato cosí: “Anche chi si presenta ultimo, purché scelga con senno e viva con regola, può disporre di una vita amabile, non cattiva. Il primo cerchi di scegliere con cura e l’ultimo non si scoraggi”. A queste parole, raccontava Er, colui che aveva avuto la prima sorte si era subito avanzato e aveva scelto la maggiore tirannide. A questa scelta era stato spinto dall’insensatezza e dall’ingordigia, senza averne [c] abbastanza valutato tutte le conseguenze. E cosí non s’era accorto che il fato racchiuso in quella scelta gli riservava la sorte di divorarsi i figli, e altri mali. Quando l’aveva esaminata a suo agio, si percoteva e si lamentava della scelta, senza tenere presenti le avvertenze dell’araldo divino. Non già incolpava se stesso dei mali, ma la sorte e i dèmoni, tutto insomma eccetto sé. Egli apparteneva al gruppo che veniva dal cielo e nella vita precedente era vissuto in un [d]8 regime ben ordinato, ma aveva acquistato virtú per abitudine, senza filosofia. E per quanto se ne poteva dire, tra coloro che si lasciavano sorprendere in simili imprudenze non erano i meno quelli che venivano dal cielo: perché erano inesperti di sofferenze. Invece coloro che venivano dalla terra, per lo piú non operavano le loro scelte a precipizio: perché avevano essi stessi sofferto o veduto altri soffrire. Anche per questo, oltre che per la fortuna nel sorteggio, la maggior parte delle anime permutava mali con beni e beni con mali. Perché se uno, quando arriva a questa nostra vita, pratica sempre sana filosofia, e se nel momento [e] della scelta la sorte non gli cade tra le ultime, ha buone probabilità, secondo le notizie di lí riferite, non solo di essere felice in questo mondo, ma anche di compiere il viaggio da qui a lí e da lí a qui non per una strada sotterranea e aspra, ma liscia e celeste. Meritava poi vedere, diceva, come le singole anime sceglievano le loro vite. [620 a] Spettacolo insieme miserevole, ridicolo e meraviglioso! La maggioranza sceglieva secondo le abitudini contratte nella vita precedente. Diceva d’avere veduto l’anima che era stata un tempo di Orfeo intenta a scegliere la vita di un cigno: non voleva nascere da grembo di donna per l’odio che nutriva verso il sesso femminile che aveva cagionato la sua morte [disperato per non essere riuscito a riportare dall’Ade alla vita terrena la sposa Euridice, orfeo vagava per le montagne della Tracia sfogando il suo dolore, quando, imbattutosi in uno stuolo di Baccanti, ne venne selvaggiamente dilaniato]; e l’anima di Tamiri [fu il primo dei cantori di corte; narrava la leggenda che, insuperbitosi per la propria bravura, volle gareggiare con le Muse e ne fu accecato per punizione] scegliere la vita di un usignolo. Aveva visto anche un cigno che con la sua scelta mutava la propria vita in quella umana, e cosí pure [b] altri animali canori. L’anima che era stata designata ventesima dalla sorte aveva scelto la vita di un leone: era quella di Aiace Telamonio, che rifuggiva dal diventare uomo ricordandosi del giudizio relativo alle armi [si tratta della contesa per le armi di Achille aggiudicate a Odisseo anziché ad Aiace che se ne riteneva piú meritevole; di qui la ragione del corruccio dell’ombra di Aiace quando Odisseo scende nell’Ade (Odissea, XI, 543-565)]. Dopo di lui veniva quella di Agamennone: anche questa, per ostilità verso il genere umano dovuta alle sofferenze patite, aveva scambiato la sua vita con quella di un’aquila. Posta dalla sorte nel gruppo di mezzo, l’anima di Atalanta, come aveva scorto grandi onori riservati a un atleta, non era stata capace di passare oltre e li aveva [c] raccolti [Atalanta, celebre per la velocità nella corsa, fu vinta tuttavia da Ippomene che durante la gara le gettò magnifiche mele che ella si fermò a raccogliere]. Dopo di lei, aveva visto l’anima di Epeo, figlio di Panopeo [Epeo fu un pugile che partecipò alla guerra di Troia; Omero ne ricorda l’incontro avventuroso con Eurialo (Iliade, XXIII, 664-700) e la costruzione del famoso cavallo di legno sotto la guida di Atena (Odissea, VIII, 492 e segg.; XI, 523)], assumere la natura di una donna operaia; lontano, tra gli ultimi, quella del buffone Tersite penetrare in una scimmia [Tersite è il popolano guercio, zoppo e gobbo che vomita ingiurie contro i comandanti greci e propone la ritirata da Troia dell’esercito acheo, finché Odisseo non lo riduce al silenzio bastonandolo con lo scettro (Iliade, II, 212-277)]. S’era avanzata poi a scegliere l’anima di Odísseo, cui il caso aveva riservato l’ultima sorte: ridotta senza ambizioni dal ricordo dei precedenti travagli, se n’era andata a lungo in giro cercando la vita di un privato individuo schivo di ogni seccatura. E non senza pena l’aveva [d] trovata, gettata in un canto e negletta dalle altre anime; e al vederla aveva detto che si sarebbe comportata nel medesimo modo anche se la sorte l’avesse designata per prima; e se l’era presa tutta contenta. E nello stesso modo passavano dalle altre bestie in uomini e dalle une nelle altre: le ingiuste si trasformavano in quelle selvagge, le giuste in quelle mansuete. Si facevano mescolanze di ogni genere. Dopoché tutte le anime avevano scelto le rispettive vite, si presentavano a Lachesi nell’ordine stabilito dalla sorte. A ciascuno ella dava come compagno il dèmone che quegli s’era preso, perché gli fosse guardiano durante la [e] vita e adempisse il destino da lui scelto. Ed esso guidava l’anima anzitutto da Cloto, a confermare, sotto la sua mano e sotto il giro del fuso, il destino che s’era scelta dopo il sorteggio. Poi toccava questo e quindi la conduceva alla trama tessuta da Atropo rendendo inalterabile il destino una volta filato. Di lí senza volgersi <ciascuno> si recava sotto [621 a] il trono di Ananke e gli passava dall’altra parte. Dopoché anche gli altri erano passati, tutti si dirigevano verso la pianura del Lete in una tremenda calura e afa. Era una pianura priva d’alberi e di qualunque prodotto della terra. Al calare della sera, essi si accampavano sulla sponda del fiume Amelete, la cui acqua non può essere contenuta da vaso alcuno. E tutti erano obbligati a berne una certa misura, ma chi non era frenato dall’intelligenza ne beveva [b] di piú della misura. Via via che uno beveva, si scordava di tutto. Poi s’erano addormentati, quando, a mezzanotte, era scoppiato un tuono e s’era prodotto un terremoto: e d’improvviso, chi di qua, chi di là, eccoli portati in su a nascere, ratti filando come stelle cadenti. Lui, Er, aveva ricevuto divieto di bere quell’acqua. Per dove e come avesse raggiunto il suo corpo non sapeva. Sapeva soltanto che d’un tratto aveva aperto gli occhi e s’era veduto all’alba giacere sulla pira. E cosí, Glaucone, s’è salvato il mito e non è [c] andato perduto. E potrà salvare anche noi, se gli crediamo; e noi attraverseremo bene il fiume Lete e non insozzeremo l’anima nostra. Se mi darete ascolto e penserete che l’anima è immortale, che può soffrire ogni male e godere ogni bene, sempre ci terremo alla via che porta in alto e coltiveremo in ogni modo la giustizia insieme con l’intelligenza, per essere amici a noi stessi e agli dèi, sia finché [d] resteremo qui, sia quando riporteremo i premi della giustizia, come chi vince nei giochi raccoglie in giro il suo premio; e per vivere felici in questo mondo e nel millenario cammino che abbiamo descritto.

 

(Platone, Opere, vol. II, Laterza, Bari, 1967, pagg. 447-455)

 

BIBLIOGRAFIA GENERALE

Nella seguente bibliografia sono segnalati testi di approfondimento sulle tematiche trattate durante i Laboratori (Lab. Sogni, Lab. Sogni & Tarocchi, Lab. Sogni & Miti). I titoli sono raggruppati in aree di riferimento. Per la bibliografia onirica visita la pagina http://ilsognodipsiche.altervista.org/bibliografia-essenziale-sui-sogni/

Per richieste di indicazioni scrivere a [email protected]

 

PSICOLOGIA del PROFONDO

“Simboli e interpretazione dei sogni” di C. G. Jung, Biblioteca Bollati Boringhieri (testo già incluso in “L’uomo e i suoi simboli”)

“L’analisi dei sogni. Gli archetipi dell’inconscio. La sincronicità” di C. G. Jung, Ed. Bollati Boringhieri

“L’uomo e i suoi simboli” di C. G. Jung e altri autori, Ed. Tea

“Psiche e materia” di L. M. Von Franz, Ed. Bollati Boringhieri

“Sincronicità. Un connubio tra materia e psiche” di F. David Peat, Magi Edizioni

“Amare tradire. Quasi un’apologia del tradimento”“Integrazione della personalità”, “I sotterranei dell’anima. Tra i mostri della follia e gli dei della creazione” di A. Carotenuto, ed. Bompiani

 

PSICOLOGIA ARCHETIPICA

“L’anima del mondo. Conversazioni con Silvia Ronchey” di J. Hillman, Ed. Rizzoli

“L’anima del mondo e il pensiero del cuore” di J. Hillman, Ed. Adelphi

“Puer aeternus” di J. Hillman, Ed. Adelphi

“Il codice dell’anima. Carattere, vocazione, destino” di J. Hillman, Ed. Adelphi

“Il sogno e il mondo infero” di J. Hillman, Ed. Adelphi

“Gli stili del potere” di J. Hillman, Ed. Bur

 

PSICOLOGIA dei CHAKRA

“Il libro dei chakra. Il sistema dei chakra e la psicologia” di A. Judith, Ed. Neri Pozza

“I sette chakra” di A. Judith e S. Vega, Ed. Armenia

 

MITOLOGIA & PSICOLOGIA

“Il potere del mito” di J. Campbell, Ed. Neri Pozza

“Percorsi di felicità. Mitologia e trasformazione personale” di J. Campbell, Raffaello Cortina

“L’Universo, gli Dèi, gli Uomini” di Jean-Pierre Vernant, Ed. Einaudi

“Le nozze di Cadmo e Armonia” di R. Calasso, Adelphi

“Il simposio” di Platone, a cura di G. Colli, Feltrinelli

“Mangiare Dio” di J. Kott, Ed. ES (per approfondimento sulle Baccanti)

“Dioniso. Archetipo della vita indistruttibile” di K. Kerényi, Adelphi

“Nel labirinto” di K. Keréniy, Bollati Boringhieri

“Le Dee dentro la donna. Una nuova psicologia al femminile” di J. Bolen, Ed. Astrolabio

“Gli Dei dentro l’uomo. Una nuova psicologia maschile “ di J. Bolen, Ed. Astrolabio

 

PSICOANALISI

“Il dramma del bambino dotato e la ricerca del vero Sè” di Alice Miller, Ed. Bollati Boringhieri

“Ferite simboliche. Un’interpretazione psicoanalitica dei riti puberali” di B. Bettelheim, Ed. SE

 

PSICOSOMATICA

“La psicosomatica. Il significato e il senso della malattia” di D. Frigoli, G. Cavallari, D. Ottolenghi, Xenia

“Percorsi psicosomatici. Itinerari linguistici tra mente e corpo” di G. Marchioro, Libreriauniversitaria.it Edizioni

“Simbolo o sintomo. Due diverse destinazioni dei contenuti inconsci” a cura di C. Widmann, Magi Edizioni

“Dialoghi tra psiche e soma. Fondamenti di antropoanalisi fenomenologica applicata” di F. Nanetti, Magi Edizioni

“Psicosomatica e simbolo. Saggi di ecobiopsicologia” a cura di D. Frigoli, Armando Editore

“Gioco di specchi. “Riflessioni” tra natura e psiche” di M. Pusceddu, Ed. Persiani

“Il corpo racconta. Psicosomatica e archetipo” di M. Pusceddu, Ed. Persiani

 

PSICOLOGIA secondo l’ENERGETICA CLASSICA CINESE

“I colori del cuore” di M. Schmid, Ed. Enea

“Il cammino dell’Anima in Medicina Cinese” di F. Bottalo, Ed. Xenia

“La Medicina Cinese. Spiriti, cuore ed emozioni” di E. Rochat de la Vallèe, Ed. Jaca Book

 

ETNOPSICHIATRIA

“Le ragioni del dolore. Etnopsichiatria della depressione” di Piero Coppo, Ed. Bollati Boringhieri

“Una nuova interpretazione dei sogni” di T. Nathan, Cortina Raffaello

 

ANTROPOSOFIA MEDICA

“Le connessioni spirituali di Fegato, Polmone, Rene, Cuore” di Walter Hotzapfel, Natura e Cultura – Antroposofia

“Una fisiologia occulta” di R. Steiner, Ed. Antroposofica Milano

“Scienza dello Spirito e Medicina” di R. Steiner, Ed. Antroposofica Milano

 

PSICOLOGIA ESOTERICA

“Il destino come scelta. Psicologia esoterica” di T. Dethlefsen, Mediterranee

 

ASTROLOGIA UMANISTICA E PSICOLOGICA

“Astrologia. Lo Zodiaco è tanto evidente da risultare invisibile” n. 14 di Oltre Confine, Ed. Spazio Interiore

“I nostri simboli interiori. Introduzione all’Astrologia umanistica e psicologica” di L. Fassio, Spazio Interiore

“Astrologia umanistica” di S. Conti e L. Lombardo, Ed. Anima

“Simbologia della Luna. L’archetipo del femminile in Astropsicologia” di L. Fassio, Spazio Interiore

“Simbologia di Saturno. Come venire a patti con il Grande Vecchio” di L. Fassio, Spazio Interiore

 

MEDICINA e FILOSOFIA

“Filosofia per la medicina, medicina per la filosofia” di F. Bottaccioli, Ed. Tecniche Nuove

“Il dialogo del silenzio. Scuola della Respirazione”, “Il triangolo instabile” e altri… di Itsuo Tsuda, Luni Editrice

 

TITOLI VARI

“Evoluzione” di Ervin Laszlo, Feltrinelli

“Il linguaggio del cambiamento” di P.  Watzlawick, Feltrinelli

“Plotino o la semplicità dello sguardo” di P. Hadot, Ed. Piccola Biblioteca Einaudi

“Esercizi spirituali e filosofia antica” di P. Hadot, Ed. Piccola Biblioteca Einaudi

“Il simbolismo dei colori” di C. Widmann, Magi Edizioni

“Neuropsicologia dell’esperienza religiosa” di F. Fabbro, Ed. Astrolabio

“Neuroscienze e spiritualità. Mente e coscienza nelle tradizioni religiose” a cura di F. Fabbro, Ed. Astrolabio

“Carlos Castaneda e i navigatori dell’infinito” di M. Bertuccioli, Eterotopie Mimesis

“L’estasi farmacologica. Uso magico-religioso delle droghe nel mondo antico” di P. Nencini, Giovanni Fioriti Editore

“I malinconici e la divinazione” di Alonso de Freylas. Introduzione, traduzione e note di Felice Gambin, SEID Editori

 

 

 

 

 

BIBLIOGRAFIA sul TAROT

Le origini dei Tarocchi, la loro storia ed evoluzione sono ancora oggi dati a dir poco incerti e molto dibattuti. La letteratura sulle Lame è pressochè infinita: come libro muto che raccoglie ogni manifestazione della conoscenza umana, il Tarot si presta a moltissime interpretazioni e connessioni, tra culture tanto antiche quanto lontane. A seguire una proposta bibliografica circoscritta ma più che sufficiente per iniziare un avvincente viaggio nelle immagini fondanti l’esperienza di Psiche nel Mondo.

 

TAROCCHI n. 13 OLTRE CONFINE, Ed. Spazio Interiore, 2014

IL SISTEMA dei SIMBOLI. Un nuovo modo di guardare ai Tarocchi, Toni Allen, Ed. Spazio Interiore, 2014 

GLI ARCANI della VITA – Una lettura psicologica dei Tarocchi, Claudio Widmann, Ed. Magi, 2010

TAROCCHI e ARCHETIPI – La voce della Stella vol. 1, Simonetta Secchi e Alessandra Atti, Ed. Museodei by Hermatena, 2013

TAROCCHI e ARCHETIPI – Il maestro interiore vol. 2, Simonetta Secchi e Alessandra Atti, Ed. Museodei by Hermatena, 2014

LA VIA dei TAROCCHI, A. Jodoroswsky e M. Costa, Ed. Universale Economica Feltrinelli, 2005

L’INTERPRETAZIONE dei SOGNI con i TAROCCHI – ONIROTAROLOGIA, Massimiliano Colosimo, Ed. Cerchio della Luna

MEDITAZIONI sui TAROCCHI- Un viaggio nell’ermetismo cristiano vol. 1 e 2, Anonimo, Ed. Estrella de oriente

JUNG and TAROT – An archetypal journey, Sallie Nichols, Ed. Weiser, 1980

LABORATORIO SOGNI & TAROCCHI

 

Il Laboratorio Sogni & Tarocchi è uno spazio di lavoro -teorico e pratico- sui simboli degli Arcani Maggiori e le loro relazioni con le immagini e le dinamiche oniriche. Nelle icone del Tarot si rintracciano non solo le funzioni psichiche costitutive, ma anche le tappe del percorso di realizzazione di sè, chiamato da C. G. Jung “processo di individuazione”.

Come in un vero e proprio pellegrinaggio le Mat (carta n. 0) -emblema dell’Anima e della ricerca interiore- attraversa fasi di conoscenza in un movimento a spirale che conduce l’individuo a sperimentare il proprio grado di consapevolezza a differenti livelli, a seconda delle circostanze con cui si confronta.

Gli Arcani Maggiori, come “quintessenza”, raccolgono in immagini la totalità dei movimenti psichici, indicando -secondo il principio di sincronicità- l’aspetto su cui la coscienza ha bisogno di focalizzare. I sogni, descrivendo con puntualità la situazione attuale del sognatore, sono a loro volta la manifestazione di ciò che accade nella propria intimità psichica: sono un’autorappresentazione spontanea dell’inconscio (C. G. Jung).

Attraverso l’associazione delle Lame con il racconto del sogno, è possibile contestualizzare e mettere in trasparenza i propri processi avvalendosi di uno strumento in più: le immagini e i simboli fanno da ponte tra conscio e inconscio, promuovendo il dialogo necessario per incrementare conoscenza e consapevolezza nella vita quotidiana.

 

E’ vivamente consigliata la lettura e lo studio del libro di Massimiliano Colosimo “Interpretazione dei Sogni con i Tarocchi – Onirotarologia”, Ed. Cerchio della Luna. Visita il blog e il sito dell’autore alle pagine https://onirotarologia.wordpress.com/http://www.onirotarologia.it/. 

Molto interessante e utile l’approfondimento degli Arcani Maggiori proposto nel blog di Nadir http://tarocchiepsiche.altervista.org/

 

 

1° incontro IL TAROT

–  scopi e funzioni di una macchina metafisica

–  il principio di sincronicità

 

2° incontro RELAZIONI tra SOGNI e ARCANI

–  simboli e immagini come ponti tra conscio e inconscio

–  archetipi dell’inconscio collettivo

 

3° incontro RICOSTRUIRE il SOGNO con gli ARCANI MAGGIORI

–  scomposizione in atti del sogno e associazione con le Lame

 

4° incontro LE MAT e LE BATELEUR

–  il viaggio dell’Anima e l’inizio dell’Opera

 

5° incontro LA PAPESSE e LIMPERATRICE

–  l’introiezione e la progettualità artistica

 

6° incontro L’EMPEREUP e LE PAPE

– la concretizzazione e la trasmissione

 

7° incontro  L’AMOUREUX e LE CHARIOT

– la scelta di sè come contatto con il daimon e la riuscita nel mondo

 

8° incontro LA JUSTICE e L’HERMITE

– Ananke, il principio di necessità e Saturno, il senso di Realtà

 

9° incontro LA ROVE DE FORTVNE e LA FORCE

–  l’enigma e la connessione cielo-terra

 

10° incontro  LE PENDU e la XIII

–  il ribaltamento della prospettiva e la grande trasformazione

 

11° incontro TEMPERANCE e LE DIABLE

– imparare ad utilizzare le proprie energie e il Guardiano della Soglia

 

12° incontro  LA MAISON DIEV e L’ETOILLE

– l’abbondanza e il proprio posto nel mondo

 

13° incontro  LA LUNE e LE SOLEIL

– i Luminari dentro di noi

 

14° incontro LE IUGEMENT e LE MONDE

– il mistero della Resurrezione e la realizzazione del Sè

 

15° incontro ESERCITAZIONE PRATICA

– lavoro sul sogno e associazione con gli Arcani

 

16° incontro ESERCITAZIONE PRATICA

– lavoro sul sogno e associazione con gli Arcani

 

Tra un incontro e l’altro i partecipanti sono invitati a svolgere lavoro individuale sul sogno e un esercizio di osservazione relativo agli Arcani Maggiori; nel corso del Laboratorio verranno indicati schede e testi per approfondire le tematiche trattate.

 

IL SOGNO: ITINERARI tra PSICHE e SOMA

Articolo scritto per la rivista on-line Salute? Sì, grazie, n. 6 primavera 2014

“Il sogno è una modalità di funzionamento ed espressione della coscienza incarnata, codificata in un linguaggio e in uno stile narrativo paragonabili, in letteratura, allo stream of consciousness. Attraverso un atto creativo naturale e spontaneo, l’evento onirico plasma materia vivente animandola dei contenuti che ci abitano, offrendo un’occasione di conoscenza dei processi interiori in modo unitario, senza soluzione di continuità tra corpo e psiche.

La narrazione del sogno si snoda attraverso immagini simboliche in cui movimento e spazialità diventano vera e propria prospettiva, in ogni sua accezione: è un percorso nei territori dell’Anima, nella dialettica degli assi simbolici alto-basso, destra-sinistra, dietro-avanti. Ma la trama onirica si struttura anche su una temporalità “altra”: la storia si dispiega in un continuum di senso, in una logica circolare, la danza dell’inconscio. In modo differente dal tempo della coscienza di veglia, nel sogno i piani dell’azione e del pensiero si sovrascrivono e fondono in un crogiolo di significati, sfumature, possibilità.

 

I sogni come pellegrinaggi alla ricerca di Senso 

Nella mitologia greca è Hermes psicopompo -il dio delle soglie- ad accompagnare l’uomo nel viaggio del sogno: quello onirico si configura come uno dei rituali quotidiani più nutrienti per l’Anima, nell’economia esistenziale di un individuo. La ricerca di Senso è una necessità che sempre si rinnova e a cui non si può tardare a rispondere, pena una caduta improvvisa e dolorosa -quella nella depressione, come mancato dialogo con l’inconscio- o il precipitare dell’immagine simbolica nel corpo, attraverso un sintomo.

L’Io ha bisogno di “trasformare gli eventi in esperienze” (Hillman), di fare anima: l’Io diurno, sempre più ammalato di razionalismo disseccante e unilateralità, smarrisce spesso il senso profondo degli accadimenti; ritrova poi nell’arte dell’Io-tessitore (Demetrio), all’opera nella notte o nella reverie, il motivo del suo esistere e la necessità della sua trama destinica. Le immagini dell’Anima ricamano motivi con i fili della dicotomia esistenziale del volere (futuro) e del pensare (passato), attualizzando la realtà nel sentire.

“L’immagine diviene lo strumento di dialogo tra l’Io e l’inconscio, e attraverso di essa l’uomo fa esperienza del suo mondo sotterraneo” poiché ha il “potere di aprirlo alla psiche e farlo accedere ad un territorio sconosciuto che nè la sola ragione nè il solo istinto possono rivelare, e la cui materia è il sogno, la visione interiore” (da “I sotterranei dell’anima” di A. Carotenuto).

Il sogno è dunque una dimensione in cui si manifesta non l’ “Io erculeo” (J. Hillman) che decide e impone il corso della Storia (personale e collettiva) noncurante del contesto e di Kairòs (tempo opportuno), della misura e di Ananke (principio di necessità): l’Io onirico vive il processo del divenire e può finalmente osservare se stesso nell’essere uno con la Realtà.

 

 Il corpo che sogna

Considerare il sogno come una prerogativa psichica, come un fenomeno non radicato anche nel corpo, sarebbe riduttivo rispetto alla sua funzione unificante attiva a più livelli: la sequenza onirica è determinata da un network che collega più attori del sistema psico-soma, attraverso un linguaggio comune -metaforico e simbolico-  che è forse il più antico, radicale e immutabile nella sua struttura essenziale.

Nella Medicina Tradizionale Cinese ad ogni Organo e Viscere si associano una funzione biologica, uno psichismo, un’emozione (e sua possibile turba) e determinati contenuti onirici, tanto da poter parlare di veri e propri “sogni d’organo”, come avviene nella medicina antroposofica. Nella pratica clinica a certi sogni corrispondono diagnosi di vuoto o di pieno e relativi agopunti da trattare. Il corpo racconta se stesso avvalendosi di immagini e simboli, interfaccia tra la materia e la psiche.

Nelle prospettiva dell’unità corpo-mente o nell’ipotesi dell’embodiment, non solo si ricompone la dolorosa frattura rafforzata dal dualismo cartesiano, ma si rendono disponibili e integrano nuovi e significativi elementi nel percorso della salutogenesi. Se durante il sonno, come sostenevano gli antichi greci, l’anima può “vedere” il corpo o rappresentare le sue istanze e riferirle alla coscienza di veglia, attraverso i sogni e i loro contenuti possiamo coltivare la cura di sé ad ogni livello e comprendere ciò che stiamo vivendo sospendendo il giudizio e osservando la realtà così come si manifesta.”

 

LIBRO sui SOGNI di Ippocrate

Da “OPERE di IPPOCRATE”  a cura di Mario Vegetti, UTET, seconda edizione ampliata 1976

 

“Colui che abbia raggiunto una conoscenza corretta intorno ai segni che si presentano nel sonno, troverà che essi hanno una grande importanza relativamente ad ogni cosa. L’anima infatti quando il corpo è sveglio è al suo servizio e, dividendosi in molti compiti, non è mai in se stessa ma dedica ogni parte di sè ad ogni facoltà di quello, all’udito, al tatto, al camminare, ad attività dell’intera persona: l’intelligenza non è mai padrona di se stessa. Ma quando il corpo riposa, l’anima si desta e si muove, governa la propria casa e compie da sola tutte le azioni del corpo. Questo infatti quando dorme non percepisce mentre essa, essendo sveglia, conosce ogni cosa, vede ciò che è visibile, ode ciò che è udibile, cammina, tocca, soffre, riflette, nel piccolo spazio ove essa ha sede; quante sono le funzioni del corpo e dell’anima, tutte essa le adempie durante il sonno. Chi dunque sa discernere ciò correttamente conosce gran parte del sapere (1). Per quanto riguarda i sogni che sono di provenienza divina e che preannunciano a città o a privati mali o beni, vi sono degli interpreti che possiedono l’arte di spiegarli; per quanto riguarda invece quegli stati patologici del corpo che l’anima preannuncia, eccessi di pienezza o di vuoto di sostanze naturali o mutamento verso stati anormali, essi li interpretano sì, ma talvolta con successo, talaltra erroneamente e in nessun caso conoscono il perchè di quanto avviene nè quando colgono il vero nè quando sbagliano: essi si limitano a raccomandare di prendere delle precauzioni per evitare un male. Non insegnano invece in che modo bisogna prendere tali precauzioni, ma invitano soltanto a pregare gli dèi; pregare gli dèi è buona cosa ma, pur rivolgendosi agli dèi, bisogna anche aiutarsi. (2)”

(1) Il valore semeiotico dei sogni viene dedotto dalla considerazione dell’attività che l’anima svolge durante il sonno: si afferma che è questo il momento in cui essa è pienamente padrona di se stessa, adempiendo inoltre a tutte le funzioni che il corpo durante il riposo non può compiere. In tal modo essa può avvertire le condizioni fisiche del soggetto, che manifesta attraverso le immagini dei sogni. 

(2) L’autore rivendica valore semeiotico ai sogni, dopo averne enunciato nel Terzo Libro il presupposto biologico. Nel presente passo si vuole sottolineare come tale funzione esuli dal campo della techné mantica, che è in grado di spiegare solamente i sogni di origine divina; qualora interpreti anche questi prodotti dall’anima alla stregua di quelli, solo casualmente può darne un’esatta valutazione, ma mai comprenderne le cause e indicare quindi un rimedio adeguato. La polemica richiama in certo modo un passo del Regime delle malattie acute (capitolo 8°) ove la figura dell’indovino che esercita la sua arte basandosi sul caso e non sulla conoscenza per cause è assimilata a quella del cattivo medico che, non indagando i motivi delle sue prescrizioni, finisce per contraddirsi. Il che ingenera nei profani il pregiudizio che di fatto non si dia una techné medica. 

 

“Riguardo a questo argomento ecco come stanno le cose: quei sogni che riproducono durante la notte le azioni o i pensieri fatti dall’uomo durante il giorno, svolgentisi nello stesso modo in cui sono stati fatti o pensati, relativamente ad una cosa giusta, sono buoni per chi li fa; essi sono infatti indizio di salute poichè l’anima persiste nei progetti diurni senza essere dominata nè da pienezza nè da vuotezza, nè da qualche altro impedimento proveniente dall’esterno. Se invece sono in contrasto con le azioni della giornata e sono campo di lotta o di contesa, ciò è indizio di un turbamento nel corpo; se tale lotta è forte, forte è il male, se di poco conto il male è meno grave. Non sto a giudicare se bisogna rinunciare o meno a quanto si era progettato di fare, consiglio invece di curare il corpo. (3) Questo turbamento dell’anima è dovuto infatti ad una secrezione che si è verificata per il determinarsi di una pienezza. Se l’ostacolo è forte conviene vomitare e adottare una alimentazione leggera da aumentare a poco a poco nell’arco di cinque giorni, compiere al mattino con gradualità numerose e rapide passeggiate e fare pure degli esercizi adeguandogli all’incremento dei cibi. Se invece l’ostacolo è debole, si sopprimerà il vomito ed un terzo dell’alimentazione che sarà quindi aumentata con molta gradualità in cinque giorni; si insista con le passeggiate, si facciano esercizi vocali, si preghino gli dèi e il disturbo passerà. Vedere il sole, la luna, il cielo e le stelle chiare e luminose, ciascuna nella condizione consueta, è buona cosa. Tutti questi segni infatti sono indizio di salute per il corpo; ma bisogna conservare tale stato mantenendo la dieta che si sta seguendo. Se invece appare qualcosa di contrario a tutto questo, ciò è indizio di malattia per il corpo, violenta se i segni sono violenti, meno grave se i segni sono più deboli. L’orbita esterna è quella delle stelle, la mediana è quella del sole, della luna è quella della concavità. (4) Se una delle stelle sembra essere ostacolata, nascosta o trattenuta nella sua orbita da nebbie o da nubi, è cosa da poco; se lo è invece da acqua o grandine, il segno è piuttosto grave; indica infatti il formarsi nel corpo di una secrezione umida e flegmatica che è penetrata nel circuito esterno. Ad un tale paziente è utile fare molte corse vestito, aumentandole gradatamente, per sudare il più possibile, fare anche molte passeggiate dopo gli esercizi ed eliminare la colazione; ridurre di un terzo i cibi ritornando poi all’alimentazione consueta in cinque giorni. Se il segno sembra essere più violento bisogna anche fare dei bagni di vapore; poichè infatti il disturbo risiede nel circuito esterno, giova purificarsi attraverso la pelle. I cibi siano secchi, acri, astringenti, puri e gli esercizi di quelli che asciugano il più possibile. Se i segni come quelli sopra descritti hanno come oggetto la luna, giova fare la revulsione verso l’interno, vomitare dopo aver ingerito cibi acri, salati ed emollienti; è bene anche fare delle corse rapide e delle passeggiate, esercizi della voce, eliminare la colazione, ridurre gli alimenti, riprenderli con la medesima gradualità indicata per il caso precedente. Bisogna fare la revulsione all’interno perchè il male sia manifestato nelle parti cave del corpo. Se invece i segni sopra indicati riguardano il sole, il male è più forte e più difficile da vincere. Bisogna fare entrambe le revulsioni, corse di fondo e semplici, passeggiate e ogni altro tipo di esercizio; l’alimentazione deve essere ridotta e quindi ricondotta alla normalità come nei casi precedenti; si vomiti quindi e la si aumenti (l’alimentazione) in cinque giorni. Se gli astri sono compressi nel cielo sereno e appaiono deboli il paziente è dominato da una secchezza del circuito e quei segni indicano il pericolo di un insorgere del male. Bisogna allora eliminare gli esercizi e adottare una dieta più umida ed emolliente, fare dei bagni, riposarsi di più e dormire molto, fino a quando il male non sia cessato (5). Se questo si oppone sembra essere igneo e caldo, ciò è indizio di una secrezione biliosa. Qualora questo ostacolo prevalga, ciò indica l’insorgere di una malattia; se poi gli astri dominati scompaiono addirittura, c’è pericolo che la malattia sia mortale. Se tale ostacolo sembra essere messo in fuga e fuggire rapidamente inseguito dagli astri, c’è pericolo che il paziente, qualora non venga curato, cada in delirio. In tutti questi casi è bene purgarsi con l’elleboro, prima di cambiare regime, altrimenti giova adottare un regime acquoso, non bere vino se non bianco e leggero, di poco nerbo e annacquato; astenersi da ciò che è caldo, acre, disseccante, salato. Si facciano il più possibile esercizi naturali e moltissime corse vestiti. Non si facciano massaggi, nè lotta, nè lotta a terra. Si dorma molto e su di un letto soffice; si riposi fatta eccezione per gli esercizi naturali; dopo pranzo si cammini. E’ bene anche prendere dei bagni caldi e quindi vomitare. Per trenta giorni si cerchi di non essere sazi; quando lo si sarà, tre volte al mese si prenderanno cibi dolci, acquosi e leggeri e quindi si vomiterà.”

 

(3) Per concavità si intende quella della sfera celeste più vicina alla terra, e che la contiene, nella quale la luna compie la propria orbita. (…) Ivi sono valutati positivamente i soni che presentano momenti della vita quotidiana conformi al suo effettivo svolgersi, come ora è giudicato positivo l’apparire di immagini celesti in accordo con i fenomeni reali; il contrario è ritenuto segno di turbamento fisico. Ritorna la corrispondenza tra microcosmo e macrocosmo già presente nel capitolo decimo (di Opere) dove ai “periodi” celesti erano paragonati quelli creati nel corpo dall’azione del fuoco.

 

(4) Concordemente con quanto sopra enunciato, l’autore rifiuta di interpretare il sogno in senso mantico, di trarne cioè un’indicazione per il comportamento del paziente, bensì lo legge in chiave semeiotica quale indizio del determinarsi di uno squilibrio fisico cui è dovuta un’appropriata terapia. Se il sogno si contrappone all’attività svolta durante la giornata, è segno di turbamento derivante da pienezza: il regime da adottare consisterà nel ridurre l’alimentazione e nell’incrementare gli esercizi, soprattutto quelli veloci. Il sogno fornisce uno degli elementi che il medico deve interpretare per formulare un quadro pro-diagnostico; saranno gli altri concomitanti a permettergli di determinarlo ulteriormente, consentendogli quindi una maggiore esattezza nelle indicazioni dietetiche.

(5) Si passa ora ad una sintomatologia contraria rispetto a quella descritta nei tre casi precedenti, nei quali i segni indicavano un eccesso di umido dovuto a pienezza; qui invece lo squilibrio tende verso la predominanza del secco, che il regime indicato vuole attenuare.

 

“Se alcune stelle errano qua e là a caso, senza necessità, ciò è indizio di un turbamento dell’anima causato da preoccupazioni. In tal caso è bene riposarsi, volgere l’animo a spettacoli soprattutto comici o a qualcosa la cui vista allieti assai, per due o tre giorni, e il disturbi cesserà; altrimenti c’è pericolo di ammalarsi. Quando qualche stella sembra cadere dalla sua orbita, se è pura e luminosa e precipita verso oriente ciò è indizio di salute; se infatti nel corpo qualcosa di puro viene secreto dal circuito secondo natura in direzione da occidente ad oriente, sta bene; infatti tutto ciò che viene secreto nel ventre e tutto ciò che viene riversato nella carne esce dal circuito. Ma quando l’astro è nero e poco luminoso e sembra muoversi verso occidente o verso il mare o la terra o l’alto, ciò è segno di malattia: gli astri che si muovono verso l’alto indicano flussi del capo, quelli che si muovono verso il mare malattie del ventre, quelli che si muovono in direzione della terra indicano soprattutto tumori che si sviluppano nelle carni. Tali pazienti è bene che riducano di un terzo l’alimentazione, vomitino, aumentino quindi gradatamente i cibi in cinque giorni e in altri cinque giorni ritornino completamente all’alimentazione normale; si vomiti allora una seconda volta e si proceda nuovamente con la medesima gradualità. Se poi un corpo celeste puro ed umido sembra porsi sopra di voi, ciò è indizio di salute perchè ciò che dall’aria penetra nell’uomo è puro e anche l’anima lo vede tale quale è entrato. Se però il corpo celeste è nero e nè puro nè trasparente, esso indica malattia che non è dovuta nè a pienezza nè a vuotezza ma a qualcosa di proveniente dall’esterno. Giova in tal caso fare delle corse semplici, veloci, per ridurre al minimo la consunzione del corpo e perchè, raggiungendo un ritmo il più intenso possibile di respirazione, venga espulso ciò che si è introdotto dall’esterno; dopo le corse si facciano delle passeggiate veloci. Deve essere seguito per quattro giorni un regime emolliente e leggero.

Tutto ciò che di puro sembra di ricevere da una divinità pura è buon segno per la salute, poichè indica che ciò che penetra nel corpo è puro. Se invece sembra il contrario, non è buon segno; indica infatti che è penetrato nel corpo qualcosa di malsano; bisogna allora seguire la cura indicata per il caso precedente. Quando poi pare che piova dolcemente con il bel tempo, e non diluvi nè infuri la tempesta, è bene: ciò significa che il soffio proveniente dall’aria è proporzionato e puro. Se invece avviene il contrario, la pioggia è forte, vi è tempesta e uragano con acqua non pura, tutto ciò è indizio di malattia dovuta al soffio inspirato. Anche i pazienti di questo tipo devono seguire il regime sopra indicato, ma riducendo assai la qualità dei cibi. Sulla base di questa conoscenza dei segni celesti bisogna pertanto prendere delle precauzioni, adottare il regime appropriato e pregare gli dèi: quando si hanno dei segni buoni si preghi il sole, Zeus celeste, Zeus protettore del focolare, Athena protettrice del focolare, Hermes, Apollo; per i segni contrari si preghino gli dèi che allontanano il male, la Terra e gli eroi perchè tutti i mali vengano allontanati.

Sono segni di salute anche i seguenti: vedere e sentire chiaramente quanto si trova sulla terra, camminare e correre con sicurezza e velocemente senza paura, vedere la terra senza asperità e ben coltivata, gli alberi rigogliosi, ricchi di frutti e curati, fiumi che seguono il loro corso normale con l’acqua pura e nè più abbondante nè più scarsa del giusto, e così pure le sorgenti e i pozzi. Tutto ciò è segno di salute per l’uomo e indica che il corpo, tutti i circuiti e tutto ciò che viene introdotto e secreto sono normali. Ma il vedere qualcosa di contrario a tutto questo significa che qualche male si è determinato nel corpo: se la vista o l’udito paiono indeboliti ciò è indizio di qualche malattia nella regione della testa. Bisogna pertanto intensificare in rapporto alla dieta precedente, le passeggiate del mattino e quelle dopo pranzo. Se invece appaiono colpite le gambe bisogna fare la revulsione vomitando e aumentare la lotta rispetto al regime precedente. La terra accidentata significa che la carne non è pura; in tal caso bisogna aumentare le passeggiate dopo gli esercizi.

Alberi senza frutto indicano chiaramente la corruzione del seme umano: se gli alberi perdono le foglie il male proviene da ciò che è umido e freddo; se invece sono ricchi di foglie ma non portano frutti, il male proviene da ciò che è caldo e secco; nel primo caso si deve dunque, mediante il regime, riscaldare ed asciugare; nel secondo caso raffreddare e inumidire. Fiumi che fluiscono contrariamente al loro corso normale indicano se sono troppo ricchi d’acqua un circuito del sangue troppo abbondante, se sono troppo poveri d’acqua indicano insufficienza nel circuito; mediante la dieta, bisogna pertanto in un caso aumentare e nell’altro diminuire. Se non scorrono puri indicano un turbamento; ci si purifica con corse semplici e passeggiate per il moto prodotto dall’intensificarsi della respirazione. Sorgenti e pozzi indicano un turbamento nella vescica; bisogna purificarsi con dei diuretici. Un mare agitato indica indica una malattia dello stomaco; ci si purifichi con lassativi leggeri e blandi. Terra o casa che tremano per chi è sano significano debolezza, per chi è malato salute e cambiamento dello stato in cui si trova. Ai sani giova pertanto cambiare regime: anzitutto vomitino per poi riprendere il cibo a poco a poco poichè è il cibo presente nel corpo che ne causa il turbamento. I malati invece devono continuare con lo stesso regime perchè il corpo sta già cambiando dallo stato presente. Vedere la terra inondata dall’acqua o dal mare è indizio di malattia dovuta alla molta umidità presente nel corpo; in tal caso bisogna ricorrere al vomito, eliminare la colazione, fare degli esercizi ed adottare un regime secco; si aumenti poi l’alimentazione gradualmente e partendo con pochi cibi.

Vedere la terra nera o bruciata non è affatto un buon segno ma indica, al contrario, pericolo di cadere in una malattia grave e mortale; significa infatti che la carne è eccessivamente asciutta; in tal caso bisogna eliminare gli esercizi e tutti i cibi asciutti, caldi, acri e diuretici. Il regime consiste nel prendere acqua di orzo mondato ben bollita e tutti quei cibi che siano emollienti e leggeri in piccola quantità, abbondante vino bianco annacquato, molti bagni; non si faccia mail il bagno senza aver mangiato, si dorma su di un letto soffice, ci si riposi, ci si guardi dal freddo e dal sole; si preghi la Terra, Hermes e gli eroi. Se sembra di tuffarsi in un lago, nel mare o nei fiumi, non è una buona cosa; è infatti indizio di eccessiva umidità; anche in questo caso è bene adottare una dieta disseccante e fare molti esercizi. Per chi ha la febbre questo è invece un buon segno poichè indica che il calore viene spento dall’umido.

Vedersi addosso qualche indumento che sia adatto al proprio fisico, nè troppo grande nè troppo piccolo è un buon segno per la salute; vedere un proprio vestito bianco e le proprie migliori calzature è buon segno. Ma tutto ciò che è più grande o più piccolo della propria corporatura non lo è; nel primo caso bisogna aumentare, mediante il regime, nel secondo diminuire. I vestiti neri sono più nefasti e pericolosi: è necessario ammorbidire e inumidire. I vestiti nuovi indicano un cambiamento.

Vedere i morti ordinati nella persona in bianche vesti, è buon segno, come pure ricevere da loro qualcosa di puro è un indizio di salute del corpo e della bontà di ciò che viene introdotto. Dai morti infatti proviene il nutrimento, la crescita e il seme; che questi dunque entrino puri nel corpo è indizio di salute. Ma se al contrario i morti si vedono nudi, vestiti di nero e non curati nella persona o che ricevono qualcosa o la portano da casa non è questo segno favorevole: indica infatti malattia perchè quanto entra nel corpo è nocivo. In tal caso bisogna purificarsi mediante delle corse semplici e delle passeggiate, vomitare e adottare un’alimentazione emolliente e leggera, da aumentarsi gradualmente.

L’apparire durante il sonno di corpi di forma anormale che spaventano il dormiente indica pienezza di cibi ai quali il corpo non è abituato, secrezione, flusso bilioso e l’insorgere di una malattia grave. Si deve in tal caso vomitare e ricorrere ad una alimentazione che aumenti gradualmente nell’arco di cinque giorni e sia basata su cibi il più possibile leggeri, non in grande quantità nè acri, neppure secchi o caldi; gli esercizi devono essere soprattutto quelli naturali ma si devono eliminare le passeggiate dopo pranzo. Si facciano anche bagni caldi e si riposi. Ci si guardi dal sole e dal freddo. Se durante il sonno sembra di mangiare o bere dei cibi o delle bevande abituali, ciò è indizio di insufficiente alimentazione e di desiderio dell’anima. Sognare di mangiare le carni più forti è segno di notevole eccesso; l’eccesso è invece minore se si sogna di mangiare le carni più deboli perchè ciò che fa bene mangiare è pure buon segno quando lo si sogna. E’ utile pertanto ridurre i cibi poichè questo tipo di sogno è indizio di alimentazione troppo abbondante. I pani fatti di formaggio e miele hanno lo stesso significato. Sognare di bere dell’acqua pura non è dannoso, tutto il resto è dannoso.

Tutto ciò che di consueto ad un uomo par di vedere in sogno è indizio di desiderio dell’animo. Tutto ciò che fugge spaventato indica un arresto del sangue dovuto a secchezza; in tal caso è bene raffreddare e inumidire il corpo. Se si combatte, si è feriti o legati da un altro ciò indica che si è determinata nel corpo una secrezione opposta al circuito. Giova in tal caso vomitare, asciugare, fare delle passeggiate, far uso di cibi leggeri, accrescendo gradualmente l’alimentazione nel giro di cinque giorni.

Sognare di vagabondare e di fare difficili ascensioni ha lo stesso significato. Attraversamenti di fiumi, opliti, nemici, mostri di forme strane sono indizio di malattia o di pazzia. E’ bene prendere pochi cibi e questi siano leggeri ed emollienti, vomitare ed accrescere gradualmente l’alimentazione in cinque giorni; fare molti esercizi naturali, ma non dopo pranzo; evitare i bagni caldi, il riposo, il freddo, il sole.

Seguendo ciò che io ho scritto si godrà di una vita sana; quanto a me, il regime da me individuato è tutto ciò a cui un uomo poteva arrivare nella sua scoperta, con l’aiuto degli dèi.”

SOGNI di VESCICA

Dal testo “FONDAMENTI DI MEDICINA TRADIZIONALE CINESE” di F. Bottalo e R. Brotzu, Ed. Xenia e “I SOGNI in MEDICINA CINESE” di M. Corradin, T. D’Onofrio, R. Brotzu e C. Di Stanislao e “Il SONNO e i SOGNI in MEDICINA CINESE” dispensa del seminario del Dottor D. De Bernardinis in collaborazione con D. Cazzato, L. Dei e V. Volpato, edito da SIdA

 

La Vescica, Viscere associato ai Reni nel movimento Acqua, regola la quantità di liquidi all’interno dell’organismo. “Ha l’incarico dei territori e delle città”, riportano i testi antichi.

 

SOGNI di VESCICA secondo la MTC

  • Sogni di torrenti impetuosi o di fiumi tranquilli che sono improvvisamente in piena o agitati.
  • Vuoto: sogni di viaggio, passeggiate ed escursioni.
  • Sognare di essere disorientati, di non riconoscere luoghi prima conosciuti.
  • Controcorrente energetico: vagabondare.
  • Sogni in cui si urina.

SOGNI di RENE

Dal testo “FONDAMENTI DI MEDICINA TRADIZIONALE CINESE” di F. Bottalo e R. Brotzu, Ed. Xenia e “I SOGNI in MEDICINA CINESE” di M. Corradin, T. D’Onofrio, R. Brotzu e C. Di Stanislao e “IL SONNO e i SOGNI in MEDICINA CINESE”  dispensa del seminario del Dottor D. De Bernardinis in collaborazione con D. Cazzato, L. Dei e V. Volpato, edito da SIdA

 

Se il Cuore è il fondamento della vitalità spirituale e psichica dell’essere umano, i Reni sono la base dalla sua vitalità fisica; in ultima analisi sono la base della vita stessa. Sono origine e dimora dello Yin e dello Yang di tutto l’organismo, il germe da cui si vanno a formare tutti gli altri Organi e Visceri. I Reni sono abbinati al movimento dell’Acqua, ma sono i realtà sede e origine dell’Acqua e del Fuoco, come potenze creatrici della vita. Nei Reni abbiamo la base del vigore fisico, la potenza e la fecondità sessuale, la vitalità stessa. Il “voler vivere” dei Reni è non solo un voler esistere, ma anche un voler crescere ed apprendere e realizzare il proprio Progetto esistenziale (riprendendo Pindaro quest’Organo ci muove come individui a “diventare ciò che si è”, n.d.r.). Il Voler vivere (Zhi), ha come significato più profondo quello di potenza che si esprime (in senso aristotelico “che diviene atto”, n.d.r.). Questo volere non è un atto egoico di auto imposizione forzata, ma la capacità di tradurre in azione le spinte vitali espresse dallo Shen del Cuore. E’ la capacità di focalizzarsi su degli obiettivi e di perseguirli e la sua potenza nasce quindi da una conoscenza reale e profonda di saper cosa fare e come farlo; la decisione e l’azione ne scaturiscono allora spontaneamente, senza forzatura. Il voler vivere è forza di potere incommensurabile, che genera tutte le manifestazioni di vita dell’universo: dalle rotazioni della galassia al crescere di un filo d’erba, tutto esiste perché mosso da un inconscio e profondo desiderio di vivere. Questo stesso volere infinito trova poi espressione e dimora nei Reni, fonte e base della vita. Se l’aspetto fisiologico è il volere, è ovvio che la sua turba porti alla paura, che è la patologia psichica riconducibile ai Reni. La paura, sia essa fisica o psichica, porta ad una incapacità ad agire; possiamo anche dire che un indebolimento del volere porta all’incapacità ad agire e quindi alla paura. Un altro aspetto che può conseguire all’incapacità di agire è la depressione (la depressione di Fegato è quella caratterizzata da irascibilità ed umor nero, quella di Polmone da profonda tristezza e sospiri, quella di Reni è abulia, mancanza di volontà, è il trascinarsi, in cui si è perso contatto con le emozioni).

 

SOGNI di RENI secondo la MTC

  • Vuoto: sogni di annegamento, barche naufragate, vedere bambù sommersi nell’acqua.
  • In inverno: nascondersi nell’acqua atterriti.
  • Pienezza: blocco della colonna vertebrale.
  • Sogni in cui si sente dolore alla colonna vertebrale e la si vede staccata dal corpo (mancanza di connessione tra Cielo e Terra).
  • Controcorrente energetico: baratri ed immersioni.
  • Vuoto dei Reni: attraversare grandi acque con paura e angoscia, essere sul bordo di un abisso.
  • Nuotare in grandi distese di acqua o in correnti impetuose che allontanano dalla meta.
  • Sogni di acque, spesso scure, con pesci terrificanti o con alghe che trascinano in basso o squali che atterriscono.
  • Ossa che si rompono e denti che cadono o si rompono.
  • Sogni di rocce che si sgretolano e ci colpiscono.
  • Sogni di maturità, di eventi passati.
  • Svegliarsi angosciati da un sogno in cui si è rotto un mezzo di locomozione (se al risveglio si è calmi è un sogno di Fegato).
  • Rene che non afferra il Qi di Polmone: sogni di ferita, danno, minaccia o anche morte causata da un incidente o malattia che arriva all’improvviso.
  • Vuoto di Qi o di Yang di Rene: sogni di morte, di essere uccisi ma non si sa da chi, fumo che soffoca, essere schiacciati, annegare.
  • Disarmonia Rene-Cuore (non c’è comunicazione): sogni di calamità, disastri, guerre, fame, caos che deriva da cause naturali, morte, paura, panico e fobie.
  • Trovarsi su un precipizio o poggiati su rocce che si sgretolano. I sogni di caduta o rischio caduta vengono visti come metafore del rischio di “cadere” in depressione, come movimento di vera e propria discesa. Allo stesso tempo questo tipo di sogno può informare il sognatore della possibilità di perdere un punto di riferimento importante, di rimanere senza terra sotto ai piedi.

Il vissuto emozionale dei sogni dei Reni è caratterizzato da paura e angoscia poiché gli incubi portano tematiche legata alla sopravvivenza e situazioni in cui si è in pericolo di vita.

Osservazione aggiuntiva: sogni di caduta di denti possono presentarsi verso la fine della relazione amorosa (sia già annunciata dal partner o solo presagita). Sogni di caduta da precipizi richiamano la condizione in cui ci si rende conto –all’improvviso- delle conseguenze di una scelta non adeguata ai nostri bisogni: essere arrivati ad un baratro senza accorgersene rimanda al fatto che non abbiamo ascoltato la voce della guida dello Shen-Cuore (necessario comprendere a quale ambito esistenziale fa riferimento il sogno).

 

 

 

SOGNI di INTESTINO CRASSO

Dal testo “FONDAMENTI DI MEDICINA TRADIZIONALE CINESE” di F. Bottalo e R. Brotzu, Ed. Xenia e “I SOGNI in MEDICINA CINESE” di M. Corradin, T. D’Onofrio, R. Brotzu e C. Di Stanislao e da “IL SONNO e i SOGNI in MEDICINA CINESE” dispensa del seminario del Dottor D. De Bernardinis in collaborazione con D. Cazzato, L. Dei e V. Volpato, edito da SIdA

 

La funzione del Grosso Intestino è di indirizzare verso il basso gli scarti dell’alimentazione non assimilabili e scevri delle essenze già incamerate dall’organismo, grazie alle trasformazioni operate dagli altri Visceri. Modella le feci procedendo all’assorbimento dei liquidi ancora presenti nel chilo. IC per poter provvedere correttamente all’evacuazione, ha bisogno del Qi inviatogli dal Polmone: la stagnazione di cibo e la stipsi cronica possono, alla lunga, portare alla stasi del Qi del Polmone, con ad esempio difficoltà a respirare. Spesso è stato verificato il legame tra Grosso Intestino e Polmone anche nelle turbe psichiche, rilevando come a sindromi depressive si abbinassero stitichezze croniche e come risolvendo l’una si risolvesse anche l’altra.

 

SOGNI di GROSSO INTESTINO secondo la MTC

  • Controcorrente energetico: presenza di campi o campagne.
  • Vuoto: sogni di campi e campagne incolte.
  • Scendere in cantina o luoghi sotterranei e non trovare la luce. Improvvisa scomparsa dei luce o sole. Sogno in comune con lo Stomaco, poiché i visceri sono legati tra loro: lo ST estrae la luce e IC la distribuisce al corpo. I loro meridiani sono entrambi Yang Ming.
  • Essere in un luogo affascinante ma smarrire la strada.
  • Perdersi per le campagne, in campi in cui ci sono spesso canali di irrigazione.
  • Sogni di invasioni di erbe infestanti in campi coltivati.

Osservazioni aggiuntive: quando si verificano sogni in cui si cerca un bagno o si riesce a defecare (e questo di solito comporta lo scioglimento del sogno con sensazione di benessere) si può pensare alla presenza -nella vita del sognatore- di una situazione in corso in cui non ci si sente liberi di esprimere la propria posizione, il proprio rifiuto (feci/rifiuto), qualcosa –una reazione ad es.- che è fisiologica ma rinnegata. E’ come se rispondere in maniera autentica comporterebbe una vergogna, rispetto a come siamo abituati a comportarci o per come l’altro ci vorrebbe o per come noi vorremmo apparire. Le feci, così come le urine, da un punto di vista simbolico rappresentano quei prodotti di scarto della trasformazione degli alimenti di cui l’organismo deve necessariamente liberarsi, per non andare incontro ad un’intossicazione. Quando nei sogni cerchiamo un bagno e l’operazione diventa ardua e lunga (non si trova, è occupato, è senza porta, è sporchissimo o rotto, comunque impraticabile), l’inconscio sta comunicandoci la difficoltà ad esprimere un bisogno profondo e naturale (sano perché libera da scarti e tossine pericolose; quando le feci ristagnano il rischio di candidosi recidivanti o cistiti -per le donne- è molto più alto che per quelle con alvo regolare).

Dal testo “FONDAMENTI di PSICOSOMATICA” di Caterina Carloni, Ed. Enea

“La stipsi rappresenta simbolicamente la tendenza a trattenere le cose e a “dosare” l’affettività, limitando la condivisione intima con gli altri. Considerando le feci in analogia con i pensieri, è come se la persona stitica fosse assillata da idee ricorrenti tanto da creare veri e propri “ingorghi”. Gli escrementi possono dunque rappresentare tutte le fantasie più “sporche”, proibite e trasgressive, da occultare a tutti i costi, a noi stessi e agli altri”. Il lato Ombra appalta tutto ciò che viene rifiutato perché percepito come sporco (soprattutto il disappunto, per le persone tendenzialmente accondiscendenti) e l’organismo si intossica di ciò che non abbiamo saputo lasciar andare e manifestare.

SOGNI di POLMONE

Dal testo “FONDAMENTI DI MEDICINA TRADIZIONALE CINESE” di F. Bottalo e R. Brotzu, Ed. Xenia e “I SOGNI in MEDICINA CINESE” di M. Corradin, T. D’Onofrio, R. Brotzu e C. Di Stanislao e da “IL SONNO e i SOGNI in MEDICINA CINESE” dispensa del seminario del Dottor D. De Bernardinis in collaborazione con D. Cazzato, L. Dei e V. Volpato, edito da SIdA

 

L’Organo Polmone, appartenente al movimento del Metallo, è chiamato Ministro e cancelliere; la parola chiave di quest’Organo è la diffusione: il suo compito è di diffondere l’energia vitale Qi in tutto l’organismo. Riconduce all’interno anche come capacità di introspezione. Dirige la respirazione, favorisce il battito cardiaco e permette la difesa dai patogeni esterni. Inoltre i Polmoni ospitano il Po, anima che rappresenta il “contenitore” di tutti i dati, le informazioni, i codici, che consentono all’essere appena nato di vivere. L’istinto a respirare, a cercare il capezzolo della madre, a camminare, ad apprendere e crescere, sono tutte funzioni del Po: esso governa tutti gli automatismi del corpo, sia quelli della specie sia quelli acquisiti attraverso l’apprendimento. Il Po è quindi:

  • Memoria genetica dei processi della specie (istinto)
  • Memoria “corporea” delle esperienze acquisite nel corso della nostra vita individuale. Ad es. tocco il fuoco e mi scotto, lo faccio nuovamente e mi scotto, attraverso la ripetizione memorizzo a livello corporeo di non toccare il fuoco.
  • La memoria, per chi vi crede, nelle vite passate.

Questi vari tipi di memorie sono custoditi e accumulati nel Polmone che provvede a distribuirle in base ai bisogni. A livello più sottile il portare dentro del Polmone è la capacità di guardarsi dentro, di andare in profondità. I testi ci dicono che il Fegato guarda avanti, al futuro (con lo Hun), mentre il Polmone guarda indietro, al passato. Il Po inoltre tende a favorire la ruotine (essendo legato agli automatismi e al ripetere più volte per fare propria la conoscenza di uno schema motorio), il comportamento ripetitivo e automatico, rendendo difficile l’innovazione (avanguardia tipica del Fegato, nuovo sguardo, lontano, in avanti e in alto). A livello di sentimenti ed inclinazioni spirituali il Po tende a riproporci nel momento presente gli schemi mentali e psichici che abbiamo accumulato nel passato, attraverso la loro continua ripetizione. Per cui, di fronte alla situazione del momento, ad esempio se qualcuno ci insulta verbalmente o ci tratta male, tenderemo a reagire automaticamente in base agli schemi psichici e mentali che abbiamo sviluppato e accumulato nel passato. La potenza dell’energia del Po è enorme, poiché possiede un’inerzia spaventosa, come una petroliera che necessita di uno spazio di trenta miglia per poter virare e cambiare rotta. Se nel passato abbiamo sviluppato amore, compassione, gentilezza questo è quanto tenderemo a riproporre nel presente. Questo automatismo opera così bene che non siamo nemmeno consapevoli del suo accadere. Così come non pensiamo di respirare, ma semplicemente il respiro accade, così non pensiamo che la nostra sia una reazione coatta dovuta a schemi preformati, ma ci sembra che rappresenti l’unica azione possibile, la conseguenza logica di ciò che sta accadendo. Il nostro comportamento in un dato momento è quindi, da un lato, legato a tutto il nostro passato, ma –dall’altro- crea un nuovo tassello per il mio comportamento futuro. Se io riesco, per una scelta del Cuore, ad es., a valutare come non conveniente per me e per gli altri un dato comportamento, posso impegnarmi per modificarlo. Quanto più mi educherò a coltivare questa predisposizione, tanto più la precedente si indebolirà, ci vorrà tempo e costanza, ma la modifica sarà ineluttabile.

Gli schemi attualmente presenti in un individuo sono in funzione sia delle esperienze precedenti, sia dell’ambiente in cui ci siamo sviluppati. Ma i nostri schemi non si formano solo dopo la nascita o con il concepimento: veniamo al mondo già con schemi in parte predefiniti, che vanno a formare quella che noi chiamiamo costituzione. L’insieme di queste componenti energetiche è ciò che nella tradizione indiana è stata chiamata karma, ovvero un percorso individuale, che si svolge attraverso più esistenze, per cui al momento della nascita siamo già “carichi” delle conseguenze delle nostre azioni passate, che condizionano la nostra struttura fisica e mentale e ci indirizzano lungo un certo cammino. Lavorare sul Po per modificare il presente (l’unico dato suscettibile di modificazione) richiede pazienza, umiltà e perseveranza: permette di disattivare gli automatismi –non di cancellarli- per poter immettere nuovi dati e schemi senza che quelli precedenti vi interferiscano. Questo ci consente di muoverci in nuove direzioni, abbandonando il solco pesantemente tracciato sinora. Le modifiche del Po avvengono in tempi molto lunghi, la decodificazione è lenta e faticosa, ma i risultati –una volta ottenuti- tendono ad essere duraturi. Il Po è quindi da un lato una grande forza a nostra disposizione da usare adesso, per modificare ciò che il Cuore suggerisce di cambiare; dall’altro è un potere, quasi sovrastante per il suo accumulo passato, che ci vincola pesantemente al nostro agire.

 

SOGNI di POLMONE secondo la MTC

  • Vuoto: sogni di ferite sanguinanti e di cose bianche, tristezza.

  • Pienezza: sogni di lacrime, piangere, spavento e terrore, di lamento e scuotimento o volare nel vento, si sorvolano campi e città. Sogni di ladri.

  • In autunno: sogni di di guerra.

  • Controcorrente energetico: sogni di volo e ascensione; cadere da una sporgenza o dal volo; visioni di metalli straordinari (ferro, acciaio o oro).

  • Sogni di essere in lutto.

  • Sogni di case in disordine o sporche, cadere (in volo o da un dirupo).
  • Sogni in cui ci si sente non protetti, si è troppo nudi, esposti, vulnerabili; senso di vergogna, di essere ridicoli.
  • Situazioni in cui si viene sopresi quando si esce da un nascondiglio.
  • Sogni di problemi di pelle, essere ricoperti di piaghe o da un eczema.
  • Deficit di Qi di Polmone: sogni di essere nudi, con una sensazione di disagio e difficoltà a rapportarsi con le persone del sogno.

 

SOGNI di MILZA-STOMACO

Dal testo “FONDAMENTI DI MEDICINA TRADIZIONALE CINESE” di F. Bottalo e R. Brotzu, Ed. Xenia e “I SOGNI in MEDICINA CINESE” di M. Corradin, T. D’Onofrio, R. Brotzu e C. Di Stanislao e “IL SONNO  e i SOGNI in MEDICINA CINESE dispensa del seminario del Dottor D. De Bernardinis in collaborazione con D. Cazzato, L. Dei e V. Volpato, edito da SIdA

 

Milza e Stomaco rappresentano il movimento Terra, sono i Responsabili dei Fienili e dei Granai: presiedono alla trasformazione delle sostanze nutritive e dei liquidi corporei che producono il Sangue. La Milza ha come compito il mantenimento quotidiano dell’organismo grazie all’assimilazione delle sostanze nutritive che vengono dalla Terra; rende utilizzabili le sostanze che lo Stomaco estrae dagli alimenti, assicurando la diffusione dei nutrienti in tutto il corpo. A livello mentale è associata al Proposito o Pensiero (yi): dà forma al pensiero e a ciò che è nella mente. LoYi rappresenta la capacità di dare una forma, una concretezza a quanto ideato dallo Hun del Fegato (immaginazione e visione onirica) e approvato dal Cuore (Organo della Coscienza di Sé all’interno di un contesto), affinchè l’idea si materializzi, si definisca e strutturi: è dunque la capacità di organizzare e strutturare il pensiero. La capacità di concentrazione, di organizzazione del pensiero  e di memorizzazione sono strettamente legate alla Milza: agisce sulla strutturazione logica del pensiero ed espressione coerente. Opera quindi in particolare nelle attività di studio e nel lavoro, consentendoci di impostarli coerentemente e di esprimerci organicamente. E’ facilmente colpita da pensieri ossessivi quando il pensare diventa eccessivo: preoccupazioni, idee fisse e ossessioni si formano quando viene meno la guida dello Shen (lo Spirito che dimora nel Cuore). La capacità di strutturazione, così importante, diventa patologica e si può manifestare anche in piccole cose: le posate ben allineate sul tavolo, l’ossessione morbosa per l’impiego del termine sempre adatto e preciso, la mania di ordine ed efficienza, e infine la rigidità del Pensiero e del Cuore. Non c’è più spazio allora per sentire, comprendere, accettare ma solo per codificare, analizzare, ponderare, giudicare e inquadrare. Dietro questo bisogno di ordine e stabilità vi è una profonda paura interna, che si cerca di occultare, ma che prima o poi dilagherà: “Pensieri e preoccupazione portano attacco allo Shen, sotto l’effetto della paura e del timore vi è scorrimento, vi è fuoriuscita senza arresto”. E’ quindi importante che questa facoltà del Pensiero si sviluppi, come tutte le altre, sotto la guida illuminata dello Shen.

Lo Stomaco, grande granaio, è l’origine di tutto ciò che accade nel tratto gastrointestinale, ha un ruolo molto importante relativamente alle operazioni che compiranno gli altri Organi e Visceri a seguito. E’ il ricettacolo degli alimenti da cui vengono estratte le essenze che permettono la vita. Lo Stomaco trasforma gli alimenti per renderli assimilabili dall’organismo, come in cucina si preparano gli alimenti per renderli commestibili (v. sogni in cui si cucina, si hanno pentole sul fuoco).

 

SOGNI di MILZA secondo la MTC

  • Vuoto: sogni in cui si mangia e si beve senza essere mai sazi, si è malnutriti.
  • Perdersi in montagna, talvolta con massi che cadono.
  • Grandi stagni o acque stagnanti o melmose (la Milza presiede alla trasformazione, separazione e movimento dei Jin Ye; quando c’è intossicazione della matrice extracellulare o ristagno di liquidi, si sognano acque torbide).
  • Non si riconosce più la propria abitazione o la si ritrova distrutta.
  • Controcorrente energetico: sogni di colline e di paludi, di abitazioni malsane colpite da vento e da pioggia; gole rocciose e perdersi tra le montagne.
  • Pienezza: sogni in cui si costruire dei muri o una casa (dei tetti, S.W. 80), abbattere una casa o cantare di gioia. Avere il corpo pesante e non potersi muovere (Umidità).
  • Sogni di temi associati alla terra, alla casa, ai terremoti e alle rovine.
  • Perdita di cose di valore come oggetti, proprietà e territorio.
  • Collasso del Qi di Milza: sogno di cadere nel sogno o mentre ci si addormenta. Ascensore che cade, non ci sono supporti né controllo. Sogni di stare a testa in giù.
  • Umidità associata a Vuoto di Milza: si sogna di affogare o di essere sommersi o seppelliti, segno di troppe cose da fare o troppe responsabilità, non si sa come affrontarle. Nel sogno c’è un senso di perdita di speranza e di blocco.
  • Insufficienza di Qi: sogno di camminare nel fango, sabbie mobili, difficoltà a rimanere a galla.

 

SOGNI di STOMACO secondo la MTC

  • Vuoto: sogni in cui si accettano buoni cibi o bevande.

  • Scendere in cantina o luoghi sotterranei (e non trovare la luce); improvvisa scomparsa del sole o della luce.

  • Controcorrente energetico: si offrono cibo e bevande.

Milza e Stomaco in MTC sono una coppia Organo-Viscere dalle relazioni particolarmente strette.

SOGNI di INTESTINO TENUE

Dal testo “FONDAMENTI DI MEDICINA TRADIZIONALE CINESE” di F. Bottalo e R. Brotzu, Ed. Xenia e “I SOGNI in MEDICINA CINESE” di M. Corradin, T. D’Onofrio, R. Brotzu e C. Di Stanislao

 

L’Intestino Tenue riceve il cibo dallo Stomaco e prosegue il suo processo di trasformazione che verrà completato a livello dell’Intestino Crasso (che comprende il tratto del colon) e della Vescica (urinaria). La sua funzione è di avviare un processo di separazione con invio dei liquidi alla Vescica e dei solidi all’Intestino Crasso, Visceri che concorrono all’eliminazione di ciò che non è assimilabile, costituendo l’ultima fase delle trasformazioni organiche di cibo e acqua. L’IT ha quindi la funzione che è definita come “separare il puro dall’impuro” o meglio il “puro dal torbido”, o ancora i solidi dai liquidi: tutti modi per evidenziare la sua funzione intermedia di separazione e differenziazione. IT applica a livello fisico quella capacità di discernimento che è del Cuore a livello sottile; tant’è che esiste anche una funzione psichica dell’IT, che è quella di saper distinguere, in una scelta da attuare, ciò che è essenziale da ciò che non lo è. Questo costituisce il presupposto perché possa essere presa una decisione, aspetto che è di competenza della Cistifellea.

 

SOGNI di INTESTINO TENUE secondo la MTC

  • Controcorrente energetico: sogni di incroci, ostacoli nella città.
  • Vuoto: sogni di passaggi stretti in una grande città, gallerie lunghe ed oscure di cui non si vede la fine o la luce.
  • Non riuscire a completare un impegno o un compito (in relazione alla funzione psicologica correlata a IT del discernimento e del saper riconoscere delle priorità, distinguendo ciò che è essenziale da ciò che non lo è).

 

SOGNI di CUORE

Dal testo “FONDAMENTI DI MEDICINA TRADIZIONALE CINESE” di F. Bottalo e R. Brotzu, Ed. Xenia e “I SOGNI in MEDICINA CINESE” di M. Corradin, T. D’Onofrio, R. Brotzu e C. Di Stanislao

Il Cuore, definito Organo “senziente”, ovvero capace di provare sensazione, è per la MTC la sede dello Shen, del divino che è in noi. E’ associato alla figura dell’Imperatore che, nell’antica Cina, rappresentava il legame tra l’essere umano e il Cielo, il divino. Il suo ideogramma può essere paragonato ad una ciotola vuota che accoglie ciò che gli giunge dall’alto senza mai riempirsi: non una campana di vetro che si isola dal mondo, ma una tazza aperta in cui tutto può trovar posto senza mai occuparlo stabilmente. Da qui nasce il “non-agire” (WuWei) del Cuore, che non è un non fare, ma un agire liberi da desideri, ansie e aspettative. Il Cuore diviene così il centro dell’animazione dell’individuo e la sua guida; questo impulso vitale poi si diffonde a tutto l’organismo per portarvi pace, serenità e gioia. Il Cuore governa il Sangue (qui inteso anche come Sangue Spirituale perché veicolo dello Shen). Il Cuore sente le emozioni, le “assaggia” mentre con il Sangue attraversano le sue quattro camere, pertanto delibera azioni a partire da ciò che ha decodificato. Appartiene al movimento Fuoco e la sua emozione è la Gioia. Inoltre è collegato a:

  • Controllo della sudorazione: una sudorazione anomala (spontanea, eccessiva e profusa, notturna), soprattutto se più accentuata alle ascelle e alle mani, indica quasi sempre una turba del Cuore
  • Il Cuore si apre nella lingua: la condizione dell’Organo si legge sulla punta della lingua (in caso di Calore interno essa risulterà secca e rosso scura e con ulcerazioni, o color porpora in caso di ristagno di Sangue). La lingua è da intendere anche in senso psichico, come controllo del linguaggio e possibilità di esprimere liberamente le istanze del Cuore. La parola è, o dovrebbe essere, la via di espressione di ciò che sentiamo nel Cuore; disturbi del Cuore possono portare così a turbe del linguaggio come l’afasia improvvisa o il parlare incessante e immotivato o anche il ridere nervoso e ripetitivo.
  • Il Cuore è collegato al sonno e ai sogni: l’armoniosa alternanza di sonno e veglia è una delle espressioni dell’armonia Yin-Yang all’interno di un individuo. Al momento del sonno lo Yang cede allo Yin, la coscienza si approfonda all’interno, si chiude il mondo esterno fisico per entrare in profondità in quello psichico. E’ il momento del sonno e dei sogni, che sono espressione profonda dello Shen.

 

SOGNI di CUORE secondo la MTC

I testi classici riportano sogni di Vuoto, di Pienezza e di energia in rimonta contraria.

  • Vuoto: sogni di montagne, fuoco, fumi o ustioni, eruzioni vulcaniche.
  • In estate: sognare di ustionarsi.
  • Pienezza: riso incontrollato.
  • Situazioni pericolose in cui anziché fuggire si ride in modo poco congruo con la situazione (reazione paradossale da alterazione dello Shen)
  • Vecchi saggi talvolta con corpo deforme o nani che consigliano e rassicurano o ammoniscono.
  • Persone “strane” che minacciano o rassicurano.
  • Guidare l’automobile (come si conduce la propria esistenza) o qualcuno che la guida per impervie vie (anche e specialmente in vie strette e tortuose o strade di montagna).
  • Sogni di terrore, sensazione di fantasma gui (oppressione al petto).
  • Sogni ricorrenti di una persona deceduta che indicano problemi irrisolti con il defunto.

Gli incubi sono giustificati dal fatto che di frequente lo squilibrio del Cuore si accompagna a quello dei Reni.

 

SOGNI di CISTIFELLEA

Dal testo “FONDAMENTI DI MEDICINA TRADIZIONALE CINESE” di F. Bottalo e R. Brotzu, Ed. Xenia e “I SOGNI in MEDICINA CINESE” di M. Corradin, T. D’Onofrio, R. Brotzu e C. Di Stanislao

La Cistifellea è la sacchetta in cui viene raccolta e conservata la Bile prodotta dal Fegato, composto fluido che collabora al processo digestivo, in particolar modo dei grassi. Il suo potere è quello di emulsionare e distruggere sostanze che le secrezioni degli altri tratti digestivi non possono elaborare. La Medicina Cinese individua nel Viscere Cistifellea il Ministro della Giustizia: amministra per e attraverso il Cuore, agendo da Fuoco ministro. Dunque al suo corretto funzionamento corrispondono azioni rette e giuste, mentre se non esplica a dovere il suo ruolo l’individuo mostrerà difficoltà a prendere decisioni, parlerà in eccesso andando incontro a contraddizioni, e non sarà capace di giudicare con equità le situazioni.

“Fa capo alla Vescica Biliare la capacità di valutare una data situazione e di emettere un giudizio, nel senso di decidere il corso d’azione più opportuno: è la giusta decisione. La Vescica  Biliare rappresenta la capacità di decidere e di scegliere (e vivere vuol dire scegliere!); da ciò deriva anche l’attribuzione alla VB di coraggio e capacità d’iniziativa. La sua patologia psichica sarà l’indecisione, la timidezza e anche la facilità a scoraggiarsi, a mollare.”

 

SOGNI di CISTIFELLEA secondo la MTC

  • Vuoto: sogni di battaglie, risse per la strada, suicidio, ci si taglia il corpo in due, essere sotto processo.
  • Trovarsi ad un bivio e non sapere quale strada scegliere, essere incarcerati.
  • Non saper scegliere o incapacità ad iniziare qualcosa.

SOGNI di FEGATO

Dal testo “FONDAMENTI DI MEDICINA TRADIZIONALE CINESE” di F. Bottalo e R. Brotzu, Ed. Xenia e “I SOGNI in MEDICINA CINESE” di M. Corradin, T. D’Onofrio, R. Brotzu e C. Di Stanislao

In MTC Fegato e Cistifella vengono visti come un’unità funzionale, quindi hanno funzioni simili, per quanto il primo sia appellato Generale delle Armate e il secondo Giudice o Ministro della Giustizia. Il Fegato presiede alla difesa, ma è legato anche all’assalto, come impeto e irruente vitalità. Irruenza che può divenire violenza se non opportunamente diretta ed espressa. Si occupa del fluire libero del Qi (l’energia vitale che ci anima e scorre dentro di noi) e questa funzione si può analizzare su diversi livelli:

  1. Emozioni
  2. Digestione e assimilazione
  3. Secrezione della Bile
  4. Azione sul sangue in genere e sulle mestruazioni in particolare
  5. Equilibrio sonno-veglia

 

SOGNI di FEGATO secondo la MTC

I testi classici riportano sogni di Vuoto (deficit energetico), di Pienezza (eccesso energetico, compressione), e di energia in rimonta contraria (queste condizioni fanno riferimento al Qi e al suo moto e direzione).

  • Vuoto: sogni di funghi, piante fresche, foreste, di invasione del giardino da parte di piante malefiche.
  • In primavera: presenza di qualche “minaccia” per cui ci si nasconde (sotto un albero, in mezzo alle piante o ai rovi), senza la capacità di muoversi, terrorizzati.
  • Correre, scappare inseguiti da uno sconosciuto. Il tutto in presenza di una situazione affettiva intensa.
  • Pienezza: collera, litigi, essere esposti a venti impetuosi da cui si rischia di essere trascinati via.
  • Turbe del movimento per eccesso: fuga disordinata. Per difetto: incapacità di muoversi.
  • Sogni in cui qualcosa si rompe e non è possibile terminare un lavoro o arrivare a destinazione.
  • Essere in ritardo, perdere un mezzo (treno, autobus, aereo).

 

 

SOGNI d’ORGANO

Il sogno viene comunemente inteso come un evento di natura psichica, che riguarda la sfera del sentire da un punto di vista emotivo e cognitivo. Nelle medicine antiche invece il sogno è anche il linguaggio utilizzato dagli organi per comunicare tra di loro: ad esempio nella Medicina Cinese le condizioni di pienezza o deficit di un Organo o Viscere sono  rappresentate nelle immagini notturne. Anche nella Grecia antica si riteneva che durante il sonno l’anima potesse osservare le condizioni di salute e informare il sognatore sul suo stato e/o sull’eventuale annunciarsi di una malattia.

Il sogno è dunque vero e proprio canale dei “processi d’organo”: per processo d’organo si intende l’insieme delle relazioni che si stabiliscono tra organo, apparato e suoi luoghi di manifestazione (riflessa, cutanea e legata ai meridiani), e le immagini della psiche dell’individuo (eventi onirici, sensazioni, fantasie), in un continuum di senso dove psichico e fisico si interrelano in modo coerente e significativo. “Simbolo e sintomo -sostiene C. Widmann- sono due diverse destinazioni dei contenuti inconsci” (Simbolo o sintomo, Widmann, Ed. Magi).

Dagli studi della Psiconeuroendocrinoimmunologia (PNEI) – disciplina che ricerca i fondamenti scientifici delle relazioni mente-corpo e pone le basi razionali della Medicina Integrata- risulta l’esistenza di un network che mantiene in continua connessione bi-direzionale gli apparati endocrino, immunitario, psichico e nervoso. Questo dialogo consiste di trasmissioni biochimiche che permettono ad ognuno di questi attori di concertare decisioni e azioni. Il disturbo funzionale (senza lesione d’organo) o la malattia conclamata, sono il risultato del cattivo o soppresso funzionamento di questo sofisticato sistema comunicativo PNEI.

Il corpo racconta –prima attraverso il sogno-simbolo, poi attraverso il sintomo- come ci sentiamo, quanto e quale senso ha per noi una certa situazione o evento, e ne informa la coscienza di veglia. Secondo la micropsicoanalisi (1) il sogno gioca il ruolo di “valvola di sicurezza”, è “un meccanismo fisiologico di smaltimento delle tensioni secondo modalità di scarica ottimizzate nella filogenesi. (…) Quando l’accumulo traumatico (inteso come effetto deformante di fattori endogeni ed esogeni) è sovrabbondante, la fisiologia del sogno non è più sufficiente a realizzare la scarica tensionale ed emerge il sintomo patologico”.

In Medicina Cinese Tradizionale ciascuna emozione -e relativo stato d’animo- può essere attribuita ad un Organo (v. le Emozioni in http://ilsognodipsiche.altervista.org/emozioni-medicina-tradizionale-cinese/, o la teoria ippocratica degli umori). Le immagini e i simboli (2) che l’Organo utilizza per manifestarsi e dialogare descrivono la funzione e il grado di funzionalità (o disfunzionalità) dello stesso.

 

(1) http://www.psicoanalisi.it/psicoanalisi/2411#.VD7d0LCsWYk

(2)“La funzione simbolica ha lo scopo di organizzare lo spazio psichico (…). Una certa incapacità di identificare i propri movimenti interni spoglierebbe il vissuto psichico della ridondanza di significato, come d’altronde una carenza della capacità di simbolizzazione potrebbe condurre alla letteralizzazione dei contenuti psichici, trasformandoli in sintomi”. Da “SIMBOLO o SINTOMO. Due diverse destinazioni dei contenuti inconsci” a cura di Claudio Widmann, Ed. Magi

 

 

IL LAVORO con l’ONIRICO

Il lavoro con l’onirico (quello attivo compiuto con e su i sogni) permette nel tempo di acquisire una maggiore capacità di comprensione delle immagini personali e collettive, di aumentare l’abilità di autoanalisi e di saper mettere in relazione eventi, emozioni e produzioni oniriche in un continuum dotato di senso e scopo.

Il lavoro con il sogno porta a considerazioni pratiche relative a quanto segue:

  • con la stesura del diario notturno -e l’osservazione del rapporto tra eventi interiori e contenuti onirici- è possibile imparare a riconoscere la trasformazione simbolica che operiamo su stati d’animo, emozioni, percezioni e credenze (creando dei veri e propri codici personali).
  • dallo studio dei nostri sogni possiamo constatare come l’attività mentale onirica tende a correggere le nostre interpretazioni della realtà, o mostrarci qualcosa di importante che abbiamo tralasciato e -ancora- compensare una visione troppo unilaterale, invitandoci ad allargare i nostri orizzonti di senso. Non in ultimo è nel pensiero divergente tipico del sogno che si esprime la nostra grande forza creativa, quel fuoco dal profondo che anima i nostri progetti e ci offre idee e visioni da realizzare da svegli.
  • i sogni rappresentano una delle più significative e veritiere forme narrative della Psiche. Questa narrazione, rispetto a quella della veglia, è recondita e velata: non si manifesta se non nei sogni, nella reverie (o sognare ad occhi aperti), nell’atto artistico, nel linguaggio non verbale o in un sintomo. Risiede sul fondo, sta “sotto” e da qui risale mostrandosi nei suoi effetti: è proprio in questo suo essere alla base (o primaria) che risulta poi così capace di influenzare orientamenti, scelte, gesti creativi, insight (1) o la ripetizione di modelli di comportamento che negli anni diventano “programmi automatici”
  •  il sognare, pur essendo un’abilità naturale, è affinabile ed educabile secondo gli intenti che ci riproponiamo di seguire: come l’attività mentale diurna può essere rettificata dalla pratica della meditazione, così anche il sognare è un campo in cui possiamo intervenire attivamente, conoscendone meglio la natura, le funzioni e gli scopi. I sogni spesso seguono lo stile del pensiero della veglia: meglio penseremo e meglio sogneremo e viceversa, le due dimensioni sono interconnesse e si influenzano l’un l’altra.
  • in questo suo essere una “seconda vita”, come lo definisce Gérard De Nerval, il sogno mostra le immagini che ci abitano, la nostra mitologia personale e le sue evoluzioni: é un tuffo nel profondo, nell’assoluto di cui siamo parte e in cui possiamo rigenerarci.
  • è la sede di incontro e dialogo con il nostro Daimon (2).

 

(1) Insight (letteralmente “visione interna“) è un termine di origine inglese usato in psicologia, e definisce il concetto di “intuizione”, nella forma immediata ed improvvisa.

L’insight consiste nella comprensione improvvisa e subitanea della strategia utile ad arrivare alla soluzione di un problema o della soluzione stessa – colloquialmente conosciuto come lampo di genio o con l’espressione inglese: “Aha! Experience”. A differenza di ciò che è considerato problem solving in generale, dove la soluzione del problema è raggiunta tramite una costruzione analitica e consequenziale, l’insight avviene in un unico passo e compare inaspettatamente nella mente del solutore (Sternberg & Davidson, 1995). L’insight è spesso il risultato di una ristrutturazione degli elementi del problema, anche in assenza di preesistenti interpretazioni (Kounios & Beeman, 2009).

Una definizione intuitiva del concetto di insight è l’esclamazione “Eureka!”, attribuita ad Archimede di Siracusa nel momento in cui scoprì (tramite un insight) il suo noto principio.

(fonte Wikipedia)

(2) “Prima della nascita, l’anima di ciascuno di noi sceglie un’immagine o disegno che poi vivremo sulla terra, e riceve un compagno che ci guidi quassù, un daimon, che è unico e tipico nostro. Tuttavia, nel venire al mondo, dimentichiamo tutto questo e crediamo di essere venuti vuoti. È il daimon che ricorda il contenuto della nostra immagine, gli elementi del disegno prescelto, è lui dunque il portatore del nostro destino”. J. Hillman, Il codice dell’anima

RACCOLTA SOGNI con ANIMALI

Incontrare un animale in sogno è un evento molto significativo per la Psiche: nel suo movimento di ricerca ritrova in questi un compagno di viaggio, un alleato, un curatore e un grande insegnante.

 

IL SERPENTE VERDE SMERALDO

“Sono in una radura, con il sole alto di mezzogiorno, la natura è verdeggiante tutto attorno. Sulla destra vedo una bambina di circa 4-5 anni, da sola, gioca tra le piante, so che è protetta dalla stessa natura in cui è immersa. Proseguo verso destra in direzione di una cascatella e del ponte che la supera. Dal corso d’acqua vedo scendere e venire verso di me un grande serpente color smeraldo che si muove con velocità ed eleganza. Si pone al mio cospetto e io lo raccolgo prendendolo all’altezza della mascella per evitarne il morso (penso ai documentari sui serpenti) e con l’altra mano ne accompagno il movimento attorno al braccio destro, su cui si attorciglia. Con la punta della coda si aggancia al mignolo e mi dico di ricordarmi -al momento in cui lo lascerò di nuovo a terra- di spostare la coda. Iniziamo un giro della radura -in senso orario- guardandoci negli occhi: il suo sguardo è quasi umano, mi sento molto immedesimata in lui e proprio per questo allento la presa sotto la bocca, per non fargli male e lasciarlo muovere l’articolazione. So che se non lo tenessi in quel modo morderebbe, ma non per nuocermi, piuttosto -istintivamente- per difendersi e liberarsi. Incontriamo due uomini che rimangono all’altezza della cinta di alti alberi che contornano la radura e poi ritorniamo al punto da cui siamo partiti. Sgancio la coda dal mignolo e su un pezzo di prato con più erba lo lascio cadere, sapendo che ciò avverrà nel punto più morbido dove l’erba è alta. Mi allontano continuando a guardarlo e dal suo corpo si estende una propaggine che viene verso di me: camminando all’indietro e a fatica (come ci fosse una ipergravità), mi sposto a sufficienza per non essere catturata. A quel punto mi inchino a mani giunte per salutarlo e ringraziarlo e il serpente, usando la coda e l’altra parte di corpo, esegue lo stesso gesto”. (sogno fatto in un periodo di stress in cui si verificano ricorrenti episodi di bruxismo)

 

IL SERPENTE PIUMATO

“Sto risalendo la costa di una montagna, con mio padre e la sua compagna, è pomeriggio. In lontananza vedo il gruppetto di case che dobbiamo raggiungere prima che cali il sole: la strada è molta ancora, tutta in salita, temo di non avere le forze di giungere fin lassù. Ecco che mi trovo all’improvviso all’interno della casa, senza i compagni di viaggio: ci sono ragazzi e ragazze più giovani di me, sembra un ritrovo. Sulla sinistra della stanza c’è un divano bianco e -oltre- la porta finestra da cui arriva la luce esterna. Con lo sguardo mi rivolgo verso il divano e vedo arrotolato come un gatto un grandissimo serpente piumato: come se i miei occhi l’avessero svegliato, questi si leva in volo e distendendosi inizia un giro della stanza in senso antiorario. Mi trovo esattamente a h 6. Il serpente ha un piumaggio che va dall’azzurro al bianco, screziato d’argento: sono in piedi e tocca la mia gola al suo passaggio, in tutta la sua lunghezza. Sento il morbido delle piume ma anche la forza del suo corpo. Compiuto il giro torna sul divano e poi scompare e dalla stessa direzione viene verso di me una giovane ragazza, vestita con maglietta e jeans, capelli lunghi, mossi e scuri. Comprendo -solo vedendola- che lei ha intercesso per me con il serpente e mi inchino giungendo le mani per ringraziarla di questa bellissima manifestazione”. (sogno fatto in guarigione dalla seconda ricaduta di malattia con febbre alta e placche alla gola)

 

LA VISITA delle API

“Sono in una radura, ai lati ci sono degli alberi, davanti a me si apre la vista sul lago; parlo al telefono con mia madre, tenendo il cellulare sull’orecchio sinistro. Da sinistra sento arrivare un suono crescente e vedo un addensamento nero che avvicinandosi riconosco essere un vasto sciame di api. Questo si avvolge attorno a me, e lentamente tutte le api sono sul mio corpo: indosso una maglietta a maniche corte e pantaloncini. Sento che le api, con le piccole zampe, tastano la mia pelle e penso che è un momento in cui bisogna rimanere in silenzio, in cui non avere paura. Poco dopo lo sciame si scioglie e riprende il suo volo verso destra: rimango con la sensazione che sia accaduto qualcosa di sacro.”

 

IL FIUTO del LEONE

“Sono nel bosco, vicino casa. In lontananza vedo un leone: non lo sento minaccioso, ma desidero che non si accorga di me tramite il mio odore. Sto quindi attento a non mettermi in direzione del vento” (il sognatore attraversa un periodo di astenia)

LE DUE TIGRI

“Sono una tigre e mi trovo con una tigre maschio sdraiata a terra: ci tocchiamo il muso a vicenda”.

IL CANYON e la TIGRE

“Sono in un canyon, sulla parete scoscesa, sotto di me il vuoto. Posso solo o salire o scendere ma non sostare. Risalgo e appena mi affaccio vedo una grande tigre che mi guarda. Non posso passare di lì, quindi cerco un punto in cui fermarmi. Ne individuo uno e mi siedo, mi rilasso. Quando risalgo, sperando che la tigre se ne sia andata, la ritrovo ancora lì. A quel punto lei mi parla e dice di attenderla. Si allontana per tornare poco dopo, con un oggetto per me (che il sognatore non ricorda). Una volta che me lo ha consegnato se ne va e io mi sento forte e sereno: sono libero di procedere” (il sognatore attraversa un momento di passaggio che precede un lungo viaggio in India).

IL MORSO della TARANTOLA

“Vedo la mia mano destra in primo piano, mi ha punto una tarantola: è gonfia e piena di siero” (sogno che annuncia febbre a 41.5°)

L’ABBRACCIO del CAVALLO

“Esco da un capannone industriale al seguito di un corteo di diversi animali: mi ritrovo in uno spiazzo molto ampio, semicircolare, che dà sull’infinito. Alle mie spalle rimane la struttura e il cielo diurno, mentre sopra di me inizia la notte, il cielo tempestato di fitte stelle, molto luminose e di diversi colori. Ora sono sola, alla mia destra c’è un cavallo, marrone, guarda dritto davanti a sè: quindi si volta e mi invita a salire, ma ho paura, è come se non fossi ancora pronta. L’animale piega il suo collo attorno al mio, permettendo così di appoggiarmi a lui, di essere abbracciata. Sento il calore del respiro e della pelle del cavallo. Guardo il cielo e le stelle colorate e capisco che sto sognando: la scene diventa instabile e il sogno svanisce.”

IL PITONE e la SCALA

“Sono al primo piano di una casa sconosciuta, è notte, dalle finestre arriva filtrata la luce della luna. Sono fermo in cima alla scala, in fondo a questa c’è un grande pitone, immobile come se dormisse. Non ne conosco la ragione ma io devo assolutamente scendere quella scala: quindi corro giù e insieme agli ultimi due gradini salto anche il pitone. A questo punto corro più veloce che posso in un corridoio sulla sinistra, giro un angolo e mi rendo conto che il pitone mi sta inseguendo. Anche se scappo lui è più veloce di me, sento che mi morde una scarpa: cado a terra e d’istinto mi volto e gli afferro la testa, glie la stringo per poi alla fine staccargliela.” (il sogno viene ricordato solo due ore dopo, a lezione di storia dell’Africa Sub Sahariana, mentre si parla di simboli e animali africani)

 

LE FOCHE BIANCHE

“Sono in un parco, c’è una grande villa in lontananza (potrebbe essere un parco reale). Ho la macchina fotografica con me e ricerco un posto dove stare: ecco che mi appoggio al tronco di un grande salice. Davanti c’è una pozza d’acqua, color biancastro, come sulfurea. Tolgo scarpe, calzini e pantaloni e immergo le gambe: arrivano quattro foche, piccole, bianche, con grandi occhi neri e profondi. Ritraggo d’istinto le gambe e queste scompaiono: per rivederle immergo di nuovo le gambe e le foche tornano, mi circondano il piede destro e cominciano a strusciarvisi contro col muso. Sono bellissime” (la sognatrice ha preso una storta alla caviglia destra poco tempo prima)

LA RONDINELLA

“C’é una rondinella che come fossi il suo piccolo mi imbocca il cibo con il becco: all’inizio sono un pò impressionata, poi capisco che lo fa per il mio bene” (sogno fatto durante una notte di dolori articolari)

 

GLI UCCELLI nella CESTA

“Sono con un uomo che tiene in mano una cesta contenente due uccelli di media grandezza. Uno di questi ha il capo reclinato a destra, sembra malconcio ma respira e lo accarezzo; dico che è solo stanco per il lungo trasporto e ha solo bisogno di riposo. Ora alza il capo e si mette in piedi: di colpo il suo aspetto diventa quasi umano, gli occhi sono grandi e le piume formano una chioma attorno al volto. Parla speditamente e io lo guardo sbigottita e meravigliata finchè dice “Non sto molto bene, ieri sera ho mangiato carne”.” (la sognatrice la sera prima aveva effettivamente mangiato carne)

L’ORSO nel FIUME

“Sono lungo il corso di un fiume: vedo il corpo di un orso inerme scorrere con le acque, non so se sia morto o solo svenuto, il muso è nell’acqua”.

LE FORMICHE sulla MANO

“Sono lungo il marciapiede di una strada non trafficata, di giorno, da sola. Una schiera di formiche risale da terra lungo il braccio destro fino all’apice del dito indice: osservo la scena incuriosita finchè le formiche non iniziano a pungermi e sento un gran bruciore. Compare un panda con la bocca da formichiere che mi dà una mano a toglierle cominciando a mangiarsele”. (sogno fatto in fase di riabilitazione da distorsione al piede, con tendinite diffusa. Tre giorni dopo la Dottoressa consiglia il rimedio omepatico Formica in fiale, per modulare il processo infiammatorio; le formiche pungono nel LI 1, Mercante dello Yang in MTC, punto di Intestino Crasso, Viscere importante nella patobiografia della sognatrice)

IL SALUTO del PAPPAGALLO

“Suonano alla porta e vado ad aprire: è un mio amico che non vedo da tempo, che per molto tempo ha abitato nelle foreste del Brasile. Lo abbraccio felice che sia qui e sulla sua spalla sinistra sta un piccolo pappagallo giallo, verde e azzurro, che mi dà un “bacio” sulla guancia. Faccio strada lungo il lungo corridoio di casa e il pappagallo mi dice “Ciao zucca arancione!”.

IL FENICOTTERO ROSA

“Sono in una grande stanza, sul fondo, lontane, ci sono delle altre persone. Mi viene incontro un fenicottero rosa che inizia a darmi dei bacini sul volto: è un momento gioioso in cui sento lo slancio dell’animale con grande affetto.”

IL CERVO D’ORO

“Sono in una fitta foresta, da sola. Procedo ed ecco che mi viene incontro un cervo d’oro che mi dice “è tutto a posto, stai conducendo bene la tua vita. Inizio a piangere per la commozione, quando mi sveglio sto piangendo anche nella realtà.”

LA SIGNORA DEGLI ANIMALI

“Sono in un deserto, sullo sfondo domina un grande olivo. Mi trovo seduta su un trono e attorno a me ci sono animali di diverso tipo (leoni, giaguari), che mi proteggono.”

IL MOVIMENTO ACQUA

Tratto da “Reflessologia naturopatica” di Catia Trevisani, Ed. Enea

(http://www.scuolasimo.it/it/edizionienea/p/collane/)

 

L’Acqua rappresenta la fine di un ciclo, la massima stasi, il massimo yin, racchiude i concetti di energia potenziale, riserva energetica, massima decelerazione e coesione della materia; morte come fase di preparazione per la vita, è il regno della potenzialità infinita. La caratteristica dell’Acqua è il carattere mutevole, fluido.

Secondo la tradizione taoista è il simbolo del “non agire” (wu wei n.d.r.), della saggezza in cui si lascia scorrere fluidamente, senza attaccamenti o opposizioni, segue l’inclinazione del terreno. Vuota di forma, come è vuoto il cuore del saggio, in cui tutto passa e nulla si ferma, e tuttavia potente. (…)

Per quanto mutevole “l’Acqua rimane fedele a se stessa in qualsiasi condizione”, afferma l’Yijing, il Libro dei Mutamenti dell’antica tradizione classica; per l’alternanza pieno-vuoto, duro-molle, liquido-solido, l’Acqua è la madre della vita, dell’organizzazione generale e materiale di tutte le forme della natura. (…)

Il Movimento Acqua corrisponde alla notte, al buio, al nord, al freddo; la stagione correlata è l’inverno, il tempo in cui -arrestate le attività- si sta in profondità, la neve copre la Terra proteggendo la vita che rifiorirà in primavera. Il colore è il nero che richiama l’oscurità dell’abisso in cui avvengono i mutamenti; uno squilibrio del Movimento Acqua si manifesta nel corpo con occhiaie nere e un colorito grigiastro del volto.  (…)

Nel corpo umano l’Acqua corrisponde all’organo rene e al viscere Vescica. I Reni agiscono come un filtro che da un lato elimina dal sangue tossine e prodotti di rifiuto, dall’altro trattiene tutto ciò che è utile al corpo. Mentre il Polmone fornisce un’energia quotidiana, che si rigenera tutti i giorni, il Rene è la sede dell’energia ancestrale, genetica, sessuale. Dunque problematiche di invecchiamento precoce o di infertilità sono da correlare ad uno squilibrio dell’energia renale. La sfera sessuale è governata dal Rene sia nella sua parte strutturale, sia nella sua parte funzionale; mentre gli stati infiammatori dell’apparato genitale (vaginiti, annessiti etc) vanno ricondotti al Fegato, problemi come l’impotenza e la sterilità sono legati al Rene. (…)

 

L’aspetto sottile dell’Acqua è costituito dalla volontà (di vivere, n.d.r.), dalla determinazione, perseveranza e fermezza che permettono il perdurare delle intenzioni prodotte dalla Milza, e consente di portare a compimento le idee.

L’emozione è la paura, come ansia generalizzata che nasce quando manca la capacità di far fluire le cose e la vita. Se ci si attacca e ci si fissa, si blocca il flusso della vita e dell’energia. L’Acqua rappresenta la saggezza per la sua fluidità e mancanza di forma, ma canalizzata racchiude una forza invincibile (dunque è connessa con la volontà e la determinazione). Nello stato di equilibrio si hanno forza di volontà, indipendenza, stabilità, determinazione; mentre in eccesso diventa rigidità caratteriale, temerarietà, eccesso di volontà; in vuoto prevalgono paura, mancanza di volontà, incapacità di realizzazione, scoraggiamento, mancanza di perseveranza.

I Reni vanno più che altro incontro a problematiche di vuoto. Secondo i cinque Movimenti sono correlati all’Acqua ma sono in relazione anche con il Fuoco: basti pensare al Ming Men, punto posto tra i due Reni, “Porta della Vita” (o del Destino n.d.r.), sede del fuoco vitale connesso allo yang di Rene che a sua volta regge lo yang di tutti gli organi, così come l’Acqua, lo yin di Rene, regge lo yin di tutti gli organi. Si dice che i Reni siano il fondamento dello yin e dello yang. (…)

In generale in caso di vuoto di Reni vi è debolezza o dolore lombare, possono presentarsi debolezza alle ginocchia, stanchezza al mattino, disturbi urinari, edemi, disturbi alle orecchie come riduzione dell’udito, acufeni, vertigini (…)

 

IL MOVIMENTO METALLO

Tratto da “Reflessologia naturopatica” di Catia Trevisani, Ed. Enea

(http://www.scuolasimo.it/it/edizionienea/p/collane/)

 

Il Movimento Metallo rappresenta la decelerazione, il passaggio dal movimento alla stasi, la condensazione dell’energia che prende forma, l’energia che dal Cielo entra nella Terra e si condensa. In tutte le tradizioni i metalli rappresentano la luce che, scendendo, prende forma e si nasconde nelle viscere più profonde della Terra.

Il Metallo, oltre alla caratteristica della lucentezza, ha quella della freddezza e della durezza. Durezza e rigidità rappresentano la condensazione, la concentrazione, l’interiorizzazione; il Metallo è sensibile alle ingiustizie e, nella vita civile, è il giudizio finale sulla condotta delle persone; nell’antica Cina le esecuzioni venivano effettuate in autunno, la stagione correlata a questo movimento. Nell’uomo è connesso al giusto distacco dalle cose, all’interiorizzazione, alla saggezza e all’ordine. La freddezza e la durezza del Metallo sono temperate dalla sua lucentezza che è la capacità di fare chiarezza con quel distacco che consente una notevole obiettività nella valutazione. La rigidità, il rigore gli sono proprie: non c’è la dinamicità dell’Acqua o del Fuoco, ma una costruzione precisa e geometrica; tuttavia vi è una forma di fluidità che si manifesta nei metalli, nella possibilità di trasmettere calore.

Il Movimento Metallo corrisponde alla sera, alle ore del tramonto, all’ovest dove cala il sole, all’autunno in cui le piante iniziano a ritirare l’energia al loro interno facendo cadere le foglie; in cui si riempiono i granai per poi arrestare le attività, si rientra in profondità: è il tempo dell’introiezione di ciò che ha valore, di ciò che vale la pena conservare. (…)

L’aspetto sottile del Metallo è costituito dalle anime corporee Po che sono le più yin, le più materiali tra gli Shen, legate al corpo e alla materia, in contrapposizione alle anime eteree Hun (…). Gli spiriti Po, secondo la tradizione cinese, al momento della morte ritornano alla Terra insieme al corpo, per la loro natura yin, mentre gli Hun, le anime eteree, tornano al Cielo. I Po sono collegati a tutto ciò che nell’organismo funziona in modo vegetativo, automatico, indipendentemente dalla volontà: regolano la vita materiale, caratterizzata da scambi continui con l’ambiente esterno. Tutto ciò che entra in noi è vagliato dal Po che, mediante la sua saggezza, decide cosa lasciar andare, scartare e cosa invece mantenere attraverso lo Hun, che sopravviverà alla morte. Quindi il Po rappresenta il legame con il presente e soprattutto con il passato: vi sono immagazzinate tutte le esperienze.

L’emozione è la tristezza, questa è fisiologica e corrisponde al sentimento che si prova in caso di lutto: la persona si raccoglie in se stessa per raccogliere tutto il positivo della persona perduta e contatta la propria affettività che renderà poi disponibile all’esterno. Può diventare patologica quando diventa desiderio di morire, fino al suicidio. La tristezza eccessiva diventa opposizione alla normale istanza di vita, porta ad una contrazione della vitalità dell’essere, al pessimismo, alla depressione. Lo squilibrio del Movimento Metallo porta a manifestare facilità al pianto, al lamento, ad un’eccessiva emotività. Nello stato di equilibrio vi è un buono scambio tra l’interno e l’esterno. (….)

IL MOVIMENTO TERRA

Tratto da “Reflessologia naturopatica” di Catia Trevisani, Ed. Enea

(http://www.scuolasimo.it/it/edizionienea/p/collane/)

 

La Terra rappresenta la stabilità, la neutralità, il centro, il fulcro, la base di sviluppo di tutti gli altri elementi, il momento di equilibrio tra espansione e contrazione, yin e yang, il perno tra Movimenti yang di Legno e Fuoco e Movimenti yin Metallo e Acqua. Nei cinque Movimenti si trova al centro, è il centro vitale da cui da cui gli altri Movimenti traggono energia per i loro processi di trasformazione, consente tutte le mutazioni e le trasformazioni di tutti gli esseri.

La Terra è la madre, la nutrice, la matrice di tutte le forme, è la madre di tutti i cicli, di tutte le manifestazioni, genera la vita e ad essa la vita ritorna nel ciclo di nascita e morte. E’ il centro in grado di riunire tutti gli opposti, in essa il freddo e il caldo si congiungono dando origine all’umidità che consente la vita. La Terra si manifesta con la forma, come in una pietra, o senza forma, come nella polvere. (…) Negli esseri viventi è la “matrice”, il mesenchima in cui si genera e si mantiene la vita in quanto luogo di scambio.

La Terra concerne tutto ciò che riguarda la nutrizione: così come il cibo introdotto con l’alimentazione viene scomposto, elaborato, analizzato e infine digerito e incorporato per mezzo delle funzioni di Stomaco e Milza, organi correlati alla Terra, così anche le impressioni esterne subiscono un processo molto simile grazie alle capacità di pensiero e di riflessione connesse alla Terra. (…)

Il colore della Terra, il giallo, collegato ai cereali e l’elemento climatico è l’umidità, fondamentale per lo sviluppo della vita: dalla terra secca non può nascere nulla, solo il giusto grado di umidità consente la germinazione e la crescita della pianta.

L’odore è il dolce, il profumo della frutta matura, così come il sapore. Il dolce è un sapore equilibrato, tende a rilassare, a moderare, ad armonizzare l’organismo, la sua prima funzione è quella di nutrire, tonifica, porta energia, ha azione antispastica. Anche questo sapore va apportato con il giusto equilibrio: lo zucchero rappresenta un eccesso di dolce e quindi danneggia.

Nel corpo umano la Terra corrisponde all’organo Milza e al viscere Stomaco; questi sono organi che ricevono, trasformano e distribuiscono. Lo Stomaco riceve gli alimenti grossolani e la Milza, che in M.T.C. è intesa come coppia Milza-Pancreas, interviene sulla loro trasformazione in essenze pure che vengono trasportate e innalzate per la produzione di energia e sangue. La mancanza di appetito, come la voracità, dipendono generalmente da una disfunzione dello stomaco, fermo restando che, anche quando le manifestazioni appaiono localizzate, il problema coinvolge in realtà l’intero organismo. (…)

L’aspetto psichico collegato alla Terra è sul piano cognitivo il pensiero, la riflessione, la razionalità, la capacità logica, la digestione e assimilazione dei concetti; sul piano emotivo è invece la compassione. Quando il Movimento Terra è disarmonico si hanno la preoccupazione e il rimuginamento, il pensiero fisso e circolare fino all’ossessione e all’incapacità, dunque, di mettersi in connessione con l’altro. La voce armoniosa, il bel canto, l’armonia dell’espressione sono anch’essi sorretti dalla Terra e a loro volta l’aiutano a mantenersi sana. Nello stato di equilibrio vi è serenità, un atteggiamento di accoglienza verso il cambiamento, ponderazione e riflessione.

Il Movimento Terra è correlato moltissimo all’alimentazione. La Milza va spesso in vuoto, soprattutto se l’alimentazione non è equilibrata e mancano dei nutrienti, oppure per l’eccessiva attività mentale. Le manifestazioni di vuoto sono: stanchezza, astenia psico-fisica con sensazione di arti pesanti, carnagione giallastra, inappetenza, gonfiore addominale, feci non formate, apatia, nausea, sensazione di oppressione al petto. Se il vuoto è importante si possono avere freddolosità e alterazione del metabolismo dei liquidi, edemi. (…)

Tutto ciò che riguarda le articolazioni si riequilibra attraverso la Terra e quindi la Milza. La Milza in vuoto crea umidità che può trasformarsi in flegma, questo può produrre accumuli e masse, per cui è da considerare anche in caso di cisti, noduli, lipomi o accumuli di muco e catarro. Per lo stretto legame del sistema immunitario con il  sistema nervoso e l’endocrino anche gli squilibri ormonali richiedono di riequilibrare la Milza.

Se lo Stomaco è in vuoto la digestione è lenta e vi è inappetenza; se invece vi è un eccesso, soprattutto di Fuoco, le manifestazioni sono: dolore epigastrico, bruciore, fame, sete intensa con desiderio di bevande fredde, stitichezza; le gengive, che sono energeticamente rette dallo Stomaco, sono gonfie e dolenti e tendono a sanguinare.

 

IL MOVIMENTO FUOCO

Tratto da “Reflessologia naturopatica” di Catia Trevisani, Ed. Enea

(http://www.scuolasimo.it/it/edizionienea/p/collane/)

 

Il Movimento Fuoco rappresenta, nel ciclo yin-yang, la fase in cui un fenomeno si manifesta nel pieno della sua energia, è il culmine dell’espansione, della dinamizzazione, del movimento. E’ il massimo yang, il fuoco che sale dal legno verso l’alto irraggiando luce e calore, ma è anche il Sole che scalda, splende, diffonde la sua luce senza riserve su tutto ciò che lo circonda, rivelando e rendendo chiara ogni cosa; è l’immateriale, il rarefatto, è l’onda elettromagnetica rispetto alla particella, è la vita, lo Spirito che rende viva la materia, l’aspetto più sottile e invisibile dell’uomo, il cosiddetto Shen. (…)

Il Cuore, sede dello Shen, è l’imperatore che rappresenta il “custode della norma a cui tutta la periferia, lo stato, il popolo fanno riferimento”, il suo potere sta nella chiarezza e nel portare ciascuno alla propria verità. La modalità del suo governo è il “non-agire” (wu-wei) che non è inerzia, ma è la forza del consentire ad ogni essere di crescere e svilupparsi secondo le leggi naturali insite in ciascuno e secondo il proprio itinerario, scoperto nella chiarezza e nella verità. (…)

Il Fuoco attiva nell’uomo le dinamiche tra centro e periferia, dal punto di vista psichico (relazioni) e dal punto di vista fisico attraverso il sangue. Questo Movimento consente all’uomo di manifestarsi nel mondo, agli altri attraverso i sentimenti, il pensiero e la parola. La lingua come organo di fonazione è correlata al Fuoco e tutte le problematiche della parola che non fluisce (lapsus, balbuzie, eccetera) sono manifestazione di un suo squilibrio. Come organo di senso si correla al tatto, mezzo di ricezione che permette di integrare le informazioni provenienti dall’esterno, ma anche mezzo di trasmissione e comunicazione con l’esterno. Il Movimento Fuoco rappresenta il massimo dell’espansione, della comunicazione, della relazione, corrisponde al mezzodì in cui il sole è al culmine, al sud dove è più caldo, all’estate, tempo del calore, è la fase della pianta in cui essa emana la maggiore quantità di oli essenziali e il suo profumo si diffonde nell’aria, favorito dal calore del sole; il calore è l’energia climatica connessa al Fuoco e il rosso è il suo colore. (…)

Il Fuoco è collegato ai vasi sanguigni che mettono in relazione il centro con la periferia, attraverso il sangue portano calore, nutrimento, vitalità ai tessuti e a tutte le cellule, mentre la manifestazione esterna è il colorito del viso, l’incarnato dato dalla grande irrorazione sanguigna di questa parte del corpo. Un colorito rosso in volto e al collo manifesta problemi di Cuore. (…)

La secrezione corporea correlata al Fuoco è il sudore, fondamentale per la termoregolazione e per disperdere l’eccesso di calore. (…)

Il Cuore è la massima espressione dello yang, la sua energia è -come il fuoco- mobile, flessibile, adattabile, flessuosa, morbida. Questa flessibilità ed elasticità sono trasmesse ai vasi e al sangue, per questo si dice che “il Cuore ama la morbidezza”, ma se perde tono e si allenta troppo ne soffre il dinamismo stesso del Cuore; si dice che “il Cuore teme il rilassamento” perchè in tale condizione il ritmo cardiaco, la circolazione sanguigna e l’equilibrio delle emozioni non possono più essere garantiti.

Nell’uomo l’aspetto sottile del Fuoco è lo Shen, lo Spirito che anima ogni individuo. Lo Shen si manifesta soprattutto nello sguardo, negli occhi che da sempre sono considerati lo “specchio dell’Anima”, dimora ovunque nel corpo perchè essendo estremamente yang ha bisogno di ancorarsi ad una sostanza yin, il sangue, per non staccarsi. Se il sangue e lo yin di Cuore sono in difetto, gli Shen non trovano dimora, sono instabili, si sganciano e questo si può avvertire come uno stato di paura che può portare ad attaccamento eccessivo a cose e persone. Se invece gli Shen sono in armonia, ben ancorati al sangue, allo yin di Cuore, e trovano ad accoglierli un Cuore vuoto e silenzioso, danno la capacità di recepire, esaminare, vagliare, ponderare tutte le situazioni della vita con equilibrio e saggezza, permettendo di vivere con serenità e gioia.

L’emozione del Fuoco è la gioia; intesa come eccessiva eccitazione è correlata all’espansione e al calore: l’eccesso di emotività può però danneggiare l’uomo perchè porta alla perdita del contatto con il “centro”, è un portarsi troppo all’esterno, alla periferia, dimenticando l’imperatore che deve sempre avere la posizione centrale e non può perdere il comando, pena le malattie dello Shen, le patologie psichiche. Lo Shen ama i luoghi calmi e quieti; la risata, lo humor, la giovialità sono segni di salute e di equilibrio del Cuore. Un eccesso di Fuoco di Cuore si manifesta con agitazione, eccitazione, la persona è logorroica, parla molto e velocemente, vi è un’ilarità immotivata con sproloqui continui. A livello fisico si possono avere palpitazioni, tachicardia, occhi rossi, viso rosso, insonnia, sonno disturbato da sogni, bocca amara al risveglio dopo una notte insonne, bocca secca, ulcerazioni alla bocca e alla lingua, sete, stitichezza, urine scarse e scure, sangue nelle urine, bulimia.

L’estremo è un fuoco-flegma o flegma che annebbia lo Shen, i sintomi principali sono disturbi mentali fino ad arrivare alle psicosi. In caso di vuoto si manifestano ansia, insonnia, palpitazioni, sensazione di oppressione al petto, sudorazione notturna, vertigini, tendenza all’isolamento, scarsa presenza.

 

IL MOVIMENTO LEGNO

Tratto da “Reflessologia naturopatica” di Catia Trevisani, Ed. Enea

(http://www.scuolasimo.it/it/edizionienea/p/collane/)

 

Il Movimento Legno rappresenta l’inizio di ogni ciclo vitale, è il principio, il passaggio dalla stasi al movimento, dall’energia potenziale all’energia cinetica, dallo yin allo yang.

E’ l’inizio, la crescita, il cambiamento, lo sviluppo, l’estroversione, il dinamismo, l’accelerazione dopo la staticità dell’inverno e del Movimento Acqua che lo precede. Il simbolo del Legno ben rappresenta questo passaggio che avviene in natura ciclicamente con lo sbocciare della vegetazione dopo l’apparente morte dell’inverno. Questo Movimento energetico si dirige verso l’alto, così come si osserva nel germoglio e nell’erba che sbuca dalla terra in primavera, ma non solo: in natura l’energia del Legno va anche in tutte le direzioni come nel fiore del soffione (in senso radiale n.d.r.).

Il Movimento Legno corrisponde all’inizio del giorno, all’alba, all’est con il sole che nasce, all’equinozio di primavera; le gemme primaverili ci ricordano una fase di passaggio, di rottura dal vecchio al nuovo, l’inizio di un nuovo ciclo che è inarrestabile; in questa stagione c’è il dinamismo del vento, un dinamismo che non può e non vuole essere compresso, pena lo sviluppo di fuoco, ciò che più teme il Legno è la compressione che si oppone alla sua energia di espansione.

Il colore della primavera e del Legno è il verde, colore che racchiude in sè la capacità di distendere lo spirito e il corpo in un movimento di espansione, come quando ci si rilassa distendendo e stirando il corpo; è assolutamente naturale stiracchiarsi al risveglio, all’inizio del nuovo giorno. Il verde libera dalla stasi e dinamizza. Nel corpo umano il Legno corrisponde all’organo Fegato e al viscere Vescica Biliare.

Il Fegato è un organo pieno che produce la bile -che viene poi immagazzinata in Vescica biliare- inoltre accumula e distribuisce il sangue, il nutrimento, all’intero organismo. Di nuovo vediamo l’aspetto dinamizzante: il Fegato ha una funzione energetica di espansione, esteriorizzazione, muove e distribuisce l’energia, la sua prima funzione è quella di assicurare il libero flusso dell’energia in tutto il corpo. Muove l’energia, spinge all’esteriorizzazione, alla diffusione, pertanto tende a dissipare e a svuotarsi. Questa tendenza è bilanciata dal sapore correlato al Legno e quindi al Fegato, che è l’acido-aspro. Questo ha un’azione contratturante, condensante, retraente e consente di trattenere all’interno un’energia che per sua natura tenderebbe a disperdersi, in questo senso il sapore acido nutre il Fegato e i tessuti ad esso correlati. L’acido-aspro può essere astringente, cioè trattiene i liquidi impedendo perdite eccessive, per esempio con la sudorazione; inoltre favorisce la produzione di liquidi corporei ed è in grado di corrodere e canalizzare. Laddove esistano blocchi di sangue che ostruiscono la circolazione, le sostanze di sapore acido facilitano la ricanalizzazione del vaso (ancora meglio se associato al sapore amaro che mobilizza). D’altra parte un eccesso di questo sapore può nuocere al Fegato perchè si oppone al suo movimento di espansione e diffusione del Qi e può comprimerlo.

I tessuti correlati al Legno e al Fegato sono i muscoli e in particolare i tendini. Il trofismo dei muscoli dipende dalla Milza, ma il movimento dei muscoli dipende dal Legno, ancora una volta troviamo l’aspetto dinamico. (…) Tutti i movimenti muscolari sono da riferirsi al Legno, così anche quelli patologici come spasmi, crampi, convulsioni, tic, tremori fascicolazioni eccetera.

L’ora del giorno in cui si ha il picco di attività del Legno è dalle ore ventitrè all’una (Vescica biliare) e dall’una alle tre (Fegato). I sintomi che si manifestano in questo orario denotano uno squilibrio del movimento Legno. (…)

L’aspetto sottile del Legno, il suo specifico Shen, è costituito dalle anime spirituali Hun che rappresentano la forma più immateriale, yang, degli Shen: sono la parte più intuitiva e istintiva del livello mentale. Sono anche definiti “anima eterea”; nel sonno si staccano per vagare liberamente, connettono l’uomo al cielo e dopo la morte si staccano e lasciano il corpo. Agli Hun dobbiamo la nostra capacità di immaginazione, fino alla progettualità e alla strategia per il raggiungimento di uno scopo. Gli Hun devono necessariamente essere ben ancorati allo Yin del Fegato, alla materialità, poichè la loro tendenza è quella di staccarsi per ricongiungersi al Cielo con una frattura tra sogno e realtà materiale; accade quindi che essi possano “vagare senza meta” causando irrequietezza, inconcludenza, agitazione notturna fino al sonnambulismo. Se invece sono ben equilibrati rappresentano la parte istintiva, più nascosta e profonda di noi che dirige sogni, desideri, bisogni profondi e fa nascere progetti.

Al Fegato, che in Medicina Tradizionale Cinese è chiamato Generale d’Armata, appartengono la fantasia, il coraggio, la progettualità e la strategia. Alla Vescica biliare, chiamata Ministro della Lealtà, appartiene lo spirito decisionale, la messa in moto, l’inizio, l’istanza che guida le iniziative del Legno.

L’emozione correlata al Legno è la rabbia il cui Movimento energetico è di salita verso l’alto, verso la testa, mentre l’aspetto della forza e del dinamismo, tipico del Fegato, si trasforma, se portato all’eccesso, in violenza e aggressività. L’aspetto motorio di tale elemento è visibile nei bambini iperattivi, nelle persone che non riescono a stare ferme e che anche quando sono sedute muovono continuamente le gambe, o hanno movimenti di tamburellamento con le dita delle mani. Sono invece manifestazioni di un Fegato in equilibrio il coraggio, l’iniziativa e la tolleranza.

Un eccesso con fuoco di Fegato si manifesta con il tentativo di esercitare un eccessivo controllo sugli altri, con ira, urla, rabbia, aggressività, intolleranza e gelosia. Queste manifestazioni a loro volta danneggiano il Fegato. A livello fisico si possono avere cefalee pulsanti, puntate di pressione alta, mestruazioni abbondanti e anticipate, insonnia o sonno disturbato da sogni, acufeni improvvisi, vertigini improvvise, bocca amara, occhi rossi, stitichezza.

In caso di stasi dell’energia del Fegato si hanno sbalzi d’umore, sospiri, nodo alla gola, depressione. Fisicamente il sintomo principale è il gonfiore, o il dolore distensivo che cambia a seconda dell’umore, la sindrome premestruale, la cefalea tensiva, nausea, inappetenza, rigurgiti acidi, colon irritabile con alvo alterno.

 

SONNO, SOGNO e NEUROSCIENZE

Articolo dal sito “Scienza e Psicoanalisi” diretta e fondata da Quirino Zangrilli

“Kandel, premio Nobel per la medicina e le neuroscienze per i suoi studi sulla memoria, in un suo articolo del 1999, osserva che “nonostante i progressi fatti negli ultimi 50 anni dalla biologia, non esiste ancora un modello biologico soddisfacente per la comprensione dei processi mentali complessi” e indica nella psicoanalisi lo strumento che, integrandosi con le conoscenze delle neuroscienze, potrebbe “ri-energizzarsi”.”

Continua a leggere dal sito “Scienza e Psicoanalisi”:

http://www.psicoanalisi.it/neuroscienze/3951#.VD7j-7CsWYk

IL SOGNO: memoria filogenetica del modello cibernetico della mente

Dal sito “Scienza e Psicoanalisi” fondata e diretta da Quirino Zangrilli

“Se i contenuti psichici vengono continuamente ritrascritti e riprogrammati deve esistere necessariamente un meccanismo psichico che si faccia carico di una funzione di incontro-armonizzazione tra filo ed onto-genesi e tra passato e presente. In altre parole una sorta di riprogrammazione genica del sistema”.

Continua a leggere dal sito “Scienza e Psicoanalisi”:

http://www.psicoanalisi.it/psicoanalisi/2411#.VD7d0LCsWYk

DEMONI del SONNO e PARALISI IPNAGOGICHE da “Le Scienze”

Articolo da “Le Scienze” Edizione italiana di Scientific American, del 10 novembre 2011

 

Possessioni medievali, esperienze extracorporee, “rapimenti” alieni possono essere collegati a un disturbo finora poco studiato, la paralisi ipnagogica. Descritto anche nella storia della letteratura,  colpisce più spesso pazienti psichiatrici e… studenti.

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UNA STIMOLAZIONE che INDUCE SOGNI LUCIDI da “Le Scienze”

Articolo da “Le Scienze” Edizione italiana di Scientific American, del 12 maggio 2014

 

La stimolazione transcranica di alcune aree cerebrali permette di passare dal sogno tipico del sonno al cosiddetto sogno lucido, quello in cui si è consapevoli di sognare e che si può perfino controllare. Questa dimostrazione di un nesso causale fra lo sviluppo di specifiche forme d’onda cerebrali prodotte dalla stimolazione transcranica e l’acquisizione della consapevolezza di sé ha un potenziale interesse clinico per vari disturbi psichici, a partire da quello da stress post-traumatico.

 

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LA DUPLICE FUNZIONE dei SOGNI da “Le Scienze”

Articolo da “Le Scienze” Edizione italiana di Scientific American, 23 aprile 2010

 

Le esperienze recenti sarebbero elaborate contemporaneamente dall’ippocampo in funzione dei problemi contingenti, e dalle aree corticali superiori per saggiarne l’applicabilità delle nuove informazioni a compiti più complessi e astratti.

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I SETTE INCUBI PIU’ COMUNI

Dalla rivista “Mente & Cervello”, 2014.

 

  • ESSERE INSEGUITI: la dinamica onirica mostra che il sognatore fugge da qualcosa con cui ha paura di confrontarsi: una condizione interiore, la propria Ombra (in senso junghiano), una situazione reale.

 

  • PAURA della MATURITA’: più diffuso tra le persone con un elevato livello di istruzione, nella cui vita (lavorativa) le prestazioni giocano un ruolo importante. Indica che il sognatore non si sente preparato ad affrontare una certa situazione in cui deve mettersi alla prova.

 

  • CADERE nel VUOTO: sogno tipico dei soggetti ansiosi o tendenti alla depressione; il baratro in cui si precipita è interiore, la caduta è emozionale e spesso legata a traumi, insuccessi o delusioni affettive.

 

  • URGENZA di un BAGNO: sogno tipico che mette in scena l’impellente necessità di una toilette che il sognatore non trova, o che si rivela immancabilmente occupata, fuori uso o molto sporca. Indica la presenza di un bisogno interiore -diverso per ciascuno- che le condizioni del momento aggravano o non permettono di soddisfare.

 

  • MORTE di una PERSONA CARA: sogno che rivela una condizione di paura o insicurezza relativamente agli affetti più vicini (come sarebbe la mia vita se…?)

 

  • ESSERE NUDI o VESTITI MALE in mezzo alla GENTE: il corpo nudo rappresenta la vera essenza del sognatore. Se la nudità  o i propri “abiti” (intesi come modi di essere) creano imbarazzo, al sognatore viene messa in luce la sua sensazione di inadeguatezza nel rapporto con gli altri e la difficoltà a presentarsi in maniera autentica per il timore del rifiuto o del giudizio.

 

  • PERDITA dei DENTI: il sognatore ha esaurito le sue energie vitali e la sua forza; vive o presagisce la fine di una situazione nella sua vita, che crea senso di perdita (fine di una relazione sentimentale ad esempio).

 

 

 

 

SOGNO da “Dizionario dei simboli” (III° parte)

Alla voce “SOGNO” dei “DIZIONARIO dei SIMBOLI. Miti, sogni, costumi, gesti, forme, figure, colori, numeri” di J. Chevalier e A. Gheerbrant, Ed. Bur Saggi 2014, pp. 955-963 (il testo non è riportato integralmente)

 

Interpretazione

1. L’autore del sogno è al centro del sogno

Non ci si attenda da questa nota una chiave dei sogni. L’intera raccolta di simboli, siano essi atzechi, bantù o cinesi, può servire all’interpretazione dei sogni ma per quanto utile, non sarebbe esauriente. Il sogno anima e combina immagini cariche di affettività: il suo linguaggio è quello dei simboli. Ma l’arte dell’interpretazione non si ricava soltanto dalle regole, dai procedimenti o dai significati codificati ed applicati meccanicamente. Necessita di una comprensione nello stesso tempo intima e ampia. Il sognatore che possiede questo libro potrà leggere alle voci corrispondenti alle immagini dei suoi sogni i valori simbolici che sono legati a tali immagini. I valori simbolici dei sogni sono fondamentalmente gli stessi delle arti plastiche, della letteratura e dei miti, ma come ovunque, essi sono in simbiosi con altri e specialmente con quel contesto psichico, personale e sociale, che è portatore esso stesso di simboli. La sintesi di tutti questi elementi condurrà il lettore, a partire dalle indicazioni quà e là sparse nel libro, ad una giusta interpretazione della sua esperienza e, in generale, della sua vita sul piano dell’immaginario o dell’immaginativo. La vera chiave dei sogni è nel profondo dei simboli, percepiti o no, ma pur sempre vivaci nell’inconscio. Attraverso se stesso il lettore coglierà il significato dei simboli indicati in questo libro, come coglierà il significato dei suoi sogni. “Non bisogna dimenticare (scrive C. G. Jung) che si sogna in prima persona, quasi esclusivamente di sè attraverso se stessi”. Il celebre analista oppone all’interpretazione dei sogni sul piano dell’oggetto, che sarebbe causale e meccanica, l’interpretazione sul piano del soggetto. Essa mette in rapporto con la psicologia del sognatore ogni elemento del sogno, per esempio ciascun personaggio agente che vi appare. Ognuno è un simbolo del soggetto. Il primo tipo di interpretazione è analitico: essa decompone il contenuto del sogno nella sua trama complessa di reminescenze, di ricordi  che sono l’eco delle condizioni esterne. L’interpretazione del secondo tipo è contraria e sintetica: “essa distacca i complessi di reminescenza dalle cause contingenti e li fa comprendere come tendenze o componenti del soggetto al quale essa li integra di nuovo. In questo caso tutti i contenuti del sogno sono considerati come simboli di contenuti soggettivi”. Di ogni percezione approfondita e vissuta di un valore simbolico -che si realizza evidentemente solo a livello soggettivo- si può dire ciò che Jung dice del sogno: “se per caso il nostro sogno riproduce alcune rappresentazioni, esse sono innanzitutto nostre rappresentazioni, alla cui elaborazione ha contribuito la totalità del nostro essere; sono fattori soggettivi che nel sogno (come nella percezione del simbolo), si raggruppano in questo o quel modo, esprimendo questo o quel significato non per motivi esterni soltanto, ma per motivi più sottili della nostra anima. Questa genesi è essenzialmente soggettiva, e il sogno è il teatro in cui il sognatore è insieme l’attore, la scena, il regista, l’autore, il pubblico e la critica. Il sogno dell’uomo è una manifestazione cosmica e talvolta una teofania, come “un sogno della natura in lui e un sogno di lui sulla natura” (Raimond de Becker) o, secondo gli antichi, un segno di Dio in lui, e un segno di lui in Dio. Il pulsare dei tre livelli dell’Universo e del Sè si congiungono nel sogno.

2. L’autore del sogno è al centro di una storia

L’interpretazione dei simboli onirici esige che ciascuno dei tre elementi dell’analisi sia da porre in un contesto, da chiarire con associazioni spontanee e, se è possibile, da ampliare, come l’ingrandimento di una fotografia. La prima regola, quella del contesto, mette in guardia contro l’interpretazione di un sogno isolato. Se infatti è utile ascoltare il racconto molto preciso di un sogno, nondimeno è altrettanto necessario conoscere più sogni dello stesso soggetto, sogni svoltisi in date ravvicinate, poi in date e luoghi diversi; un sogno fa parte di un intero insieme immaginativo; non è che una scena di un grande dramma dai cento atti diversi. Si tratta di non confondere o sovrapporre queste scene, ma di coglierne le articolazioni. Il contesto implica anche la conoscenza del sognatore, della sua storia, della sua coscienza, dell’idea che si fa di sè e della sua situazione. Poichè la sua vita immaginaria è essa stessa parte di un insieme, che è la vita totale della persona nella società. Questa esigenza conduce parimenti a esaminare gli ambienti nei quali il soggetto agisce e che reagiscono su di lui. Il sogno, malgrado l’esperienza slegata, si inserisce in una continuità. L’interpretazione dei simboli, notturni o diurni, è una catena senza fine di relazioni. Comprendere l’immaginario non è una semplice questione di immaginazione.

3. Il ricorso alle associazioni

L’associazione aggiunge allo studio del contesto, in qualche modo oggettivo, quello del contesto soggettivo. L’autore del sogno è invitato ad esprimere spontaneamente tutto ciò che evocano in lui le immagini, i colori, i gesti, le parole del sogno, prese isolatamente o in gruppo. E’ un’occasione per lui di manifestare legami che erano latenti, nodi emotivi o immaginativi insospettati. Queste associazioni sono fondamentali per l’interpretazione dei simboli, ma sono spesso fragili, artificiali, più o meno volute, deformanti e aberranti, in breve sono da accettare con cautela.

4. Le quinte del sogno

L’amplificazione consiste nel dare al sogno analizzato la massima risonanza. Si arriva a questo risultato sia attraverso le associazioni spontanee del soggetto, sia invitandolo a continuare la scena del sogno, come farebbe se partisse da un dato vissuto nello stato di veglia. L’amplificazione volontaria può essere di due tipi: a occhi aperti, con il minimo di controllo, oppure come sogno coscientemente diretto. Essa può provocare una rottura di senso, ma spesso chiarirà il significato del sogno e le sue ambiguità, come le linee prolungate di un triangolo in miniatura ne mostrano meglio il disegno e una proiezione ingrandita rivela meglio l’architettura di un cristallo di neve o le venature di un marmo.

Se l’amplificazione da parte del soggetto delle linee del sogno non è ancora sufficiente a decifrare i simboli, si può ricorrere ad un’altra amplificazione in cui l’interprete prende l’iniziativa, ricorrendo con prudente circospezione all’immenso tesoro delle varie scienze umane. Questi paralleli storici, sociologici, mitologici, etnologici, attinti dal folklore come dalla storia delle religioni, permettono di porre il contenuto del sogno, spoglio di associazioni, in rapporto con il patrimonio psichico e umano in generale. Questo tipo di amplificazione è caratteristico della scuola di Jung e, usato con opportuna cautela, ha svelato più di un enigma. In un saggio di sociologia del sogno, Roger Bastide mostra bene queste radici sociali dell’immaginario: “alcuni etnologi hanno messo in piena luce quelle che potrebbero chiamarsi le quinte dei sogni: l’autore del sogno prende l’armamentario dei suoi sogni dall’ampia riserva delle rappresentazioni collettive che la sua civiltà gli fornisce; questo fa sì che vi è continuità tra le due età della vita umana, che scambi continui si svolgono tra il sogno e il mito, fra le fantasia individuali e le costrizioni sociali, che il culturale attraversa lo psichico e lo psichico si inserisce nel culturale”.

5. Sogni e simboli, principi di integrazione

L’interpretazione del sogno e la decrittazione del simbolo non soddisfano soltanto una curiosità intellettuale. Esse portano le relazioni tra il conscio e l’inconscio ad un livello superiore e ne migliorano le reti di comunicazione. Non fosse che a questo titolo, e sul piano del più normale psichismo, l’analisi onirica e simbolica è una delle vie di integrazione della personalità. All’uomo diviso fra desideri, aspirazioni e dubbi, e incapace di capirsi si sostituisce un uomo più consapevole ed equilibrato. C. A. Meier, citato da Roland Cahen, dice giustamente: “la sintesi dell’attività psichica conscia e dell’attività psichica inconscia costituisce l’essenza stessa del lavoro mentale creativo”.

 

SOGNO da “Dizionario dei simboli” (II° parte)

Alla voce “SOGNO” dei “DIZIONARIO dei SIMBOLI. Miti, sogni, costumi, gesti, forme, figure, colori, numeri” di J. Chevalier e A. Gheerbrant, Ed. Bur Saggi 2014, pp. 955-963 (il testo non è riportato integralmente)

 

 

Funzioni del sogno

1. Il sogno è necessario all’equilibrio biologico e mentale quanto il sonno, l’ossigeno e una sana alimentazione. Alternando rilassamento e tensione dello psichismo, esso assolve ad una funzione vitale: la morte o la demenza determinano una mancanza totale di sogni. Serve da liberazione agli impulsi repressi nel corso della giornata, fa emergere problemi da risolvere, suggerisce nel suo svolgersi alcune soluzioni. La sua funzione selettiva, come quella della memoria, allevia la vita cosciente. Ma ha anche un ruolo di tutt’altra profondità.

2. Il sogno è uno dei migliori mezzi di informazione sullo stato psichico del sognatore. Gli fornisce con una simbologia vivente un quadro della sua situazione esistenziale attuale: per il sognatore costituisce spesso un’immagine spesso insospettata di sè; è un rivelatore dell’io e del sè. Ma, nello stesso tempo, li nasconde esattamente come un simbolo, in immagini di esseri diversi dal soggetto. I processi di identificazione operano senza controllo nel sogno. Il soggetto si proietta nell’immagine di un altro essere: egli si aliena identificandosi nell’altro. Può essere raffigurato sotto tratti che non hanno niente in comune con lui, uomo o donna, animale o pianta, veicolo o pianeta etc. Una delle funzioni dell’analisi onirica o simbolica è quella di dipanare queste identificazioni e di individuarne le cause e i fini; essa deve restituire alla persona la propria identità, scoprendo il significato del suo raffigurarsi sotto la forma di un altro.

3. Funzione fondamentale del sogno è quella di stabilire un equilibrio compensativo nella psiche della persona. Esso assicura un’autoregolazione psicobiologica. Dalla carenza di sogni derivano squilibri mentali, come la carenza di proteine  può provocare disturbi fisiologici. La funzione biologica del sogno, confermata dai più recenti esperimenti scientifici, influisce sulla stessa interpretazione, che può quindi evocare la legge delle relazioni complementari. L’interprete cercherà infatti la relazione di complementarietà fra la situazione cosciente vissuta, oggettiva, del sognatore e le immagini del suo sogno. Esiste infatti, scrive Roland Cahen, “una relazione di contrappeso (di equilibrio) realmente dinamico fra il conscio e l’inconscio, manifestata per il verificarsi del sogno. I desideri, le angosce, le difese, le aspirazioni (e le frustrazioni) del conscio troveranno nelle immagini oniriche ben intese una compensazione salutare e di conseguenza le correlazioni essenziali”. Il dramma onirico può concedere ciò che la vita esteriore rifiuta e rivelare lo stato di soddisfazione o insoddisfazione nel quale si trova la capacità energetica (libido) del soggetto. Ma talvolta anche lo scarto tra il sogno e la realtà è tale che assume un carattere patologico e che tradisce nella libido stessa una dismisura che niente può compensare. Si osserverà che nei casi normali la compensazione si produce, nella prospettiva di Freud, secondo una linea orizzontale, cioè allo stesso livello della sessualità, mentre, secondo Jung, ogni equilibrio psicologico dell’essere si trova, fra i livelli coscienti e i livelli inconsci, nella dimensione della verticalità, come un veliero fra la vela e la chiglia. Nello stesso senso, per il Guillerey, ogni turba psichica corrisponde ad un’attività superiore ostacolata e il richiamo dell’eroe, nel senso bergsoniano del termine, svolge una funzione, non soltanto morale, ma terapeutica di salvataggio.

4. Il sogno infine accelera i processi di individuazione che guidano lo sviluppo di evoluzione e di integrazione dell’uomo. Al suo livello, ha già una funzione totalizzante. L’analisi, come vedremo, gli permetterà di entrare in comunicazione quasi regolare con la coscienza e di essere quindi fattore di integrazione ai vari livelli. Non soltanto esprimerà la totalità del sè, ma contribuirà a formarla.

 

 

Analisi del sogno

1. L’analisi dei simboli onirici consiste in un triplice esame: quello del contesto del sogno (le immagini e la loro drammaturgia); quello della struttura del sogno (l’insieme formale delle relazioni fra le diverse immagini); quello del significato del sogno (il suo orientamento, la sua finalità, la sua intenzione). I principi interpretativi dell’analisi si potrebbero d’altronde applicare a tutti i simboli, oltre a quelli dei sogni, e in particolare a quelli che si esprimono nelle mitologie. Il sogno può essere considerato come una mitologia personale.

2. Il contenuto del sogno, cioè la fantasmagoria puramente descrittiva, deriva da cinque tipi di processi spontanei: elaborazione dei dati dell’inconscio per trasformarli in immagini attuali; condensazione degli elementi multipli in un’immagine o in un sequenza di immagini; spostamento o transfert dell’affettività su queste immagini sostitutive, attraverso processi di identificazione, rimozione o sublimazione; drammatizzazione dell’insieme di immagini e di cariche affettive in un tratto di vita più o meno intenso; infine simbolizzazione che nasconde dietro le immagini del sogno le realtà che non sono direttamente rappresentate. Attraverso queste forme mascherate da tante operazioni inconsce, l’analisi onirica dovrà cercare il contenuto latente di tali espressioni psichiche, che nascondono costrizioni, bisogni e pulsioni, ambivalenze, conflitti o aspirazioni sepolte nelle profondità dell’anima. Il contenuto del sogno comprende non soltanto le rappresentazioni e la loro dinamica, ma anche la loro tonalità, vale a dire la carica emotiva e ansiosa che le investe.

3. Fantasmagorie diverse possono coprire strutture identiche, cioè insieme disposti e articolati secondo lo stesso schema profondo; al contrario, immagini simili possono apparire in strutture diverse. Numerosi confronti di immagini e di situazioni sognate hanno rivelato una specie di tematica costante, cioè un insieme di schemi eido-motori, dove serie di immagini diverse manifestano uno stesso orientamento, medesimi sentimenti, medesime preoccupazioni, come l’esistenza di una rete di comunicazione interna di uno stesso ordinamento tra i diversi livelli e le diverse pulsioni della psiche; esse permettono anche di individuare il contenuto latente del sogno. (…) Freud pensava che “tutti i sogni di una medesima notte appartengono ad un unico insieme”. Di solito si considera questa struttura del sogno come un dramma in quattro atti, nel quale agisce un apparato immaginario che può variare notevolmente, benchè il quadro soggiacente dell’azione resti lo stesso. Roland Cahen riassume così questi quattro atti, per facilitare l’analisi:

a) messa in scena e personaggi, luogo geografico, epoca, scenario;

b) l’azione che si svolge e forma l’intreccio;

c) la peripezia del dramma;

d) il dramma volge al termine, alla soluzione, allo scioglimento, alla distensione, all’indicazione o conclusione.

Ciò che complica questa struttura, è che essa deve essere esplorata a diversi livelli, che interferiscono tra loro. Si troveranno a livello profondo i problemi metafisici che rappresentano simbolicamente, in modo più o meno diretto, le angosciose questioni dell’ontogenesi o della sopravvivenza. A livello medio, le preoccupazioni sessuali si esprimono attraverso i simboli che l’individualizzazione dell’adolescenza pone in modo generale. A livello superficiale appariranno sotto una forma simbolica, d’altronde più o meno compiuta, le preoccupazioni dell’individuo isolato dalla complessità della civiltà e che si inganna  sulle cause della sua difficoltà d’adattamento.

Attraverso questi mondi di simboli, che così classificati si articolano secondo un’analogia assai limpida, si delineano chiaramente alcuni assi privilegiati quali:

  • il rapporto quasi costante tra ascensione e luce (Castland-Desoille)
  • il rapporto tra integrazione e calore (Frétigny-Virel)

Da segnalare anche le grandi direzioni analogiche della centralità (Godel), della destra e della sinistra. Queste reti di coordinate, e altre che hanno un valore puramente sperimentale, formeranno un codice di schemi eido-motori, grazie al quale il simbolismo onirico potrà essere esplorato in modo relativamente scientifico.

4. Infine, ogni sogno ha un significato -che può essere ricercato a monte- nella causa del sogno, ed è il metodo freudiano eziologico e retrospettivo; o in avanti, nell’intento realizzatore del sogno, ed è il metodo junghiano teleologico o prospettico. I sogni, dice Jung, sono spesso anticipazioni che perdono significato se si esaminano in un’ottica puramente causale.

Il sogno, come ogni processo vivente, non è solo una sequenza causale, ma anche un processo orientato verso una meta. Si possono dunque chiedere al sogno -che è un’autodescrizione del processo della vita psichica- indicazioni sulle cause oggettive della vita psichica e sulle tendenze oggettive di quella. Invece di porsi, come la funzione compensatrice, alla dipendenza di un cosciente che la precede, la funzione prospettica si presenta -al contrario- sotto forma di un’anticipazione, sorgente dall’inconscio, dell’attività cosciente futura; essa indica un abbozzo preparatorio, uno schizzo a grandi linee, un progetto di piano esecutivo. Ma questo orientamento verso una meta si esprime sotto forma di simboli, e non nella chiarezza descrittiva di un film di avventure o di una concatenazione concettuale.

Assimilando al sogno le costruzioni fantastiche fatte nello stato di veglia, Edgar Morin pensa che “ogni sogno è una realizzazione irreale, ma che aspira alla realizzazione pratica. Per questo le utopie sociali prefigurano le società future, le alchimie prefigurano le chimiche, le ali di Icaro quelle degli aerei”. Ogni sogno, dirà Adler, tende a creare il film più favorevole ad una meta lontana. Questa finalità del sogno si distingue dal sogno premonitore degli antichi: essa non annuncia un evento futuro, ma rivela e libera l’energia che tende a creare l’evento. E’ tutta qui la differenza fra la profezia e la previsione, la divinazione e l’atteggiamento operativo.

“Il sogno è una preparazione alla vita” (Moeder); “l’avvenire si conquista con i sogni prima di conquistarlo con gli esperimenti” (De Becker, a proposito di Gaston Bachelard); “il sogno è preludio alla vita attiva” (Bachelard).

 

continua…

SOGNO da “Dizionario dei simboli” (I° parte)

Alla voce “SOGNO” dei “DIZIONARIO dei SIMBOLI. Miti, sogni, costumi, gesti, forme, figure, colori, numeri” di J. Chevalier e A. Gheerbrant, Ed. Bur Saggi 2014, pp. 955-963 (il testo non è riportato integralmente)

 

Il sogno qui è studiato solo come veicolo e creatore di simboli. Esso indica anche la natura complessa, rappresentativa, emotiva, vettoriale del simbolo.

 

 

La parte del sogno

Secondo le più recenti ricerche scientifiche, un uomo di sessant’anni avrebbe sognato, dormendo, per almeno cinque anni. Si calcola che il sonno occupi un terzo della vita, e che il 25% del sonno sia popolato da sogni: il sogno notturno occupa quindi un dodicesimo dell’esistenza per la maggior parte degli uomini.

Il sogno è stato spiegato molto bene da Frédéric Gaussen: “simbolo dell’avventura individuale, così profondamente collocato nell’intimità della coscienza da sfuggire al suo stesso creatore, il sogno ci appare come l’espressione più segreta e impudica di noi stessi”. Almeno due ore per notte viviamo nel mondo onirico dei simboli. Quanta fonte di conoscenza su di noi e sull’umanità se potessimo sempre ricordarceli tutti e interpretarli! L’interpretazione dei sogni, ha detto Freud, è la via maestra per giungere alla conoscenza dell’anima. Per questo le chiavi per comprendere i sogni si sono moltiplicate dall’antichità ai giorni nostri. Oggi la psicanalisi le ha sostituite.

Il fenomeno del sogno

Le idee sul sogno, come sul simbolo, si sono evolute e non stiamo qui a farvene la storia. Ma anche oggi gli specialisti sono divisi. Per Freud è l’espressione, cioè il compimento, di un desiderio represso; per Jung l’autorappresentazione, spontanea e simbolica, della situazione attuale dell’inconscio; per J. Sutter, ed è la definizione meno interpretativa, il sogno è un fenomeno psicologico che si produce durante il sonno ed è costituito da una serie di immagini il cui svolgimento rappresenta un dramma più o meno concatenato.

Il sogno sfugge dunque alla volontà e alla responsabilità del soggetto: il suo svolgersi notturno è spontaneo e incontrollato. Per questo motivo il soggetto vive il dramma sognato come se esso esistesse realmente al di fuori della sua immaginazione. La coscienza della realtà si cancella e si dissolve il senso della propria identità. Chuang-tzu non sa più se è Chuang-tzu ad avere sognato di essere una farfalla, o se è la farfalla ad aver sognato di essere Chuang-tzu.

Sintetizzando il pensiero di Jung, Roland Cahen scrive: “Il sogno è l’espressione dell’attività mentale che vive in noi, che pensa, sente, sperimenta, specula, in margine alla nostra attività diurna e a tutti i livelli, dal piano più strettamente biologico a quello più spirituale dell’essere, senza che noi lo sappiamo. Manifestando una corrente psichica sotterranea e la necessità di un programma vitale inciso nel più profondo dell’essere, il sogno esprime le aspirazioni più riposte dell’individuo e pertanto sarà per noi una sorgente infinitamente preziosa d’informazioni di ogni tipo”.

Classificazione dei sogni

1. L’antico Egitto dava ai sogni un valore soprattutto premonitore: “Il dio ha creato i sogni per indicare agli uomini la strada su cui possano scorgere l’avvenire”, dice un libro sapienziale. I sacerdoti-lettori, scribi sacri od onirocriti interpretavano nei templi i simboli dei sogni, seguendo le indicazioni trasmesse di generazione in generazione. L’oniromanzia, o divinazione attraverso i sogni, era praticata ovunque. (…)

Per tutti gli Indiani dell’America del Nord, il sogno è il segno ultimo dell’esperienza. I sogni sono all’origine delle liturgie; essi determinano la scelta dei sacerdoti e conferiscono il potere di sciamano; da loro proviene la scienza medica, il nome che si darà ai figli e i tabù; essi ordinano le guerre e le battute di caccia, le condanne a morte e gli aiuti da recare; essi solo penetrano l’oscurità escatologica. Infine il sogno conferma la tradizione: è il suggello della legalità e dell’autorità. Per i Bantu del Kasai (bacino congolese), alcuni sogni sono prodotti dalle anime che si separano dal corpo durante il sonno per andare a conversare con le anime dei morti. Questi sogni hanno un carattere premonitore che riguarda l’individuo, oppure costituiscono veri messaggi dai morti ai vivi e interessano quindi l’insieme della comunità.

2. I tipi di sogni sono innumerevoli, si è tentato molte volte di classificarli. Le ricerche psicanalitiche, etnologiche e parapsicologiche hanno classificato i sogni notturni, per comodità di studio, in un certo numero di categorie:

a) Il sogno profetico o didattico, avvertimento più o meno celato su un evento critico passato, presente o futuro; l’origine di questi sogni è spesso attribuile ad una potenza celeste;

b) il sogno iniziatico, dello sciamano o del buddhista tibetano del Bardo-Thodol, carico di efficacia magica e destinato ad introdurre in un altro mondo attraverso una conoscenza e un viaggio immaginari;

c) il sogno telepatico, che mette in comunicazione con il pensiero e i sentimenti di persone o gruppi lontani;

d) il sogno visionario, che trasporta in quello che H. Corbin chiama il mondo immaginale e che presuppone nell’essere umano, a un certo livello di coscienza, forze che la nostra civiltà occidentale ha forse atrofizzato o paralizzato, forze di cui H. Corbin trova testimonianza presso i mistici persiani; si tratta qui non di presagi nè di viaggi, ma di visioni;

e) il sogno presentimento, che fa presentire o privilegiare una possibilità tra mille…

f) il sogno mitologico, che riproduce alcuni grandi archetipi e riflette un’angoscia fondamentale e universale.

3. Il sogno ad occhi aperti, nelle dovute proporzioni, può essere assimilato al sogno notturno, sia per i simboli che adopera sia per le  funzioni psichiche che può assolvere. (…) La pratica psicoterapeutica del sogno ad occhi aperti ha prodotto l’onirotecnica. Derivata dai lavori di Galton e Binet, dagli esperimenti di Desoille, di Guillerez e di Caslant, estesa e perfezionata da Frétigny e Virel fino all’onirodramma, questa tecnica consiste in un sogno guidato a partire da un’immagine o da un tema suggerito dall’interprete e generalmente tratto dai simboli di salita e di discesa. Essa utilizza la facoltà che l’uomo messo in stato di ridotta vigilanza ha di vivere un universo arcaico di cui non suppone neppure l’esistenza quando è in stato di veglia e di cui il sogno notturno dà un’idea del tutto infedele e slegata. (….)

 

continua….

LE FUNZIONI ORGANIZZATIVE dell’ATTIVITA’ MENTALE del SOGNO di J. Fosshage

Da “Quaderni di psicologia, analisi transazionale e scienze umane” n. 43-2005, di James L. Fosshage, traduzione di Claudia Chiaperotti

Quando Freud diceva che i sogni sono “la via regia all’inconscio” assegnava ai sogni il ruolo di accesso principale all’inconscio. Egli considerava l’inconscio come fonte inesauribile di energie istintuali che premono per essere liberate e come contenitore di fantasie e ricordi che vengono banditi nello stato cosciente. L’inconscio dinamico forniva una spiegazione alla diffusa irrazionalità degli esseri umani ed era considerato da Freud una delle tre grandi scoperte scientifiche (le altre due erano quelle di Copernico e di Darwin) che hanno fatto scendere l’uomo dal suo trono.
È passato ormai quasi un secolo dalla pubblicazione di questo monumentale lavoro di Freud sui sogni, del quale egli disse: «Un’intuizione come questa succede, ma una sola volta nella vita» (Jones, 1953, p. 350). Il modello classico di formazione e interpretazione del sogno è rimasto relativamente invariato (Curtis, Sachs, 1976). L’applicazione, poi, del modello strutturale (Freud, 1923; Arlow, Brenner, 1964) ha sottolineato la partecipazione alla formazione del sogno di tutte e tre le entità psichiche: Es, Io e Super-Io. Tuttavia stimolo primario al sogno rimane il desiderio, che rappresenta un impulso istintuale di origine infantile e che cerca gratificazione nel corso di tutta la vita (Altman, 1969).

 

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http://www.psychomedia.it/cpat/articoli/43-fosshage.htm

 

RIMEDI NATURALI per SOGNARE

 

Dalla Natura giungono fino a noi diverse piante note per la loro azione sulla sfera onirica, in forma di olio essenziale da usare nel diffusore d’ambiente (1). Il materiale qui riportato è tratto da siti e libri sull’argomento.

 

OLIO ESSENZIALE di SALVIA SCLAREA

Nell’antichità la Salvia Sclarea era considerata una pianta sacra. Il suo nome deriva dal latino salvere da cui “salvare”, perché creduta benefica per qualsiasi male. Nel Medioevo si usava mettere qualche foglia -ricca di olio essenziale- in bocca, prima di andare a dormire, per favorire sogni divinatori o risolutivi di problemi: uno dei nomi con cui era definita la salvia Sclarea anticamente era “occhio chiaro”. Stimola i sogni, aumenta l’attività onirica e la capacità di ricordare quanto si è sognato. Apprezzata da artisti e creativi in generale, può fornire idee e spunti per creare relazioni, immaginare soluzioni, dar vita a mondi immaginari: stimola la creatività, l’ispirazione e le visioni.

L’olio essenziale di Salvia Sclarea favorisce i sogni di sblocco quando ci si trova davanti ad un bivio. A livello spirituale è uno stimolatore dello sguardo interiore, aiutando a vedere più chiaramente.

 

OLIO ESSENZIALE di MELISSA

Il nome Melissa deriva dalla radice indoeuropea “Mel”, la stessa da cui proviene il termine “miele”. La sua è una storia antica, essendo stata coltivata da molte civiltà. Gli Arabi, i Romani, i Francesi ne conoscevano le numerose proprietà curative. In greco significa pianta delle api, a dimostrare la predilezione che questi insetti hanno per la pianta. Durante il medioevo la melissa conobbe un periodo di fama come erba medicinale e lo stesso Carlo Magno ne aveva ordinato la coltivazione nei giardini medicinali del regno.

L’olio essenziale di melissa è efficace contro l’insonnia, è un ottimo antistress, mitiga gli effetti esercitati sulla psiche da eventi esterni. Elimina gli incubi e favorisce i buoni sogni. 

 

OLIO ESSENZIALE di NOCE MOSCATA

L’olio essenziale di noce moscata è un’essenza molto attiva e potente, da usare con cautela. Ha un’azione neurostimolante ed afrodisiaca. Rende i sogni più colorati e intensi, incrementando in generale l’attività onirica. Stimola l’istinto, la creatività, l’ispirazione, lavorando come la salvia sclarea sul VI° chakra.

 

OLIO ESSENZIALE di LAVANDA

Originaria in Europa meridionale e occidentale, quella provenzale è la più famosa, fu pianta preziosa già per gli antichi Romani che mettevano mazzetti di fiori nell’acqua dei bagni termali. La lavanda veniva utilizzata già allora come base per raffinati profumi e per preparare decotti e infusi usati per la bellezza della pelle e dei capelli.

L’olio essenziale di lavanda è un eccellente rilassante, antistress, efficace in caso di agitazione, paura, rabbia. Indicato per chi soffre d’insonnia. Libera il pensiero e aiuta a prendere una decisione: rigenerante psichico in grado di influire positivamente sui processi di pensiero. Promuove sogni di “pulizia” psichica.

 

Per chi usa rimedi vibrazionali è indicata anche una miscela di fiori di Bach contenente Cerato e Star of B., per lavorare sul tema della MEMORIA (aggiungere Chestnut Bud e White Chestnut in casi di sogni ricorrenti). In generale l’uso dei Fiori di Bach induce un aumento spontaneo dell’attività onirica, indipendentemente dall’azione specifica per cui sono stati consigliati. In particolare per ricordare meglio i sogni sono indicati:

 

CERATO

E’ il fiore indicato nei periodi in cui manca la lucidità per operare la scelta davanti a più soluzioni; le azioni sono dispersive, i pensieri influenzabili. Per chi desidera sviluppare la parte intuitiva. Aiuta a ricordare i sogni, lavorando sul tema delle memoria e dell’ascolto interiore.

 

STAR OF BETHLEHEM

Considerato il “grande consolatore” del sistema floreale, rimargina le ferite, attutisce i colpi, aiuta a superare i traumi. Lavora in modo sottile, spesso potenziando l’attività onirica e la capacità di ricordare i sogni.

 

 

(1) gli oli essenziali non vanno mai usati puri sulla pelle perchè irritanti, nè ingeriti. Non usare in gravidanza, in allattamento o se si assumono farmaci ipnoinducenti o psicofarmaci o alcolici. Con il diffusore d’essenze si garantisce un uso sicuro: accendere la candelina un’ora prima di andare a dormire e spegnere prima di coricarsi.

INVENTARIO PERSONALE

 

Dal testo “I SOGNI. Domande di oggi alle risposte di domani”, di E. Cayce-M. Thurston, Ed. Mediterranee, pp. 55-57

 

“Nella maggior parte dei casi i sogni sono altamente di natura pratica e trattano quegli stessi problemi di cui si cercherebbe la soluzione se ci si rivolgesse ad un terapeuta di fiducia. I sogni producono un commento su quelle cose di cui si occupa la nostra mente nel corso della giornata. Estendiamo questa nozione affermando che il significato dei sogni generalmente si riferisce ad una certa area della vita quotidiana in cui noi investiamo tempo, energia o preoccupazione.

Si potrebbe usare l’elenco sottostante come inventario della propria vita. Facciamo una breve pausa e cerchiamo di osservare noi stessi. Su che parte della nostra vita investiamo più tempo ed energia? Su che parte si investono più pensieri, creativi, preoccupati o ansiosi? L’elenco sottostante potrà sembrarvi incompleto, per cui se è necessario aggiungete delle voci. Riempite gli spazi vuoti riguardanti i rapporti, con il nome delle persone che svolgono ora per voi un ruolo chiave. In un secondo momento date un punteggio ad ogni voce, usando questa scala:

3 = una quantità elevata di tempo, energia o preoccupazione

2 = una quantità moderata di tempo, energia o preoccupazione

1 = una quantità minima di tempo, energia o preoccupazione

 

INVENTARIO

  • salute fisica
  • vita lavorativa
  • scuola
  • rapporto con il partner
  • rapporto con i genitori
  • rapporto con i figli
  • vita spirituale
  • il mio futuro
  • il mio hobby
  • le mie finanze
  • rapporto con….
  • rapporto con…
  • rapporto con…
  • altri
  • altri

I significati della maggior parte dei sogni riguardano le aree della propria vita che hanno ricevuto un punteggio di 3. Questo non significa necessariamente che i sogni sono correlati con le stesse voci che appaiono nell’inventario. Ma una volta che si inizia ad interpretare in modo appropriato i sogni, è possibile scoprire i significati e i messaggi nascosti provenienti dall’inconscio che fungono da commento su quelle aree in cui noi investiamo maggiormente. Ragioniamo in questi termini: di qualsiasi cosa si faccia “tesoro” attraverso pensieri o preoccupazioni, anche il cuore interviene. I sogni rappresentano in gran parte un mondo di sensazioni ed emozioni -un’attività tipica del cuore. Ogni giorno, ora dopo ora, si investe dell’energia attraverso atteggiamenti ed emozioni. Quella è la stessa direzione che prenderanno il cuore e la vita onirica. Naturalmente, i sogni possono avere una prospettiva molto più saggia ed introspettiva.

I sogni non si limitano a ripetere gli atteggiamenti e le idee consce, ma gli argomenti che trattano seguiranno il filo che noi stessi stabiliamo”.

IL POTERE delle IMMAGINI di A. Carotenuto

 

Aldo Carotenuto, psicoanalista, scrittore italiano e uno dei massimi esponenti delle teorie junghiane in ambito internazionale. Da “I SOTTERRANEI dell’ANIMA”:

“L’immagine diviene lo strumento di dialogo tra l’Io e l’inconscio, e attraverso di essa l’uomo fa esperienza del suo mondo sotterraneo. (…) L’immagine ha il potere di aprirlo alla psiche e farlo accedere ad un territorio sconosciuto che nè la sola ragione nè il solo istinto possono rivelare, e la cui materia è il sogno, la visione interiore”.

“Sono proprio le immagini a consentire all’uomo di creare nuove verità, di modificare la propria esistenza con la loro forza numinosa e di concretizzare nel suo presente ciò che esse lasciano intravedere. L’immagine cancella le distanze spaziali e temporali e instaura un universo di corrispondenze e significati, anche inverosimili, che non hanno bisogno di una presenza concreta per nutrire il sentimento che ispirano. La capacità di immaginare -o desiderare- allarga il nostro orizzonte psicologico e l’uomo si riconosce anche per ciò che immagina e desidera”.

 

 

 

 

 

 

 

QUESTIONARIO del LABORATORIO dei SOGNI

Il Questionario del Laboratorio dei Sogni è uno strumento che vi permette di valutare nel tempo quanto e come si è modificato il vostro rapporto con i sogni. Dalla prima compilazione lasciate passare due mesi circa: nel frattempo che avrete lavorato con il diario onirico e gli esercizi da svegli potrete vedere cosa è migliorato, cosa è rimasto invariato e su quali punti desiderate concentrarvi maggiormente.

 

  • Ogni quanto ricordi i sogni? Che media riferiresti alla settimana o al mese?
  • Hai mai tenuto un diario dei sogni? Se sì per quanto tempo?
  • Il ricordo è nitido o sfocato?
  • Il sogno è a colori o in bianco e nero?
  • Ti capita di andare a dormire e poco dopo sognare di cadere e svegliarti?
  • Quanti sensi utilizzi di solito in sogno? Usi solo i canali acustico-visivo o anche quello olfattivo, del tatto e del gusto?
  • Hai dei sogni ricorrenti? Mentre li vivi ti ricordi che hai già fatto questo tipo di sogni?
  • Sei mai riuscit* ad intervenire nella trama del sogno?
  • Sei mai riuscit* a rientrare in un sogno dopo esserti svegliat*?
  • Ti capita di integrare nel sogno i rumori ambientali? (Telefoni, sveglie, voci, campanello, rumori stradali etc..)
  • I sogni che ricordi tendono a far rivivere esperienze del giorno come un’eco o mostrano le situazioni da prospettive diverse?
  • Quanto è presente la dimensione fantastica e bizzarra nei tuo sogni?
  • Quanto spesso sogni animali e posti naturali? Che rapporto hai con questa dimensione, sia nel sogno che da svegli*?
  • Sei in grado di scrivere una biografia dei sogni a partire dall’infanzia?
  • Scrivi il primo sogno che in assoluto ricordi di aver fatto.
  • Ti capitava di fare sogni lucidi (1) da bambin*?
  • Hai smesso di ricordare i sogni a causa di incubi o in un particolare periodo della tua vita? (adolescenza, trasferimento in altre città, dopo la maturità etc…)
  • Ritieni soddisfacente fin qui la tua vita onirica? Vorresti poter fare altri tipi di esperienze oniriche?
  • Nel tempo ti è risultato utile ricordare e studiare i tuoi sogni per comprendere meglio una particolare situazione?
  • Hai mai trovato in sogno la soluzione ad un problema o una questione pratica?
  • Hai mai ricevuto un aiuto da parte dei sogni in situazioni in cui eri in difficoltà rispetto ad una scelta?
  • Hai mai fatto la cosiddetta “incubazione onirica”, ovvero hai richiesto un sogno su una questione particolare?
  • Sei mai entrat* in crisi rispetto ad un tuo atteggiamento per come ti sei vist* in sogno?
  • Hai mai sognato di trasformarti in qualcos’altro? (un animale, una pianta, un elemento della natura)
  • Hai mai sognato di volare? di attraversare un muro? di respirare sott’acqua?
  • Ti succede di sognare della musica che non ricordi di aver sentito altrove?
  • Ci sono sogni in cui parli fluentemente un’altra lingua che da svegli* non parleresti altrettanto bene?
  • Ti è mai successo di avere la convinzione di esserti svegli* (alzat*, vestit*, fatto colazione) e poi di colpo risvegliarti di nuovo nel letto?

 

Queste domande permettono di ampliare quelle che sono le nostre idee sul sogno: ciò che è possibile, impossibile, improbabile…o mai sentito raccontare. Vi invito a verificare direttamente quali sono le potenzialità del sogno, senza preconcetti o opinioni troppo rigide. Familiarizzare con la dimensione onirica nel tempo ci predispone ad accettarne le molteplici manifestazioni: da quelle più ludiche a quelle più illuminanti e profonde.

 

(1) sogni in cui si ha la consapevolezza di stare sognando ed è possibile decidere parte della trama o il completo svolgimento del sogno.

LA STRUTTURA DRAMMATICA del SOGNO

Secondo Jung il sogno segue un impianto drammatico, rintracciabile nello schema tipico dei miti, dei misteri religiosi e delle fiabe: in questo senso è archetipico, perché è un modello sui cui si struttura e articola una modalità rappresentazionale che non dipende dalla cultura, dall’epoca o dall’etnia che la sviluppa e propone.

Nel caso di sogni complessi è consigliabile classificarne i contenuti, e questo schema è applicabile in ogni caso:

  • “AMBIENTAZIONE/SITUAZIONE”: luogo, tempo, scenario, dramatis personae (personaggi)
  • SVILUPPO: presentazione del problema, azione che si svolge e forma così l’intreccio
  • “PERIPEZIA/OSTACOLO/CRISI”: rappresentazione della trasformazione, che include però anche la possibilità di una catastrofe
  •  “LISI o CONCLUSIONE”: risultato del sogno, conclusione significativa; rappresentazione compensatoria dell’azione onirica.

 

Da “IL LINGUAGGIO DEI SOGNI. Simboli e interpretazioni” di E. C. Whitmont e S. B. Perera, Ed. Astrolabio, pp.85-87

“(….) La struttura globale del sogno generalmente viene individuata osservando la sequenza in cui compaiono i suoi elementi drammatici di base, che si esprime sinteticamente nella forma del dramma greco classico: esposizione, peripezia, crisi e lisi, che possono tradursi approssimativamente come situazione, sviluppo, crisi e conclusione. (…) Quando annotiamo mentalmente il sogno e dialoghiamo con esso per conservarlo nella coscienza spesso tendiamo a ricordarlo nei termini della sua struttura drammatica. Quando lo spirito incontra la dimensione pre-razionale, drammatizza (“On dreams and dreaming” in Dreams in therapy, E.C. Whitmont). Il fatto che si tenda a ricordare i sogni nei termini del dramma che vi si rappresenta è un’espressione della funzione rappresentativa dello strato mitopoietico della nostra psiche. Ciò suggerisce che gli archetipi o le “strutture profonde” dell’organizzazione mentale, che aiutano la coscienza diurna a ricordare e a ordinare gli stati onirici, hanno un’attitudine particolare verso questo tipo di rappresentazione drammatica. (…) Anche quando venga ricordata soltanto una singola immagine o un’impressione sensoriale, è possibile esplorarla attraverso le associazioni, le delucidazioni e le amplificazioni per dare corpo e fondamento a quel frammento come indizio o messaggio drammatico di cui si deve trovare il rapporto significativo con la vita del sognatore. Questo processo ha in sè la struttura di una grande opera poliziesca. (…) Nel sogno parti della sequenza drammatica possono essere sovrapposte o condensate insieme. Alcuni elementi possono avere una maggiore estensione; altri essere contratti o presentati in forma rudimentale e/o frammentaria. L’esposizione può essere breve o semplicemente allusa da qualche dettaglio. Lo sviluppo può procedere a sbalzi o essere mescolato con la crisi. Questa a sua volta può occupare gran parte dell’azione o essere rappresentata da brevi allusioni. La risoluzione può mancare del tutto o essere sostituita da una catastrofe o una situazione di stallo. Tuttavia al fine di comprendere il sogno è estremamente utile separare e distinguere questi quattro elementi strutturali.

Ogni dramma si apre con una situazione problematica che è portata all’attenzione dello spettatore dall’esposizione, una situazione collocata in una specifica dimensione spazio-temporale con specifici personaggi. Questo elemento formula il tema della rappresentazione e orienta gli spettatori verso la prospettiva dell’autore sul tema stesso. La situazione spesso si riferisce ad un blocco o ad una fissità, e presenta il punto di partenza per lo sviluppo che seguirà. Nel sogno generalmente scopriamo la questione problematica esaminando la situazione d’apertura. Ciò significa esplorare il significato psicologico delle associazioni affettive e delle delucidazioni che sono connesse con la particolare collocazione del sogno nel tempo e nello spazio e con le caratteristiche delle persone presenti e del loro rapporto con il sognatore. Presentare il tema o il problema di cui il sogno tratta è dunque compito dell’esposizione del sogno. L’esposizione formula il tema. Possiamo paragonarla all’ “Oggetto” riportato nell’intestazione di una circolare o una lettera commerciale, che contiene l’argomento fondamentale della comunicazione – ad esempio, appuntamenti, personale, orari o qualunque altra cosa. (…) Ribadendo un fatto troppo spesso trascurato, nel sogno la situazione psicologica è rappresentata prevalentemente dalla collocazione geografica in cui il sogno si apre e/o dalla situazione iniziale delle dramatis personae nella scena d’apertura. La comprensione del significato psicologico della situazione ci dirà qual è l’argomento del sogno. (…)”

 

INTERVISTA al SOGNATORE

L’intervista al* sognator* è uno strumento per lavorare con i sogni dei partecipanti del Laboratorio dei Sogni. Per imparare a vedere il materiale onirico come narrazione che ha una sua struttura e logica, non irrazionale, ma dotata di un linguaggio che supera la dualità del pensiero conscio, e che va osservato e studiato “in vivo”.

1)      Raccogliere il racconto del sogno, chiedendo di utilizzare il tempo presente e di chiudere gli occhi per ripercorrere le scene. Le domande vengono poste solo alla fine; è utile nel frattempo farsi un appunto o uno schema del sogno, segnando le parole chiave.

2)      Al termine del resoconto al* sognator* vanno poste delle domande per individuare l’ambito di riferimento del sogno: questo può rappresentare una relazione (sentimentale o amicale), un progetto, una questione lavorativa, familiare o relativa al rapporto con se stessi. Per comprendere quale messaggio è contenuto nel sogno e le eventuali indicazioni che può fornire, va prima indagato il contesto di vita reale del sognatore.

3)      Raccolte le info chiedere al* sognator* se ha collegato il sogno ad una particolare situazione della sua vita. Con questi dati alla mano si possono formulare ipotesi che devono  sempre essere convalidate dal* sognator*: nessuno all’infuori di chi l’ha prodotto può comprendere appieno il sogno, con le sue numerose implicazioni e sfumature. La simbologia onirica è sì universale, ma allo stesso tempo si modula sulla biografia e l’immaginario del singolo. Il fatto di trattare e discutere le immagini oniriche può avvicinare * sognator* al contenuto originario che ha generato il sogno.

 

Il sogno spesso segue la cosiddetta “struttura drammatica” riscontrata da C. G. Jung (v. scheda http://ilsognodipsiche.altervista.org/la-struttura-drammatica-del-sogno-2/): scomporre la narrazione e riassumerla per “atti” può facilitare la comprensione del messaggio.

Un altro metodo per scomporre il sogno in unità di senso è la tecnica di riassunto proposta da E. Cayce, una breve descrizione della trama essenziale. In questo modo è possibile evidenziare il modello di ciò che sta accadendo nell’esperienza onirica. Allenandosi con la stesura del riassunto è possibile notare come la maggior parte dei riassunti può essere inserita in uno di questi tre modelli:

1)      QUALCUNO (con una descrizione) STA FACENDO QUALCOSA (specificazioni) A QUALCUNO (con un descrizione)

2)      QUALCUNO (con una descrizione) SI TROVA IN UN CERTO TIPO DI SITUAZIONE

3)      DELLE COSE STANNO ACCADENDO (in un certo modo)

 

DOMANDE per l’INTERVISTA

  • Che titolo daresti al sogno? (il titolo evidenzia l’elemento o l’azione più significativa)
  • Che sensazione hai provato al risveglio?
  • Che emozioni hai provato durante il sogno?
  • Quanti sensi hai usato in questo sogno?
  • Cosa ti è successo il giorno prima, a cosa hai pensato, cosa ti ha colpito (sia in positivo che in negativo)? Di cosa hai parlato e ti sei occupato in particolare?
  • Che periodo stai attraversando in generale?
  • Le persone del sogno sono reali o inventate? Se sono conosciute con quali parole chiave le definiresti? Che rapporto hai con loro nella realtà?
  • Gli attori del sogno rispecchiano una qualche parte di te, un aspetto non manifesto ma presente nell’intimo: riconosci una qualità che desidereresti incorporare o qualcosa verso cui sei in rifiuto, che l’altro porta in senso proiettivo?
  • Se sono presenti animali o forze della natura, come si rapportano a te e come ti rapporti a loro? C’è alleanza o scontro? Nella realtà come percepisci questi animali o elementi?
  • Senti che il sogno ti ha fornito un piccolo insegnamento? O ha suscitato domande e creato  dubbi rispetto ad un certo atteggiamento o abitudine?
  • Dalla prospettiva che ti offre il sogno c’è qualcosa che si chiarisce rispetto alla tematica che rappresenta?

 

Le domande possono essere molte di più e diverse da quelle elencate, ma per iniziare sono sufficienti. Quando si parla di materiale onirico c’è sempre molto di personale e sensibile, quindi è opportuno non entrare in modalità giudicante nei confronti di ciò che viene raccontato. Ogni sogno ha un carattere universale che permette a chiunque di risuonare con i suoi contenuti, le dinamiche e le prospettive che offre. Lavorare con i sogni degli altri aiuta ad avvicinarsi alle proprie immagini in maniera più graduale e profonda.

 

 

NEUROFILOSOFIA e MONDO IPERURANICO DISTALE di P. Giuseppe Milanesi

Neurofilosofia e mondo iperuranico distale.
Lo spazio degli dei (e degli uomini) di Fred Previc

Pier Giuseppe Milanesi

Scrittore e docente di filosofia, Pavia

 
Rispetto alla concezione tramandata dalla filosofia (e dalla filosofia della scienza) che propone una visione intellettualistica univoca dello spazio, gli studi di Previc hanno dimostrato che il rapporto della coscienza con lo spazio viene invece gestito da più moduli, al punto da potere classificare 4 modalità di interazione spaziale a cui corrispondono modalità diverse di proiezione della nostra esistenza su scenari pratici e culturali differenti. Assume particolare importanza il quarto livello di gestione della spazialità, quello che proietta la coscienza umana a confrontarsi con le grandi distanze – lo spazio celeste, la casa degli dei. Questo modulo si avvale di un pathway neurologico che coinvolge strutture ventrali sensibili, che gestiscono parimenti il rapporto con la religione e con la trascendenza. Ma sono anche le strutture che poi si attivano quando i popoli si devono mettere in cammino per migrare alla ricerca di nuove terre spinti dal bisogno e dalla necessità – la ricerca di una eterna “terra promessa”. In questa ricerca su spazi infiniti il cammino degli dei e degli uomini si identifica ed entrambi procedono insieme.

Il “tratto” e il volto

La preghiera più nota, famigliare (e di accreditate origini) che viene recitata da secoli nell’Occidente cristiano, comincia, come è noto cosi: Padre Nostro che sei nei cieli…Non ci si è mai chiesti, a dire il vero, perché mai – anche in considerazione delle successive spiegazioni catechistiche ove si precisa che Dio deve essere comunque inteso come onnipresente “in cielo e in terra e in ogni luogo” – non si fosse potuto, già nella sua prima formulazione, recitare il Padre Nostro con una più precisa indicazione della collocazione spaziale.

In realtà, forse non sarebbe stato possibile pretendere altrimenti – e non solo per ragioni di puri influssi e acquisizioni di tradizioni ideologiche per cui nelle varie culture gli dei “positivi” vengono collocati sempre sopra qualche altura (come ad esempio sul monte Olimpo, o sul monte Sinai) – ma per una serie di cause molto più profonde e strutturali, connesse alle diverse modalità con cui il cervello umano gestisce i piani spaziali, anche al fine di organizzare lo scenario su cui proietta le sue rappresentazioni e le sue immagini.

Questa premessa ci consente di segnalare una ricerca di grande interesse ed eccellenza, che suggerisce un modello affatto nuovo per lo studio e l’approfondimento del concetto di spazio. Lo studio a cui ci riferiamo è The role of the extrapersonal brain systems in religious activity del neurologo Fred Previc e pubblicato in Consciousness and Creativity (1).

Sul piano concettuale, la nozione di “spazio” rinvia tradizionalmente ad una rappresentazione univoca, nonché astratta di questo elemento. Tutti i vari “spazi” euclidei o non euclidei rinviano ad una unica “realtà” – se così si può definire – astratta uniforme e indifferenziata, capace poi di essere intellettualmente sagomata a grande piacimento, ma in qualche modo originariamente “pura” e omogenea – lo spazio.

Quando il matematico si mette ad argomentare avendo davanti il triangolo di Euclide oppure la sfera di Poincaré, sarebbe dunque un inutile disturbo avvicinarsi al nostro teoreta per chiedergli di precisare in quale luogo egli immagini tale triangolo, ossia se lo immagina sulla luna, oppure alla distanza di pochi metri dalla scrivania o ancora più vicino a sé. Il matematico reagirebbe con espressione incredula o di compatimento a tale insulsa domanda, e il suo umore certo non muterebbe anche quando facessimo notare che, in origine, proprio Platone, grande filosofo matematizzante, poneva triangoli e cerchi nel mondo iperuranico, proprio nella casa del dio, essendo questi i soli strumenti celesti che la divinità avrebbe potuto utilizzare, come scritto nel Timeo, per creare il mondo delle cose umane. Pensando infatti alla divinità, dobbiamo notare che, non solo nella filosofia platonica, ma anche nella iconografia che si è tramandata nel tempo, non solo questa viene collocata su infinite altezze o spazi celesti, ma viene anche rappresentata con qualche figura geometrica appresso, quanto meno un triangolo, da cui in seguito si è rappresentata la sua trinitaria natura.

Questo “apparentamento” tra l’immagine del divino, la rappresentazione del “volto” divino, e la geometria è uno degli stereotipi più importanti nella storia dell’evoluzione umana. Infatti, esso è legato ad un processo che potremmo definire del “riconoscimento del tratto”, o delle forme del volto e della figura. Questa funzione del “riconoscimento del volto e della figura” – riconoscimento del tratto – è essenziale dal punto di vista evolutivo, non solo perché consente di potere distinguere presenze famigliari e amiche da presenze di estranei potenzialmente pericolose, ma anche di poter indovinare, dalla espressione del volto dell’altro, l’umore e la disposizione d’animo della persona che ci è appresso. Per questo, questa funzione ermeneutica originaria e primitiva, viene immediatamente codificata nelle aree prossime al sistema limbico emozionale, in particolare nelle regioni prossime ai lobi temporali inferiori (Cfr. R. Joseph, Neurotheology – Brain, Science, Spirituality, Religious Experience,) (2).

Queste stesse aree, non solo risultano sensibili alla lettura del “volto dell’altro”, ma parimenti, secondo la nostra opinione, sono sensibili ai “tratti geometrici” che rendono possibile tale riconoscimento, ossia alle primitive figure geometriche, che assumono in questo caso valenza simbolica: il cerchio, il triangolo, la croce, la linea. Infatti il cerchio è lo stereotipo dell’ovale del viso, la croce rappresenta l’incrocio perpendicolare della linea che comprende l’asse delle due sopracciglia (gli occhi) con la linea rappresentata dal naso, il triangolo è il naso stesso (profilo) o comunque la particolare spigolosità del viso.

L’umanizzazione della trascendenza

Esiste una espansione simbolica molto forte di questi segni ed anche interpretazioni a volte approssimative e gestite da luoghi comuni. Sembrerebbe ad esempio incomprensibile il rapporto che, nell’ambito occidentale, connette il segno della croce (uncinata o no) con i movimenti razzisti e xenofobi. Questo rapporto diventerebbe forse più chiaro se si interpretasse questo simbolo a partire dal suo significato più antico, ossia come il simbolo del volto dell’altro, e perciò come infrastruttura in cui viene pensata l’alterità, con valenza sia positiva che negativa. È un segno bivalente dove significato positivo (l’accettazione del volto dell’altro)  o negativo (disprezzo del volto dell’altro) si confondono. Il circolo e la croce sono la rappresentazione del volto umano e sono anche i due simboli che ad esempio troviamo evidenziati in alcune sette come ad esempio il KKK. In questo caso esaltare la croce con questo significato vuol dire mettere in discussione un processo di riconoscimento o di non riconoscimento del tratto del volto dell’altro. Io ti riconosco (o non ti riconosco) come mio simile! La croce, come infrastruttura simbolico-emotiva di un processo di riconoscimento e/o non riconoscimento è stata perciò usata come strumento di supplizio per coloro che non si riconoscevano nel sistema sociale, ossia per coloro che venivano chiamati latrones – un termine nel mondo romano usato per definire i ribelli politici (non i “ladroni”, come comunemente si pensa!) come spiegato nel saggio di Brent Shaw, The Bandit, contenuto nel volume The Romans, a pagine 309, citato in bibliografia (3). Con questo suo significato recondito, atavico, precristiano, nella simbologia occidentale, la croce, è dunque rimasta come segno da agitare come monito e minaccia presso i “diversi”, e cioè coloro che non hanno le nostre fattezze o il colore del viso o che non appartengono al nostro “gruppo” sociale.

Per la stessa ragione connessa al riconoscimento dello specchio del volto dell’Altro, ossia per un processo emotivo primario limbico-temporale sul quale si costituisce l’ordine del simbolico, il dio “muore” sulla croce – sorte di crocifissione in cui già incorre il dio più antico d’Occidente – il dio dell’immagine-volto infranta allo specchio, Dioniso (4). Al di là di ogni possibile (e comunque plausibile) altra interpretazione, è però semplice comprendere che infine l’Altro (e cioè Dio stesso in quanto alterità assoluta) e la struttura simbolica in cui il nostro cervello codifica il volto di ogni alterità, debbano coincidere.

Comunque sarebbe sufficiente far caso ai disegni con cui i bambini rappresentano il volto umano o la figura umana per rendersi immediatamente conto del sottile rapporto che lega la divinità (il “volto di dio” o il volto dell’Altro) alla geometria. Triangoli, cerchi e croci sono infatti tra le più remote testimonianze graffitare tracciate dai nostri progenitori e fino a noi pervenute. Risalgono all’Uomo di Cromagnon, 35000 anni or sono, o homo sapiens sapiens. Tali grafi compaiono in una fase in cui assistiamo parimenti ad un incremento dei processi di socializzazione e perciò alla fioritura di quei rituali e gestualità su cui si sviluppò e trasse senso una primitiva cultura religiosa. La “gestione” dell’immagine del prossimo e l’elaborazione di una rudimentale e primitiva “simbolica geometrica” sono dunque processi concomitanti.

Il rapporto di  intimità e prossimità che l’apparato cortico-temporale, gestore delle formazioni figurative intrattiene con l’adiacente sistema limbico – amigdala e ippocampo –  fa sì che un eccesso di sollecitazioni sul piano emotivo possano comportare una anomala stimolazione dei lobi temporali, provocando una evocazione spontanea e scoordinata di figure, ossia può essere causa o concausa di processi allucinatori di natura visiva (visioni di volti, di fantasmi, apparizioni  ecc.). L’apparato lobo-temporale è in generale chiamato in causa nel processo di produzione di eventi allucinatori, non solo come in questo caso, di natura visiva, ma anche di natura uditiva, data la particolare funzione che tali aree esercitano nel riconoscimento dei suoni e del linguaggio.

Questa attività produttiva di immagini non è solo stimolata da eventi patogeni, ma può essere ritenuta una modalità naturale con cui il cervello umano processa il mondo personificando segni e ombre. È questa anche la tesi di due autori, teologi, J. Ashbrook e C. R. Albright in The Humanizing Brain: Where Religion and Neuroscience Meet (5), secondo i quali, appunto, il cervello va interpretato come una struttura in grado di tradurre la trascendenza in un “linguaggio umano”, rendendola così a noi famigliare. Si tratterebbe dunque di una funzione “umanizzante”. La funzione del riconoscimento dei volti e soprattutto del riconoscimento del “volto dell’altro” acquista un particolare significato, perché è proprio attraverso il volto dell’Altro e in prim’ordine attraverso il volto di Dio, che si ottiene accesso alla dimensione della trascendenza. In questa tesi l’influsso di Levinas e del suo concetto del “volto infinito” (6), sono evidenti.

Nella costruzione dell’universo metaforico, noi vediamo una particolare frequenza nell’uso di metafore di tipo fisiognomico. Nei bambini, infatti spesso i frontali o i rilievi degli oggetti vengono interpretati come visi umani, così come forme umane sembrano le ombre notturne che ondeggiano ventose. Spesso il nostro cervello, osservando un pavimento maculato o una superficie maculata, estrapola da quelle macchie i profili di visi di persone.

Ma il fenomeno di “umanizzazione della trascendenza” certamente di assoluta rilevanza culturale è quello offerto della geometria del cielo stellato. Usando i puntini luminosi delle stelle l’umanità ha tracciato figure e storie. L’intero mondo degli eventi umani si è ristampato nel cielo. In questo modo l’umanità ha scritto in prima istanza la propria storia su una superficie celeste e ha trovato nel moto degli astri e nella modificazione di quelle figure delle risposte alle sue primitive domande sul senso delle cose terrene e quasi un prosieguo delle vicende terrene. Però c’è un altro motivo per cui questa storia è stata scritta in cielo, e lo vedremo illustrando, se pur in brevi linee, le geniali intuizioni di Previc.

 

Oltre confine

Se dunque la filosofia – ma anche il senso comune – tende a considerare lo spazio (e il tempo per un altro verso) dal punto di vista astratto come un concetto univoco e generale, dal punto di vista delle neuroscienze e del vissuto psichico, questa “generalità” può invece essere scomposta in modalità spaziali differenti, corrispondenti alle diverse modalità con cui il cervello processa e riorganizza i dati spaziali (o temporali).

Previc arriva ad individuare 4 diverse modalità di organizzazione dei rapporti spaziali a cui corrispondono differenti processi neurofisiologici di supporto. Egli arriva a formulare questa classificazione dopo un certo periodo di esperienza e di studio in un laboratorio per la prevenzione del disorientamento spaziale da parte dei piloti dell’aeronautica degli Stati Uniti, causa frequente di incidenti aerei. Potrebbe destare a prima vista sorpresa questo percorso di Previc che lo ha condotto dalle analisi delle esperienze di volo ad interessarsi di questioni celesti in senso spirituale. Però in questo caso il gioco  della metafora, come nei sogni, nasconde delle trame effettive della coscienza. Il disorientamento spaziale non è solo legato ai presunti misteri del “triangolo delle Bermude”, ma questo “perdersi nello spazio”, legato alla seduzione dello spazio, è anche un poco connesso alle mitologie e leggende della nostra cultura, connesse sia alla ricerca di Itaca da parte di Odisseo, sia alla ricerca della Terra Promessa da parte di una tribù di pastori erranti nel deserto – il popolo di Dio.

Ma perché mai il popolo di Dio è per sua stessa natura il popolo errante? Perché Mosè incontra Dio sulla sommità del più alto monte? Perché mai la Terra Promessa si offre anch’essa per la prima volta alla vista dall’alto del monte? Il libro dell’Esodo racconta un viaggio reale, oppure un viaggio immaginario, non diversamente dal viaggio di Odisseo, o dal viaggio di Enea?

Queste ed altre domande possono trovare alcune risposte sulla base della teoria sui meccanismi cerebrali di mappatura degli spazi distali di Fred Previc e del loro rapporto con i meccanismi affini di eccitamento delle formazioni ideologiche, con particolare riguardo al fenomeno storico di sviluppo della religiosità in particolare. In origine è probabile che Previc abbia trovato lo spunto per passare da rilevazioni e studi sul fenomeno del disorientamento dei piloti ad una teoria sulla religiosità, da alcuni rilievi che non gli devono essere apparsi secondari, ossia dalla constatazione che la percorrenza e la pratica di navigazione degli spazi distali evoca un eccitamento del sentimento religioso. Questo fenomeno è stato riscontrato ad esempio negli astronauti nelle più estreme altitudini, come documentato da testimonianze raccolte, e che narrano di sensazioni assai simili agli stati mistici, di depersonalizzazione o da stati di alterazione assai simili alla assunzione di sostanze stupefacenti associabili ad un innalzamento dell’attività dopaminergica e alla riduzione di apporto di ossigeno (ipossia).

Ma il fatto che “lassù” possano accadere “strane cose”, non è solo una suggestione che troviamo tra l’altro ben rappresentata in un racconto straordinario, quale Il Gabbiano Jonathan Livingston, di Richard Bach (7), ma corrisponde alla frequenza con cui questi migranti degli spazi distali sembrano soggetti a visioni e allucinazioni, alla visione di UFO o miraggi. Anche l’episodio narrato da Matteo (17, 1-9) nei Vangeli – restando nell’ambito di una letteratura nota -, secondo cui  “[…] Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro; il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui” diventa significativo per il fatto che tale evento – che per taluni è un atto divino, per altri un fenomeno allucinatorio – avviene, come descritto “su un alto monte”.

Raccogliendo queste varie sollecitazioni ed esemplificazioni, possiamo dare più consistenza alla intuizione di un più vasto e profondo legame che connette la gestione della spazialità ad importanti eventi della cultura. Questo significa non solo che il senso religioso stringe un forte legame con la primitiva geometria del simbolico (triangoli, piramidi, croci, cerchi ecc.) come abbiamo visto nel capitolo precedente, ma anche e soprattutto che il sentimento della religiosità in generale si espande in una prospettiva di gestione e di mappatura dello spazio distale.

Esiste una forma di “eccesso esplorativo” nella coscienza spaziale che spinge l’esperienza umana a penetrare in una forma di “iperspazio” che corrisponde ad un “altro mondo” o a cercare una forma di “ipervisione” che corrisponde ad una estensione delle facoltà di organizzazione della spazialità corrente. In sintesi la tesi di Previc può essere espressa da questo passo tratto (pag. 512) dal saggio in precedenza citato:

 

Come l’anima è una estensione dello spazio corporale, così la figura di Dio e del Paradiso estendono il concetto dello spazio al di là di ogni massima distanza, mentre il concetto di Aldilà estende il tempo al di là del periodo finito della nostra vita. I concetti di Dio e del Paradiso sono in modo indissolubile legati allo spazio superiore. Così presso gli Ebrei la parola “El Elyon” che indica Dio significa “Altissimo”, “esaltare” nella lingua latina ha a che fare con il portare in alto, “trascendenza” connota un movimento che si dirige verso l’alto, “soprannaturale” denota indica un livello di esistenza che si svolge ad un piano superiore.”

 

Questo “volgersi verso l’alto” non è però interpretabile come un semplice fatto culturale, come una figura metaforica tramandata, ma trova fondamento in un fatto fisico inequivocabile che trova riscontro nello stralunamento dei bulbi oculari, ossia nel riversarsi dello sguardo su estremità superiori che possiamo riscontrare in una quantità di fenomeni, sia di tipo estatico-meditativo, sia di natura allucinatoria o di tipo onirico (sonno REM). Questo riflesso oculare tradisce dunque la complessità di un sistema sottostante sia di tipo neuroanatomico che di tipo neurochimico che Previc esplora, evidenziando l’esistenza e la struttura di canali condivisi che accomunano fenomeni variamente classificati – il sogno, le visioni, le allucinazioni, le estasi, il trasporto mistico e religioso – e che comportano una particolare produzione o alterazione di scenari visivi, e il dominio assoluto di campi visivi superiori.

 

Le quattro categorie spaziali di Previc

Relativamente ai processi neurochimici coinvolti possiamo solo anticipare che queste reazioni di stravolgimento e di accentuazione della spinta oculare verso l’alto è connessa alla alterazione in eccesso del rilascio di dopamina, come evidenziato nell’esperimento del “ratto in estasi” o con gli occhi puntati verso il cielo (stargazer). Viceversa, una negligenza del campo visivo superiore è spesso connessa a lesioni alla substantia nigra e perciò ad una crisi del sistema dopaminergico. Parimenti possiamo constatare nei soggetti depressi, dove prevale il sistema serotoninergico su quello dopaminergico, l’assunzione tipica di un postura dimessa del corpo e dello sguardo volto tendenzialmente verso il basso.                                   

Una identica rotazione degli occhi, oltre negli atti di preghiera o di meditazione, viene però naturale in particolari atti di concentrazione della mente su oggetti matematici. Per questo, la domanda impertinente che avevamo rivolto al nostro matematico, ossia dove mai si trovasse il triangolo su cui stava meditando, non sarebbe stata nemmeno così insulsa. Effettivamente il triangolo si trova, come pensava Platone, nella stessa direzione verso cui vanno le preghiere, ossia in cielo, nella casa del dio.

Con ciò veniamo alla classificazione degli ambiti spaziali di Previc. Nel saggio citato egli distingue 4 tipi di categorie o ambiti (realms) in cui si organizzano le relazioni spaziali nello spazio tridimensionale.

La prima distinzione è tra lo spazio peripersonale che si estende nell’ambito ristretto delle capacità prensili dell’individuo e le restanti 3 dimensioni (extrapersonali) che invece si sviluppano all’esterno di questa area prossimale. Tra queste, lo spazio ambientale, relativo alla gestione delle posture e degli spostamenti del corpo nell’orizzonte e nell’orientamento circostante, può essere interpretato come una ulteriore estensione dell’ambito peripersonale, mentre le restanti dimensioni sono “puntate” decisamente alla gestione delle dimensioni spaziali distali. Così gli ambiti di gestione dello spazio a) peripersonale e  b) ambientale possiedono una inclinazione prevalente verso il basso, dove sono posizionati gli arti di manipolazione e di locomozione, mentre lo c) spazio focale è l’unico spazio a base retinotopica e prevalente indirizzato in avanti-alto e raccolto in un cono centrale della dimensione del 30% del campo visivo. Ha certamente limiti di campo, ma ha una maggiore capacità esplorativa e di individuazione di oggetti attraverso gli indirizzamenti del moto oculare.

Lo spazio focale è imparentato con l’ultima e più estesa dimensione, che Previc chiama d) action extrapersonal space system – sistema spaziale extrapersonale operativo – la cui struttura “usa principalmente informazioni uditive e visive che ci consentono di orientarci, di navigare e di interagire nello spazio topografico” (pag. 503) e consente perciò di gestire uno spazio a 360 gradi.  Questo sistema è strettamente connesso ai processi di memorizzazione dei luoghi e degli eventi, nonché alle situazioni emotive associate, e consente parimenti un uso estensivo e a vasto raggio dei movimenti della testa che anticipano i movimenti del corpo nello spazio ed integra input visivi, uditivi, propriocettivi e vestibolari. Anche questo sistema, come quello focale, è diretto prevalentemente verso l’alto.

Queste classificazioni sono in parte supportate da differenziazioni riscontrate sul piano neuroanatomico (e neurochimico), poiché questi sistemi spaziali usano canali differenti, nel senso che il cervello processa e gestisce questi ambiti spaziali utilizzando risorse e percorsi differenti.

La differenza essenziale tra i sistemi a) e b) (peripersonale e extrapersonale ambientale) e c) e d) (spazio extrapersonale focale e extrapersonale operativo) consiste nel fatto che i primi utilizzano sul piano neuroanatomico la corrente dorsale che si estende dal canale visivo dorsale, mediante le parti laterali e mediali dei lobi temporali, fino a raggiungere le parti superiori laterali dei lobi frontali, i secondi – pur nelle loro reciproche differenze funzionali e anatomiche – privilegiano il percorso ventrale, coinvolgendo i lobi occipitali e temporali per raggiungere le parti mediali e basali dei lobi frontali.

Nel modello di Previc, il sistema spaziale extrapersonale operativo (che si sviluppa con una inclinazione verso l’alto) è di gran lunga il più significativo al fine di comprendere i fenomeni di coscienza connessi alle esperienze visionarie, oniriche o alle rappresentazioni mistiche e religiose. Questa particolare importanza non è dovuta solamente alla complessità del sistema ed alla sua interazione con apparati limbici e corticali sensibili e altrimenti interessati nella coscienza religiosa (quali ad esempio i lobi temporali come in precedenza accennato), ma ancor sì per una ragione neurochimica, vista la natura del neurotrasmettitore, la dopamina, che tale apparato utilizza in modo prevalente.

In generale le particolarità che caratterizzano i diversi sistemi di gestione della spazialità sono, secondo Previc, riconducibili ad almeno tre fattori. In primo luogo, come detto, al pathway ventrale dei sistemi di gestione della focalità e dello spazio distale operativo, in secondo luogo alla predominanza  della trasmissione dopaminergica nei sistemi spaziali extrapersonali rispetto al sistema spaziale peripersonale in cui predomina invece la conduzione serotonergica e noradrenergica. Infine, in terzo luogo, riguardo alla “emisfericità” abbiamo una prevalenza dell’emisfero sinistro per quanto riguarda la gestione della spazialità extrapersonale, mentre abbiamo una prevalenza dell’emisfero destro nella gestione dello spazio peripersonale, come rilevato nello studio dei casi di aprassia e di negligenza del corpo (alterata immagine del proprio corpo) nel caso di lesioni a tale emisfero. Nel qual caso, dacché prevalgono le funzioni situate nell’emisfero sinistro, e perciò una percezione alterata ed estrovertita della spazialità, il soggetto ha la netta impressione che il suo essere sia in balia di agenti esterni.

 

Lo spazio extrapersonale, sogni, allucinazioni, esperienze extracorporee

I sogni, le allucinazioni ecc. rappresentano “il trionfo dei sistemi spaziali extrapersonali sui sistemi peripersonali orientati sul corpo” (pag. 507). Questa affermazione può essere comprovata da alcune considerazioni sui sogni che ciascuno potrà fare facilmente analizzando se stesso. Infatti ad esempio, se sogniamo di guidare una automobile, raramente noi visualizzeremo le nostre mani (e neppure avremo percezioni tattili, ma solo uditive e visive). Pur avendo chiara percezione dello spostamento con la nostra auto onirica in uno spazio operativo a largo raggio, la nostra presenza rimane risucchiata dalla spazialità stessa, come se fossimo proiettati più avanti rispetto al piano logico di riferimento. Anche i piani visivi sono tendenzialmente rivolti nella direzione avanti-alto, al punto che raramente vengono fissati oggetti a terra. Quando ciò accade, l’oggetto a terra viene però inquadrato in una prospettiva come se noi lo guardassimo protendendoci da una finestra virtuale collocata in un punto sovrastante, in modo da far sì che sia conservata sempre la direzione avanti-alto del piano oculare – lo stesso sguardo con cui un dio guarderebbe il mondo. In sintesi già nel momento onirico in generale possiamo esperimentare questo primato dello spazio puro extrapersonale, uno spazio completamente estrovertito, in sé dal quale il soggetto quasi risulta assorbito.

La predominanza del sistema di spazialità extrapersonale sulla spazialità peripersonale durante i sogni trova anche conferma nella attivazione/deattivazione dei percorsi neuronali che gestiscono le due forme della spazialità, per cui, più un sogno è vivace e impresso e maggiormente sarà possibile constatare una attività nella corrente limbico-ventromediale (con interessamento delle aree occipitali, temporali, parietali e frontomediali – la stessa su cui su cui confluisce il sistema di spazialità extrapersonalee una parallela deattivazione dei circuiti dorsali che gestiscono le spazialità peripersonale.

Sul piano fenomenologico, il sogno è l’esperienza più elementare e comune, dove tutti in generale possiamo accedere ad un modello che resta comunque alla base di fenomeni più complessi e drammatici, in parte associati a patologie, in parte associati a fenomeni mistico-religiosi. In sintesi, i risultati, sul piano neuroanatomico, delle ricerche di Previc vengono da lui stesso così riassunte (pag.518):

 

L’esplorazione della neuroanatomia e della neurochimica dei sogni, delle allucinazioni, delle credenze, delle pratiche e delle esperienze religiose nell’uomo indica che ci può essere un sostrato neuronale comune a tutte questi fenomeni comportamentali che riflettono il predominio all’attività sistemica spaziale extrapersonale e una pari riduzione dell’attività orientata sul corpo. Sulla base della loro neuroanatomia, sogni, allucinazioni ed esperienze religiose possono essere tutte quanto mediate dal canale ventromediale (limbico-corticale) che si estende dal lobo temporale mediale alla parte anteriore del cingolo e alla corteccia prefrontale. Viceversa si riscontra una minore attivazione o addirittura una deattivazione delle aree occipitali e parietali durante questi fenomeni.

 

Una serie di esperienze che possono essere riscontrate (e raccontate) nella letteratura religiosa, quali esperienze di voli extracorporei, rapimenti o di traslazione in altri mondi, sono già impliciti nella fenomenologia dei sogni, al punto che già sul piano filosofico, ad esempio già in modo chiaro in Schopenhauer, si parla appunto di un “organo del sogno”, per indicare una funzionalità elementare che sta alla base di ogni altra attività di natura visionaria o “paranormale” della mente (8). Previc, con il suo studio, ha in particolare evidenziato questo processo, in cui troviamo in sogni, allucinazioni schizofreniche, visioni ecc. la costante di una inibizione della spazialità propriocettiva, peripersonale ed una esaltazione del sistema di gestione della spazialità operativa extrapersonale con pari esaltazione del campo visivo volto verso il cielo.

 

Il ruolo della dopamina

Parimenti, considerando invece l’aspetto neurochimico e l’equilibrio dei neurotrasmettitori (sempre in linea generale), Previc evidenzia una pari prevaricazione della corrente dopaminergica su quella serotonergica:

 […] Il più consistente mutamento neurochimico associato a tutti questi comportamenti è l’innalzamento della DA-dopamina, particolarmente nelle aree corticali ventromediali. Viceversa l’acetilcolina è elevata durante il sogno, ridotta durante la maggior parte delle allucinazioni, e inconsistente durante la meditazione, mentre la norepinefrina è ridotta durante il sogno, ampiamente indifferente durante le allucinazioni e presumibilmente ridotta nei comportamenti religiosi. La serotonina è a sua volta ridotta durante i sogni, le allucinazioni e i comportamenti mistici.

 

Quindi, non solo, come abbiamo citato nel caso del ratto stargazer l’eccesso di dopamina si coniuga con una forzata torsione degli occhi e della testa verso l’alto (oculogyric crisis), ma che in qualche modo il rilascio di dopamina o la prevalenza di questo neurotrasmettitore, sia connessa ad un aumento del senso del piacere. Questo effetto è abbastanza verificabile considerando il piacere che ci recano generalmente i sogni – coerentemente con quanto aveva teorizzato anche Freud. Ma anche la religione, come il sogno, è fonte di piacere e di conforto ed è il miglior farmaco che la natura ha fornito all’uomo per contrastare il dolore, la depressione, la de-motivazione devastante, la perdita del senso della vita. In questo senso non è del tutto inappropriato la definizione ottocentesca, anche se eccessivamente materialista, della religione come “oppio dei popoli”.

L’assimilazione ristretta del fenomeno religioso alla sfera puramente neuroanatomica e neurochimica che accomuna sogni, deliri e allucinazioni, può valere solo considerando situazioni limite, dove vediamo ad esempio il disturbo schizofrenico o patologico convertirsi facilmente in delirio religioso e viceversa, oppure considerando la religiosità nelle sue espressioni antiche e primordiali dove in effetti questi rapporti erano molto più evidenti (così come sono presumibilmente evidenti, secondo molti autori, le patologie visionarie a sfondo epilettico di Paolo di Tarso o di Maometto).

Per un altro verso, in senso generale, l’ipotesi di un originario e primitivo circolo della reiterazione del piacere (o di una strategia di gestione di una “economia della libido”) che accomunerebbe nelle più antiche fondamenta religione e sessualità è la conclusione a cui giunge Newberg (9) al termine delle sue lunghe ricerche di neuroteologia e sulla psicologia delle religioni. Parimenti anche Dawkins (10), volendo rafforzare questo scenario, si spinge a chiamare il recettore DRD4, in cui si sviluppa il sistema dopaminergico, come “gene di Dio”.

Previc tende ad attribuire allo sviluppo del sistema dopaminergico un significato fondamentale per lo sviluppo dell’intelligenza umana e della cultura. Egli fa notare come l’espansione del sistema dopaminergico inizi nella evoluzione dei primati con una più omogenea distribuzione della dopamina attraverso il cervello, particolarmente nei suoi strati superiori. Un riflesso della continua espansione del sistema DA negli umani è il vasto aumento (circa il doppio, relativamente al peso corporeo) della DA nello striato rispetto agli scimpanzé, i quali usano la maggior parte del loro tempo nelle attività peripersonali.

In parte l’alterazione dei valori nell’equilibrio neurochimico dovrebbe essere valutato anche in relazione alle diete e alle abitudini alimentari. Il rapporto tra religiosità e varie pratiche di digiuno è diventato ormai uno stereotipo dell’immaginario comune. Nella società pingue ed opulenta, il tasso di religiosità diminuisce, così come diminuiscono, nei topi obesi, i recettori della dopamina, secondo una ricerca condotta da P. Thanos dello U.S. Department of Energy’s Brookhaven National Laboratory. Questo dato conferma però un principio già consolidato negli studi sull’organismo animale. A conferma vediamo infatti che persino i polli, sottoposti a lunghe pratiche di digiuno, moltiplicano i recettori dopaminergici come riportato nello studio di Koál-Výboh-Savory-Juráni-Kubíková-Blaíek, Influence of food restriction on dopamine receptor densities, catecholamine concentrations and dopamine turnover in chicken brain, citato in bibliografia (12). (11)

Il digiuno, la fame, la sottoalimentazione attivano fortemente i circuiti in grado di sovraeccitare apparati (soprattutto a carico nell’emisfero sinistro) fortemente compromessi con la produzione di immagini, visioni e allucinazioni come in parte documentabili dalle patologie a carico del lobo temporale, che corrisponde all’area più coinvolta, in concomitanza modulare con i lobi parietali e con il cingolo, nel governo e nella orchestrazione di una vasta fenomenologia dello spirito connessa alla produzione di eventi di mitologica importanza.

I filosofi, dal canto loro, avevano da almeno un secolo preso una scorciatoia per anticipare questi risultati. Sull’aspetto determinante dell’alimentazione nella produzione di ideologie, ricordiamo che già Nietzsche, nel suo ultimo scritto Ecce Homo (13) si intrattiene a descrivere a lungo le sue abitudini alimentari, attribuendo ad esse un ruolo importante per la produzione delle sue stesse concezioni filosofiche. Sull’aspetto della religiosità in generale, già Feuerbach, nel suo più vasto progetto di dissoluzione della teologia in antropologia, afferma che attraverso il rapporto dell’uomo con Dio, in realtà si nasconde la verità del rapporto dell’uomo con l’uomo (14). Questa interpretazione è in effetti compatibile con la teologia (e con la neurologia) del “volto dell’Altro” a cui abbiamo all’inizio accennato, come originaria matrice culturale del “volto di Dio” o dell’”occhio di Dio”. In tal senso la religione diventa uno spazio simbolico, una metafora, una costruzione della coscienza attraverso la quale si organizzano, in funzione di consolidamento, comportamenti imitativi, simulativi, metaforici ecc. dove ciò che viene “simulato” – ossia acquisito – è il rapporto sociale (Io/Altro). L’attività simulativa, allegorica, metaforizzante è strutturale nella formazione di una coscienza, così come universalmente comprovato. Il rapporto dell’uomo con Dio è la simulazione del rapporto dell’uomo con l’uomo, ossia è l’origine, la matrice culturale in cui viene soggettivamente strutturato il rapporto sociale. Ma il più importante continuatore di Feuerbach, il giovane Marx (15), si è spinto ancora di più verso il superamento di ogni astrazione, sostenendo che il “vero” rapporto dell’uomo con l’uomo è, nella sua concreta verità … il rapporto dell’uomo con la donna.

In questo modo, anche la filosofia, pur procedendo a stento e per intuizioni, aveva già da tempo stretto il cerchio “dopaminergico” e gratificante in senso reiterativo del piacere che, sul piano del fondamento, connette in nuce religione e sessualità – religione ed economia del godimento. In altri termini le stesse conclusioni di Feuerbach trovano anche riscontro su piano neurobiologico, almeno secondo la tesi di Andrew Newberg, in Why God won’t away (9), secondo cui, in una prospettiva evolutiva, la neurobiologia della esperienza mistica e religiosa appartiene almeno in parte agli stessi meccanismi di risposta dell’istinto sessuale.

 

Nota conclusiva

La ricerca di Previc non sfrutta interamente la sua interessante intuizione della quadripartizione degli orizzonti spaziali. La dimensione spirituale che sarebbe principalmente toccata dai processi di spazializzazione e di organizzazione dello spazio extrapersonale, ossia l’arte figurativa, non viene ad esempio citata. Per quanto riguarda gli effetti sul piano della cultura, il saggio di Previc cerca di inserirsi nello stesso filone di ricerca della neuroteologia classica, con espliciti accenni ai lavori di Newberg, d’Aquili, Ramachandran e Persinger. Tuttavia, queste ricerche, se possono fornire importanti strumenti per penetrare e ricostruire percorsi più nascosti e inaccessibili della evoluzione dello spirito umano nei suoi primi stadi, non sembrano però strumenti adeguati per affrontare un concetto più moderno ed attuale di religiosità, dove la religiosità è sempre più interpretabile come un fatto etico e intellettuale non più fondato su trasporti mistici o visionari.

Costituiscono invece fonte di indubbio interesse alcune proiezioni teoretiche che possono estendere queste analisi al di là del semplice fenomeno religioso, interessando una sfera ad esso adiacente. Possiamo infatti evidenziare alcune possibili trasposizioni della teoria dalla sfera religiosa alla sfera geopolitica, dacché molto spesso l’immaginario che si misura con le grandi distanze celesti, case degli dei, costituisce anche una struttura di sostegno di un particolare rapporto con la territorialità e con le distanze terrene. I cieli e la terra si conquistano spesso insieme e il paradiso (il mondo iperuranico), oltre ad essere la sede delle pure figure geometriche e delle rette infinite, è innanzitutto eterna dimora di eroi e conquistatori, soldati e martiri che hanno combattuto per l’estensione e la salvaguardia di una “spazialità” reale o ideale dai più ampi confini.

È la conquista di uno spazio ideal-geografico che si apre nella sua vastità, sul quale si organizza una nuova percezione del territorio e che si esprime in una un ventaglio di leggende che narrano di un ipotetico, mitico viaggio originario – il viaggio di Mosé, di Odisseo, di Enea – in cui vengono esperiti, nell’immaginario i confini di una nuova concezione della territorialità. Gli eventi più misteriosi accadono sopratutto ai viandanti. Vediamo così sfilare nella storia processioni migranti di popoli e dei che insieme camminano verso terre promesse immaginate, sognate e osservate da remote lontananze.

 

Bibliografia

  1. Previc F. The role of the extrapersonal brain systems in religious activity in Consciousness and Cognition 2006;15(3):500-539
  2. Joseph R. Neurotheology – Brain, Science, Spirituality, Religious Experience. University Press California 2003
  3. Shaw B.D. The Bandit. In: A. Gardina A., Cochrane L.G (eds). The Romans. University of Chicago Press 1993;300-341
  4. Raschke H. Das Christusmysterium.  Schünemann Brema 1954
  5. J. Ashbrook J, Albright C.R. The Humanizing Brain: Where Religion and Neuroscience Meet. Cleveland (Ohio): Pilgrim Press 1997
  6. Levinas E. Il volto infinito. Dialoghi 1992-1993. Bari: Ed. Palomar di Alternative 2000
  7. Bach R. Il Gabbiano Jonathan Livingston. Milano: BUR 2006
  8. Schopenhauer A. Saggio sulle visioni delle spiriti e su quanto vi è connesso. In: Parerga e Paralipomena. Milano: Adelphi 1998
  9. Newberg A., D’Aquili E., Rause V. Why God won’t go away: Brainscience and the Biology of Belief. New York: Ballantine Books 2001
  10. Dawkins R. The God Delusion. Boston:  Houghton Mifflin Company 2006
  11. Thanos P. Food Restriction Increases Dopamine Receptor Levels in Obese Rats – Evidence for interplay of brain’s “reward” chemical with availability of food in obesity. http://www.bnl.gov/bnlweb/pubaf/pr/PR_display.asp?prID=07-97 (e-print)
  12.  Kostál L, Výboh P, Savory CJ, Juráni M, Kubíková L, Blazícek P. Influence of food restriction on dopamine receptor densities, catecholamine concentrations and dopamine turnover in chicken brain. Neuroscience 1999;94(1): 323-328
  13. Nietzsche F. EcceHomo. Come si diventa ciò che si è. Milano: Adelphi iu888888à+1991
  14. Feuerbach L. Principi della filosofia dell’avvenire. Torino: Einaudi 1946
  15. Marx K. Manoscritti economico-filosofici del 1844.  Torino: Einaudi 1968

 

 

RACCOLTA dei SOGNI

A seguire sono riportati i sogni raccolti da sognatrici e sognatori nel corso di alcuni anni: ognuno di questi è un frammento di vita, un’istantanea psichica.

E’ una raccolta che si arricchirà di narrazioni sempre nuove: infiniti sono i sogni possibili e tante le variazioni sul tema. Ad alcuni di essi verrà aggiunto un commento o una specifica sul sognatore e il contesto del sogno.

 

IL BUDDHA BAMBINO

“Entro in una caverna e avanzo nell’antro: l’ambiente è buio, ci sono solo poche candele a terra che lo illuminano. Scorgo diverse persone adulte nella penombra e davanti a me, girato verso sinistra, vedo un bambino di sette/otto anni seduto a terra con davanti un basso tavolino; è assorto in una preghiera. C’è un canto profondo e ritmico eseguito da tutti i presenti, una preghiera che riempie la caverna. Metto a fuoco il viso del bambino, ha tre puntini neri dipinti sotto gli occhi che tiene chiusi, è in una condizione di evidente sofferenza e raccoglimento. All’improvviso mi rendo conto che è Buddha e nello stesso istante una forte folata di vento spegne le poche candele accese. Sono completamente al buio, non posso muovermi perchè non so dove andare. Sento un rumore poco distante da me, umano, di stoffa. Un uomo, trentenne, si gira emanando luce dal viso: i tratti sono tuttavia distinti e riconoscibili. E’ l’unica luce presente nella scena e mi permette di vederlo nella sua interezza. Indossa una lunga veste scura e sorride beato. Ora provo un forte senso di pace e serenità”.

L’EQUAZIONE

“Prima di poter fare qualsiasi altra cosa devo risolvere un’equazione”. (sogno ricorrente)

CRISTO e le ZUCCHE

“Vedo Cristo camminare in un campo pieno di zucche”. (sogno “di febbre” ricorrente nell’infanzia)

 

LA VASCA SOTTERRANEA

 “Sono in una specie di vasca, sotterranea, respiro sott’acqua e attorno a me ci sono diversi neonati che nuotano. Ai lati della vasca ci sono dei punti di uscita, delle specie di botole. Io aiuto i bambini ad attraversare queste botole per emergere nel mondo, alla superficie. Dopo averne accompagnato uno verso l’uscita mi affaccio anch’io dalla profondità e attorno a me c’è un mare sconfinato, il cielo azzurro e sole pieno. Però non posso uscire da quella vasca, devo rimanere lì a far uscire altri bambini”.

 

IL BOOMERANG

“Sono in uno spazio naturale aperto e molto ampio, è giorno. Lancio un boomerang e inizio a correre nella sua direzione. Un giovane ragazzo aborigeno mi ferma dicendo che non serve correre, devo solo aspettare che torni indietro”. (sogno pre-esame)

 

IL BAGNO DI LUCE

“Sono in una stanza, tengo in mano delle ombre, davanti a me c’è uno specchio d’acqua luminoso in cui le immergo”.

IL CENTRO del LABIRINTO

“Mi trovo al centro del labirinto del palazzo di Cnosso: alla mia sinistra c’è il Minotauro e tra me e lui una ghigliottina. Non oso alzare lo sguardo, ma trovo il coraggio di domandare: “come mai la pena è proprio quella di perdere la testa?”. Il Minotauro è fermo e non risponde, è come un giudice”.

IL CROLLO della GROTTA

“Sono all’interno di una grotta di cui non si vede il soffitto tanto è alto, con altre persone, alcune conosciute altre no. Le pareti rocciose iniziano a fratturarsi e a franare su di noi; con un salto evito un pezzo di roccia che sta per colpirmi. Siamo tutti spaventati, ma nessuno vuole uscire, come se fuori ci fossero pericoli peggiori. Mi guardo attorno e capisco che sta per crollare tutto e mi decido a uscire da una comoda apertura/porta, portando con me un’amica di vecchia data. Grido a tutti di uscire ma nessuno mi segue. Una volta fuori vediamo che tutti i costoni rocciosi stanno crollando e che sull’ingresso della grotta scende una grata di ferro che impedisce la fuga, da fuori osserviamo la scena; poi mi sveglio”.

LE DUE PIANTE

“Vedo due vasetti, in ciascuno c’è una giovane pianta. Gli steli si ergono separatamente per poi congiungersi in un bocciolo, che deve ancora schiudersi” (sogno fatto in partenza per un periodo di studio di 5 anni in un altro continente)

IL DENTE di AMETISTA

“Sento un dente cedevole, è in realtà un’ametista viola a forma spiraloide: la radice è una puntina bianca. Lo tolgo e provo a rimetterlo ma nel frattempo la radice si è sciolta e mi dico “é una radice di ghiaccio!”. Un uomo mi mostra come si fa a volare con due grandi piume rosse: è considerato il matto del paese, io gli credo”. (periodo della fine di una relazione sentimentale)

IL DENTE e la RADICE

“Mi vedo allo specchio, l’incisivo centrale è mobile, lo tocco e capisco che sta per cadere. Penso a come farò, devo andare dal dentista immediatamente. Ora è sceso ancora di più, quindi tiro per estrarlo, ma le radici sono troppo lunghe e ancora attaccate in alto”. (ad una settimana dalla fine della relazione sentimentale)

LE DUE TESTE

“Sento di avere due teste (fisicamente), io non mi vedo ma gli altri sì. Mi rassicurano che comunque non si nota molto, e in fondo mi stanno bene” (sogno ricorrente)

GLI INDICATORI di FELICITA’

“Sono a casa di mio padre, dove vivo. Lui urla: non è arrabbiato, ma per parlare semplicemente urla. Lo imploro di smettere, perchè non è necessario, ma lui continua. Allora gli dico che secondo me urla perchè nè io, nè mio fratello, nè la sua compagna lo rendiamo felice. Lui risponde che non è successo nulla, che grida per parlare e non può smettere. Alzo lo sguardo verso la parete la di una stanza: c’è un mega schermo con degli “indicatori di felicità. Ci sono delle cifre e i nomi a fianco: io sono a 900, la sua compagna a 300 e il nome di mio fratello non c’è”.

IL NUOVO BAMBINO

“Sto partecipando ad una gara podistica. Procedendo mi trovo sopra un grande ponte e lì si para di fronte a me una donna (mi sembra di conoscerla): ha in mano penna, blocco e microfono. Mi comunica che sono una delle vincitrici del concorso, continuando a ripetere quanto fossi fortunata. Nel mentre inizia a buttare giù dal ponte alcuni oggetti che mi appartengono, dicendo che non mi servono più, e che avrei potuto averne cento altri di migliori. Ecco che getta anche le scarpe e la macchina fotografica: rimango interdetta, la macchina era nuova…ma lei imperterrita continua. Alla fine mi accompagna in un interno, dove ci sono altre persone: mi presentano un bimbo appena nato, dicendo che è il mio nuovo figlio! Io meravigliata e un pò perplessa dico: “come un’altro?” (nella realtà la sognatrice è già mamma, n.d.r.). Prendo questo bambino in braccio e lo giro verso di me (fino ad ora l’ho visto solo di spalle), lui mi fa un enorme sorriso sdentato e in quel momento penso: “Questo lo chiamo proprio Michele!”.

LA PARTENZA

“Sono al portone di casa dei miei genitori, devo partire e le valigie sono già sulla strada. E’ autunno, la luce è tenue e bianca senza calore. All’improvviso perdo un incisivo, mia madre con tranquillità mi mette uno spillo con la testa bianca al suo posto. Sono intimorito e sento anche gli altri denti deboli. Lei con nonchalance e una vena di ironia mi dice: “hai cambiato la tua vita e ora rinasci come un bambino che non ha ancora i denti!”. (v. i riti di iniziazione di passaggio all’età adulta che prevedono l’estrazione di un dente)

IL CANTO nella RADURA

“Mi trovo in un’ampia radura circolare, il campo è verde, illuminato dal sole di mezzogiorno. Sono appena sotto la cinta di alberi (a h 6), mi chino a terra e raccolgo un pezzetto di legno, una specie di fuscello forato nel centro. Lo porto alle labbra soffiandoci dentro, come fosse un piccolo flauto: ecco che la radura si riempie di un canto di voci indiane, che risuona potentemente, a ritmo con il soffio”.

IL TERRENO FANGOSO

“Sono con il mio ex fidanzato e la mia insegnante, camminiamo in un ampio spazio aperto, il terreno è fangoso e le nostre scarpe sono appesantite dalla terra. La mia insegnante cammina a piedi nudi, piedi che rimangono completamente puliti”.

CARNE in FAMIGLIA

“Sono a casa dei miei, ho fame e mangio carne cotta, non c’è nient’altro. Lo faccio con indifferenza ma dopo un pò mi dico: “cavolo, ma io sono vegetariana!”

 

OGNI 500 ANNI

“Sto partendo per un viaggio nel sottosuolo. Una volta sceso mi trovo in una stanza scura dove c’è un’entità mostruosa e incredibilmente cattiva, che mi genera terrore. In qualche modo riesco a chiuderla e la lascio imprigionata nella stanza. Lascio scritto  che ogni cinquecento anni il mostro si libera ed è necessario che ci sia qualcuno pronto ad affrontarlo”.

L’UOMO SELVAGGIO

“Scendo nelle cripte e libero un uomo mentre sento i lamenti e la sofferenza di altri uomini rinchiusi, forse torturati. E’ l’uomo selvatico (archetipo di un maschile libero e istintivo, connesso con le proprie emozioni, n.d.r.), sembra Johnny Depp in “Pirati dei Caraibi” quando lo eleggono stregone: è bello tosto! Lo seguo e ci ritroviamo su una nave nel mare in tempesta. Ci avviciniamo ad un muro d’acqua, che io temo fortemente; dobbiamo attraversarlo per andare a salvare qualcuno. Ora siamo all’interno di una grande caverna, l’uomo da salvare è in una gabbia in un punto in alto, e per liberarlo bisogna evitare un muro di fuoco che si trova sulla destra. Indico all’uomo selvaggio la traiettoria da seguire, raggiunge il prigioniero e lo aiuta a liberarsi: questi si rivela una specie di bambino, dall’aria furba e mistica”.

IL BALLO della BAMBINA

“Sono in una stanza, con una donna seduta al tavolo alla mia sinistra e davanti a lei la figlia di circa otto anni, non udente: balla completamente felice. La madre mi racconta che ha iniziato a studiare l’inglese per insegnarlo alla figlia, dato che potrà imparare l’italiano solo dopo aver appreso l’inglese. La cosa per me non ha senso, ma la bellezza di questa donna così desiderosa di aiutare la figlia e la bambina che continua a ballare felice mi lasciano un gran senso di gioia”.

LA PIETRA nel DESERTO

“Sono in un deserto, è giorno, la luce sembra quella del pomeriggio. Mi trovo in una prominenza rocciosa dai colori che ricordano la ruggine e ho trovato una pietra scura, vagamente quadrata, che reca incisi disegni preistorici: figure umane stilizzate. Parlo con qualcuno di questo mio ritrovamento, poi prendo una pompa da cui fuoriesce dell’acqua e inizio a lavare la pietra che è tutta impolverata, dall’aspetto riarso e secco. Curiosamente a contatto con l’acqua la pietra si rivela essere composta da un materiale simile ad argilla rappresa: infatti inizia a sciogliersi e al suo interno trovo alcuni girini che si rianimano non appena l’acqua li bagna. Sono neri, almeno sette o otto. Li raccolgo in un barattolo di vetro con l’acqua”.

  

IL CERCHIO e il CICLO

“Mi trovo in un grande cerchio di persone all’aperto, di notte. C’è una specie di maestro che sta parlando. Ad un certo punto attraverso in trasversale il cerchio da sinistra verso destra, come per andare in qualche luogo (non ricordo dove). Al mio ritorno il maestro mi fa notare che sul lungo abito bianco che indosso c’è una grossa macchia di sangue:  non posso stare nel cerchio ed è una vergogna esporre così questa macchia. Sorpresa guardo il vestito e la macchia di cui non mi ero nemmeno accorta e poi ancora più perplessa guardo lui: dico che non vedo alcuna vergogna nella naturalezza del ciclo mestruale e che non ho sporcato niente con il mio sangue (il ricordo si frammenta, forse me ne vado)”.

LA DICHIARAZIONE d’AMORE

“Sono con un uomo, accanto alle colonne del portico di un tempio: sulla sinistra colline verdi e morbide, il cielo azzurro, non c’è traccia di civiltà. Lui è di fronte a me, sta facendo una dichiarazione d’amore e una proposta: afferma di amarmi profondamente e di voler restare al mio fianco per tutta la vita. Sembra sincero e partecipe. Io inizio ad avvertire un disagio, un forte senso di nausea. Mi chiedo cosa l’abbia potuto provocare, se non sia stato il pranzo. Ecco che appaiono due commensali e chiedo loro se stanno bene o hanno vomitato. Rispondono che è tutto ok e capisco che il cibo non c’entra. A questo punto scappo in bagno, mi metto in ginocchio e rimetto più volte. Il bagno è spazioso, le pareti sono rosse; all’improvviso risuona una voce dal nulla che con tono caldo e rassicurante mi dice “non ti preoccupare, è che non sei ancora pronta”.

IL BONSAI

“Sono in una prigione che è contemporaneamente un ospedale: so che dovrò rimanere per 14 giorni, sento tristezza e solitudine; i miei affetti sono fuori da questo luogo. Prendo il bonsai che ho con me e mi avvicino alla finestra per esporlo ai raggi del sole: è debole e i presenti mi scoraggiano dicendo che è inutile, è troppo mal messo, sto sprecando il mio tempo. Io comunque confido e lascio la pianta sul balconcino. Con grande tristezza torno verso il letto, tolgo scarpe e calzini per andare a dormire. Mi sveglio nella realtà”.

 

LA BAMBINA MULATTA

“Sono una bambina scura di pelle -mulatta- mi vergogno molto del mio colore, le persone mi prendono in giro e io mi rifiuto di uscire in pubblico. Ecco che compare un vecchio signore, con la barba bianca, che mi rassicura dicendomi che non devo avere paura di nulla. Mi indica la strada -è come un maestro- e finalmente mi presento al pubblico sentendomi a mio agio, serena” (sogno di un’attrice; il Sè compare nelle vesti di Vecchio Saggio; sogno facente parte di una serie onirica sull’archetipo dell’Ombra)

LA CADUTA dalla TORRE

“Mi trovo su una torre molto alta ed eccomi precipitare: mentre cado avverto l’aria che mi frena e penso “beh, non è un attimo allora!”. Così ho il tempo di raccomandare l’anima a Dio” (sognatore maturo, convalescente dopo essere stato operato d’urgenza; non credente, ha ricevuto un’educazione cattolica)

NUOVI EQUILIBRI

“Mi trovo in compagnia di due uomini che non mi ascoltano e ad un certo punto prendo la parola alzando il tono della voce -ma senza urlare- e dico: “non è giusto e non deve accadere che l’uomo prevalga sulla donna e la donna sull’uomo. Mentre lo dico l’uomo più maturo è sereno, si volta e si allontana, mentre quello più giovane rimane ad ascoltare con attenzione. Ora mi sento molto serena e sorrido”

Sogno di una donna matura in periodo di rivisitazione del rapporto con il maschile; riporto dalla prima di copertina del libro “Yin e Yang, l’armonia taoista degli opposti”, di J. C. Cooper, Ubaldini Editore:

L’equilibrio dell’universo, nella concezione taoista, deriva dall’armonia tra yin e yang, i Due Grandi Poteri, i due poli dai quali origina tutto ciò che è manifesto. L’essere umano ha la responsabilità di conservare questa armonia conducendo una vita che ben si accordi alla Natura e all’interazione di yin e yang

IL VOLTO DIPINTO

“Sono con mia figlia, che rimane alla mia sinistra: ha il volto dipinto di nero fino all’ovale del volto, che spicca bianco. Anche le sue dita sono ricoperte di colore e ci sono segni e simboli” (per la sognatrice è un momento di contatto con la forza dell’Ombra nell’accezione positiva)

 

I SOGNI nel LING SHU e nel SU WEN

Dal testo “I COLORI DEL CUORE. La psicologia secondo l’energetica classica cinese” di M. Schmid, Ed. Enea, pp. 171-174

 

Il LingShu ci porta un quadro generale della situazione onirica, relativamente alla distribuzione energetica nel corpo e nelle sue membra. In alcuni casi le immagini sono piuttosto universali, generiche e facili da interpretare, in altri si fa riferimento a situazioni non troppo frequenti (ad esempio quando si parla di decapitazioni), per cui risulta più interessante tradurre l’immagine indicata dal LingShu con una situazione più simbolica che “alla lettera”.

Si legge che se il Qì Yin (l’Energia di qualità femminile/ricettiva), è sovrabbondante allora si sogna di attraversare grandi corso d’acqua, sogni in cui ci si trova in una marcia faticosa in acque torrenziali, con sensazioni di paura e panico (più avanti vedremo come questo è un rimando alle immagini stimolate dai Reni). Se viceversa è il Qi Yang (di carattere maschile/attivo) a essere sovrabbondante, allora si sognano grandi fuochi, incendi e bruciature (in questo caso il riferimento al Cuore è piuttosto ovvio). Afferma ancora che, se sia lo Yin che lo Yang sono sovrabbondanti, allora si sognano duelli. Non è difficile vedere in questo il contrasto fra le due forze, che tentano di emergere l’una sull’altra. Se la parte alta del corpo è sovrabbondante, vale a dire se l’Energia è squilibrata verso la zona sopra-diaframmatica, si sogna di volare; in sostanza, manca il consueto radicamento. Viceversa, se è il basso ad essere sovrabbondante si sogna di cadere; si è “tirati giù” (il riferimento qui si farà rispettivamente ai Polmoni e ai Reni). Se si è troppo satolli, si sogna di stare distesi; se si ha troppa fame, si sogna di camminare.

Se l’Energia va a dimorare negli organi riproduttivi, ovviamente si fanno sogni a contenuto sessuale. Se si installa nella nuca, si può sognare di decapitazioni. Se ristagna nei piedi o nei polpacci, allora si può sognare di camminare senza riuscire a procedere, oppure di sprofondare nelle viscere della terra, in una caverna o fossa profonda. Vale a dire che gli arti posti in basso e relativi alla locomozione, se in ostruzione energetica, mandano la sensazione di intorpidimento al moto e di blocco verso le profondità. Se l’Energia rimane nelle cosce o negli avambracci, allora si possono sognare cerimonie dove ci prostra e ci si inginocchia, secondo le antiche regole della buona educazione. Se l’Energia resta nella Vescica o nell’Intestino Crasso, allora si può sognare di urinare o defecare.

Dati questi quindici scenari onirici, si riesce a comprendere in quale zona permanga un ristagno di Energie (cosiddette esterne o perverse). Di conseguenza, si dice basti usare le tecniche di tonificazione (o di drenaggio) e tali fenomeni svaniranno.

L’interpretazione bioenergetica dei sogni può anche essere più specifica ed essere relativa ai singoli Organi. Vediamo allora, per ogni Zàng, come si manifestano gli squilibri.

Prendiamo dapprima in considerazione il Cuore, ricettacolo del Fuoco e sede di Shén. La tradizione ci dice che se la sua energia è abbondante si ride facilmente (si sogna di grosse risate, vi è eccitazione), oppure si è spaventati e questo si ricollega all’emozione specifica di questo Organo e al tema dell’allarme o spavento rappresentato dallo Jing.

Se invece ci si trova in uno stato di grande spossatezza energetica (cosa che viene indicata come un’invasione del “Soffio fiaccato” nel Cuore), si vedono nei propri sogni colline e montagne, fumo e fuoco. Se questo dimora nell’Intestino Tenue, allora si sognano metropoli brulicanti con arterie affollate. Il capitolo 80 del SuWen precisa ancora: “Il vuoto del Cuore fa sognare lotte contro incendi e, in periodo specifico (l’estate), delle bruciature”.

Lo stato energetico dei Reni si può manifestare attraverso le seguenti immagini-simbolo. Se la sovrabbondanza è dello Yin, questo si traduce in un sogno in cui si attraversa una distesa d’acqua, con senso di paura, come visto più sopra. Se invece è una pienezza del Soffio nel basso del corpo si sogna di cadere. Quando al contrario il Soffio dei Reni è in eccesso, allora si sogna che i Reni stessi e il dorso sono separati, come disossati e che hanno perduto la loro coesione. Il potere e la funzione di coesione, in particolare dello Yin dei Reni, è cioè venuta a mancare. E poi abbiamo ancora indicazioni dal capitolo 43 del LingShu che afferma: “Se il Soffio sfinito dimora nei Reni, si sogna allora di costeggiare un abisso, e di essere inghiottiti in fondo alle acque”, mentre se si installa nella Vescica, allora si sogna di vagare. Così come il SuWen, capitolo 80, afferma che il vuoto di Reni porta a dei sogni di navigazione e di annegamento e che nella loro stagione specifica (l’inverno) si sogna di nascondersi nell’acqua, come se si fosse terrorizzati.

Se è il Fegato poi ad essere interessato, quando è in stato di pienezza si sogna di essere in collera, mentre la Cistifellea porta immagini di liti o dispute in tribunale. Quando invece il Fegato è in vuoto, si sognano delle montagne, delle foreste, degli alberi, del legno. E ancora, profumo di funghi e di piante fresche. Nel periodo specifico (la primavera) si sogna di coricarsi sotto un albero senza osare alzarsi, a ribadire la mancanza di attivazione che risulta dal vuoto di quest’Organo.

Lo stato dei Polmoni (e dell’Intestino Crasso) si può dedurre dal fatto che se si sogna di piangere, allora il Soffio dei Polmoni è sovrabbondante (SuWen, capitolo 17). Ma facendo riferimento al capitolo 43 del LingShu sono riconducibili a questi Organi anche i sogni in cui si avverte paura, spavento, singhiozzi e lacrime, e ci si vede volare elevandosi, in stato di apprensione. Quando il dei Polmoni è in vuoto, allora si sogna di vedere degli esseri (o degli oggetti) bianchi (il colore del Movimento Metallo). Ci possono essere anche immagini di esecuzioni capitali con molto sangue, come risulta dalla responsabilità dei bilanci, anche trancianti, di e del Metallo. Se ne è vittima l’Intestino Crasso, allora si sognano lande selvagge. In autunno si sognano soldati e guerre (SuWen, capitolo 80). Inoltre,

i sogni sono il vagabondare dello spirito, il quale attraversa i nove cieli e le nove terre in un istante. Se al risveglio sei triste o depresso, è segno di attaccamento al corpo, ovvero di attaccamento all’anima inferiore (Pò).

Infine abbiamo la Milza/Pancreas con lo Stomaco: “Un eccesso alimentare fa sognare che si dà. Uno stato di bisogno fa sognare che si prende” dice il SuWen, capitolo 17. “Quando il Soffio della Milza è in vuoto, si sognano bevande e alimentazione insufficienti”; “Quando il Soffio sfinito soggiorna nello Stomaco, si sognano bevande e nutrimento” (LingShu, capitolo 43). Donare o cibarsi, a seconda della necessità dei “granai” del corpo, questo è evidente.

Il capitolo 43 del LingShu ci indica ancora che quando il Soffio della Milza è in eccesso, allora si sognano canzoni e musica e che il corpo è pesante e che si fa fatica a sollevarsi, a muoversi. Infatti abbiamo già preso in considerazione il fatto che l’ostruzione del Movimento Terra porta a pesantezza, blocco e ristagno energetico, sia per il corpo sia per le facoltà psichiche.

Quando il Soffio della Milza è in credito, allora si sognano colline, poggi, una grande palude, case spezzate dal vento e dalla pioggia. Nel periodo specifico (i diciotto giorni che seguono ciascuna delle quattro stagioni), si sogna che si erigono dei muri bassi, e che si costruiscono delle case, ci dice ancora il SuWen (capitolo 80).

 

HUN e SOGNI

Dal testo “I COLORI DEL CUORE. La psicologia secondo l’energetica classica cinese” di M. Schmid, Ed. Enea, pp. 171-177

“Nella tradizione si fa riferimento ai sogni come a una vera e propria capacità di vedere nello stato di sonno. Per l’etimologia del carattere occorre risalire a Mèng, che significa una visione (, “occhio” compare sia sopra che sotto) poco chiara. Un occhio distorto (sopra) e lo stropicciarsi gli occhi (sotto). Nel carattere Mèng, , ovvero l’occhio posto nella parte sottostante, viene rimpiazzato da , vale a dire “la sera” (pittogramma di una luna crescente). In questo modo, il tutto va a significare “sogno”, “sognare”, la visione velata e confusa percepita durante la notte, proprio come i sogni sono sovente indistinti e confusi.

Nelle credenze più popolari si ritiene che lo Hun, che sappiamo essere legato agli occhi e alla facoltà della vista, abbia la capacità di entrare e uscire dal corpo. Con la morte, ad esempio, se ne va, non ritrova la via del ritorno ma ritroverà, attraverso la via delle future rinascite, un embrione, che sceglierà secondo i “meriti acquisiti”. Nel sogno, invece, l’anima (Hun) abbandona il corpo solo temporaneamente e si mette a viaggiare.

Hun è dunque responsabile di ogni “viaggio dell’anima”. Dai sogni alle fantasticherie e l’immaginazione, è lo Hun che si sposta nei luoghi del corpo e fuori dal corpo. Ancora una volta è ribadita la sua natura dinamica -addirittura ribelle.

Il contenuto dei sogni sarebbe dovuto, allora, secondo questo modo di intendere, alle cose che lo Hun ha “visto” nelle sue peregrinazioni nello spazio e nel tempo. Nella cultura medica e psicologica tradizionale della Cina, forse più colta e senz’altro più elaborata di quella popolare, si prende in considerazione il fatto che l’Energia Wèi, legata a Hun e Fegato, durante il giorno circola liberamente nel corpo e si porta verso gli occhi per lo stato di veglia. Il risultato è che la sua facoltà di vedere si esprime verso l’esterno. Durante la notte fa ritorno al Fegato e allora si producono le immagini dei sogni. Infatti Lu Dong Pi (Lu Zi) afferma, in linea con il Seme delle parole di Zhung Yuan Chen, che

l’anima superiore (lo Hun) risiede negli occhi durante il giorno e alberga nel fegato la notte. Quando sta negli occhi, vede; quando alberga nel fegato, sogna.

Direi che è anche curioso come per gli studi di fisiologia del sonno, sia assodato che la fase REM è quella in cui si produce la maggior quantità di sogni, o immagini (sebbene non si l’unica fase del sonno in cui sia stata riscontrata attività onirica). Se consideriamo dal punto di vista classico cinese questo dato e teniamo presente che sono inequivocabilmente implicati gli occhi e una decisa, veloce attività motoria (REM, Rapid Eyes Movement), non possiamo che trovare conferma del fatto che il produrre sogno sia una funzione peculiare dello Hun.

D’altronde, l’Energia Wèi succitata, “altrettanto implicata nella genesi delle difese corporee come psicologiche” e che sappiamo essere anche responsabile delle pulsioni, ci ricorda quello che Sigmund Freud stabilì parecchi secoli dopo riguardo ai sogni. Tutto questo è straordinariamente curioso, tanto più che anche per la tradizione cinese i sogni sarebbero una sorta di porta verso l’inconscio. Quindi un pò come accade nella pratica freudiana, anche per il buon praticante di bioenergetica cinese, i sogni possono dare delle ottime indicazioni sullo stato energetico della persona di cui ci si prende cura.

Fin dall’antichità alcuni simboli maggiori vennero associati agli stati di pieno/vuoto dei differenti Organi (Zàng) o ad alcune dinamiche energetiche più generali dell’organismo, come ad esempio una fuga verso l’alto del , o un suo ristagno nel basso del corpo etc. Si riconosce, oggigiorno, che “il linguaggio onirico (…) è un linguaggio spaziale, ove le immagini prevalgono sulle parole: s’ispira, nella sua costituzione, al linguaggio del corpo” (D. Frigoli, G. Cavallari, D. Ottolenghi in Psicosomatica. Il significato e il senso della malattia, pag. 40).

E’ la più interna delle espressioni d’energia degli Shén degli Organi-funzione. I sogni costituiscono dunque un altro tipo molto importante d’espressione, di espulsione o di messaggio del profondo. (Eyssalet, Les cinq Chamins du Clair et de l’Obscur, p.220)

Eyssalet propone, a titolo di ipotesi, di rapportare i sogni di contenuto specificatamente corporeo alla fase dell’Energia Wèi che va dai Polmoni (Pò) al Fegato (Hun), in quanto qui è il Pò che comanda sullo Hun (siamo nello Yin). Per contro, i sogni che metteranno in scena tutte le immagini che suscitano il desiderio apparterranno piuttosto alla fase che va dal Fegato alla Milza, cioè nella parte Yang della rivoluzione TàiJì. Quest’ultima, la Milza, ricettacolo dello Yì, e quindi repertorio di tutte le tracce impresse su di noi, delle intenzioni, delle memorie, in particolare dell’infanzia, metterà in scena e darà “corpo” alle immagini che il desiderio dello Hun richiama. Quindi lo Hun rappresenta la forza, la capacità di sognare (e immaginare), in qualche modo la spinta energetica (che desidera “spendersi compiendosi”, Eyssalet) e la capacità di rendere per immagini, ma di per sè relativamente priva di contenuto specifico. Questo contenuto, come detto, gli viene fornito dal magazzino dello Yì, che ha raccolto gli stimoli durante tutta l’esistenza. Può quindi ri-attualizzare la trama di queste memorie.

La paura del proibito e il desiderio di sfidarlo modulano gli impatti dell’Energia Wèi sullo Yì a partire dallo Hun. Attraverso lo Hun, il sentimento interiore e la carica emotiva del sogno ne rappresentano gli elementi direttori. Dalla risposta dello Yì, la natura oggettiva delle immagini e il contenuto apparente della storia ne rappresentano il rivestimento esteriore. E’ il sogno così come lo si può ricordare nella vita desta con il suo materiale poco coerente o poco realistico e il sentimento di aver perso il contatto con il suo filo conduttore segreto.

 

 

SILVIA e le ILLUSTRAZIONI

“Sono sempre in difficoltà quando devo parlare di me, dei miei lavori, ma per darvi ragione del mio essere presente in questo blog, ci proverò.

I miei disegni sono senz’ombra di dubbio simbolici e onirici. La causa di questa tendenza e indole è sicuramente la mia introversione. Essendo di pochissime parole e timida, ho codificato il mondo osservando e ascoltando, le gestualità, una macchia o un filo tirato nell’abito di qualcuno, un’inflessione nella voce, lo sguardo innamorato tra due che si incrociano per strada. Da qui partono storie nella mia testa, ne immagino la vita, il passato e il futuro…probabilmente qualcuno lo metterò anche a disagio!

heart of gold

Insomma, traslare in immagine il non detto, il trattenuto che guizza da una smorfia, un gatto che lentamente scandisce il tempo con la coda, questo è il mio metronomo.
Nella nostra mente esistono immagini e colori che hanno radici nel profondo, normalmente il sogno le sconquassa e le usa a suo piacimento. Io penso che l’arte faccia lo stesso: quando una musica o un dipinto ci toccano o ammaliano, stanno richiamando qualcosa dentro di noi. Quando si disegna (ma immagino anche quando si suona o danza) si cade in una stato meditativo: ad un certo punto non pensi piu’ coscientemente, le tue mani scelgono il colore, le linee e la composizione; poi ogni tanto ti fermi e osservi cosa si è sviluppato e ci rifletti, continui così all’infinito, generalmente di notte.
I miei disegni non hanno una prospettiva, c’è sempre un grande spazio illimitato o appena accennato. Nei sogni, almeno nei miei e nel tentativo di capirli, ho trovato risposte e molte domande. Marta, autrice di questo blog, è una mia carissima amica e ho imparato, imparerò molto con lei. La mia presenza qui è una felice traslazione della nostra amicizia e delle nostre capacità nell’infinito cosmo-nel-cosmo che è internet.”
Silvia Bolognesi

 

L’illustrazione sfondo delle pagine del blog è “OFELIA”. 

 

Silvia, illustratrice ufficiale del blog, prima ancora preziosa amica. Un tempo anche coinquilina, collega di lavoro e compagna di social dreaming mattutino.

CHI SONO

Mi chiamo Marta, specializzanda in Iridologia presso la scuola di naturopatia SIMO di Milano, da quattro anni conduco il Laboratorio dei Sogni. Il L.d.S. è nato una sera di febbraio al circolo arci Spazio inDue (http://www.spazioindue.org/) come sperimentazione di condivisione di sogno, per poi assumere nel tempo una forma più strutturata e organica. Nell’ottica della dimensione di processo -di cui il sogno è uno dei massimi esponenti- dall’interazione tra partecipanti e contenuti onirici nasce una situazione sempre nuova che porta prospettive e visioni proprie del gruppo e delle sue istanze conoscitive.

Il mio interesse nei confronti della materia onirica è cresciuto e si è sviluppato nel corso degli anni attraverso l’approfondimento delle immagini notturne, le letture di testi sul sogno e sul sognare: un viaggio alla scoperta di una cultura tanto vasta quanto antica, di cui perlopiù si è persa la memoria.

L’esperienza e le conoscenze che porto e condivido nel blog e nel Laboratorio dei Sogni scaturiscono dall’attività di studio e di lavoro quotidiano sul sogno. Il blog è un invito a scendere per poter salire, percorrendo l’inestimabile ricchezza del mondo interiore.

 

CONTATTI:

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FRASI e AFORISMI sul SOGNO

 

“Niente può succedere fino a quando non è stato sognato”. Detto Iroquois

“Ogni epoca del pensiero umano potrebbe definirsi tramite i rapporti che essa instaura tra i sogni e la vita.” Albert Beguin

“Un lama tibetano mi disse un giorno che si può entrare nell’intimo di una religione con una domanda che ne spalanca i recessi: ‘che cosa fate dei vostri sogni?’ ” Elemire Zolla

“Il sogno è una seconda vita.” Gerard De Nerval

“Niente è più vostro dei vostri sogni! Niente è più opera vostra! Contenuto, durata, attore, spettatore in queste commedie siete sempre e solo voi stessi!” F. Neitzsche, Aurora

“Un uomo che dorme tiene in cerchio intorno a sé il filo delle ore, l’ordine degli anni e dei mondi. Svegliandosi li consulta d’istinto e vi legge in un attimo il punto che occupa sulla terra, il tempo che è trascorso fino al suo risveglio.” Marcel Proust

“Il sogno è un teatro in cui chi sogna è scena, attore, suggeritore, regista, autore, pubblico e critico insieme.” C. G. Jung

“Il sogno è la piccola porta occulta che conduce alla parte più nascosta e intima dell’anima, aperta sulla notte cosmica originaria che era già anima molto tempo prima che esistesse una coscienza dell’Io, e che sopravviverà come anima a tutti i prodotti della coscienza dell’Io.” C. G. Jung

“Ciò che noi vediamo nello specchio postoci di fronte dal Sè è l’unica fonte genuina di auto-conoscenza (…). Lo specchio che ci restituisce nel modo più fedele l’autentica immagine di come siamo veramente è naturalmente il sogno” M. L. Von Franz

” I sogni non sono in grado di preservarci dalle vicissitudini esistenziali, dalle malattie e dagli eventi tristi. Ci offrono, invece, una linea di condotta sul come rapportarci a questi eventi, sul come dare senso alla nostra esistenza, sul come realizzare il nostro destino, sul come seguire la nostra stella: in definitiva, sul come realizzare dentro di noi il massimo potenziale di vita.” Marie-Louise von Franz

“Il sogno è un’autorappresentazione spontanea della situazione attuale dell’inconscio espressa in forma simbolica.” C. G. Jung

“In ognuno di noi vi è un altro, che noi non conosciamo e che ci parla attraverso il sogno, comunicandoci come egli veda diversamente da come ci vediamo noi. Per questo motivo, se ci troviamo in una condizione difficile e senza uscita, l’estraneo, l’altro, può talora fornirci una luce, che sarà meglio in grado di modificare radicalmente il nostro atteggiamento.” C. G. Jung

“Quando una situazione interiore non è portata alla coscienza, appare dall’esterno come fato.” C. G. Jung

“La funzione sovraordinata dei sogni è lo sviluppo, il mantenimento (regolazione) e -quando necessario- il ripristino dei processi, delle strutture e dell’organizzazione della psiche.” J. L. Fosshage

“Il sogno ci insegna in modo eccelso la sottigliezza della nostra anima nell’insinuarsi tra gli oggetti e nel trasformarsi allo stesso tempo in ciascuno di essi.” Novalis

“(…) restituendo al soggetto umano la sua libertà radicale, il sogno rivela paradossalmente il movimento della libertà verso il mondo, il punto originario a partire dal quale la libertà si fa mondo. La cosmogonia del sogno è l’origine dell’esistenza stessa.” Michel Foucault

“Il sogno, come tutte le esperienze immaginarie, è una forma specifica di esperienza che non si lascia ricostituire interamente dall’analisi psicologica e il cui contenuto designa l’uomo come essere trasceso. L’immaginario, segno di trascendenza; il sogno, esperienza di questa trascendenza, sotto il segno dell’immaginario.” Michel Foucault

“Solo i sogni sono sempre quello che sono. E’ il lato in cui nasciamo e in cui siamo sempre naturali e nostri.” Ferdinando Pessoa

“Il sogno, dato che opera da una dimensione che trascende lo spazio-tempo e la consapevolezza individuale, abitualmente usa fatti e motivi che vanno oltre e al di là dell’attuale consapevolezza del sognatore.” E. Whitmont, S. Perera

“Il sogno è l’esperienza presente di un avvenimento futuro che si veste di immagini del passato.”

“Il sogno è l’infinita ombra del Vero.” Giovanni Pascoli

“Si muore tutte le sere, si rinasce tutte le mattine: è così. E tra le due cose c’è il mondo dei sogni.” H. Cartier-Bresson

“Quando sogniamo di sognare, siamo prossimi a destarci.” Novalis

“Il sogno si fa vita, la vita si fa sogno.” A. Schniztler, Sogni

“Mettigli questa parola sulla palpebra: le lettere scivoleranno nella ruga di luce, daranno acqua alla pianta del sognare” E. Biagini, Da una crepa

“I sogni sono le risposte di oggi agli interrogativi di domani.” E. Cayce

“Sognare è pensare durante il sonno.” Aristotele

“Chiedere perchè sogniamo è come chiedere perchè siamo coscienti. Sogniamo perchè il cervello è progettato allo scopo di costruire modelli interni del mondo in ogni momento in cui è in funzione.” S. LaBerge

“Se un uomo potesse passare in sogno attraverso il Paradiso, e se ricevesse un fiore come testimonianza che l’animo suo è per davvero stato là, e se quel fiore si trovasse in mano sua al risveglio -Ah! E cosa allora?” S. T. Coleridge, Anima poetae

“I sogni sono come un microscopio con cui osserviamo le vicende nascoste della nostra anima.” E. Fromm

“Nei sogni cominciano le responsabilità.” Haruki Murakami

 

PROGRAMMA del LABORATORIO dei SOGNI

Il Laboratorio dei Sogni si sviluppa in 16 incontri a cadenza quindicinale nei quali verranno affrontate le seguenti tematiche:

 

1° incontro: CHE COS’E’ UN SOGNO

–  sogno come necessità psico-biologica

–  teorie di Freud e Jung, i pionieri del lavoro sul sogno

 

2° incontro: LA PSICHE

–  l’Io, l’Ombra, la Persona e il Sè

–  inconscio personale

–  inconscio collettivo

–  archetipi

 

3° incontro STRUMENTI di LAVORO con il SOGNO

–  diario onirico e analisi retrospettiva del giorno

–  riassunto del sogno: come estrapolare il significato centrale

–  dimensione narrativa del sogno: la struttura drammatica secondo C. Gustav Jung

 

4° incontro GRAMMATICA e SINTASSI ONIRICA

–  linguaggio pre-verbale, somatico e spaziale

– condensazione spazio/temporale

– spostamento da un oggetto psichico ad un altro

–  rappresentabilità

 

5° incontro PROIEZIONI e TEATRO ONIRICO

–  dinamica proiettiva: l’altro è una parte di me

– il sogno come teatro dei processi interiori

 

6° incontro SONNO, SOGNO e NEUROSCIENZE

–  perchè dormiamo e sogniamo

–  parasonnie e incubi

 

7° incontro: BREVE STORIA DEL SOGNO

– Dreamtime della cultura aborigena

– i sogni nelle antiche culture del bacino del Mediterraneo

 

8° incontro SOGNI e MEDICINA

–  gli Asclepiadi e la pratica dell’incubazione

– i sogni nella medicina ippocratica

 

9° incontro CENNI DI ANATOMIA e FISIOLOGIA

–  il corpo e i suoi processi: studio comparato tra funzioni biologiche e funzioni psichiche

 

10° incontro: LE EMOZIONI 

–  fisiologia delle emozioni

–  che cos’è un’emozione: bussola per orientarsi nella realtà

 

11° incontro TEORIA GENERALE delle EMOZIONI in MTC (prima parte)

– la genesi delle Emozioni

– le Sette Emozioni

– l’Arte del Cuore

 

12° incontro TEORIA GENERALE delle EMOZIONI in MTC (seconda parte)

–  Organi ed Emozioni

 

13° incontro PSICOLOGIA secondo l’ENERGETICA CINESE

– Organi e funzioni psicologiche

 

14° incontro SOGNI d’ORGANO

– come rintracciare una turba psichica nel sogno

 

15° incontro: PSICOGEOGRAFIA

– il mito di Arianna e il labirinto

– la nostra posizione nel mondo: le Sette direzioni

– paesaggi naturali e urbani nel sogno

 

16° incontro: GLI ANIMALI NEI SOGNI

– perchè si manifestano

– le ferite nel sogno: punto di accesso e cura

– cosa ci insegnano

 

 

 

Gli incontri prevedono, oltre allo sviluppo delle tematiche in programma, attività pratiche condivise ed individuali di lavoro sul sogno. Tra un incontro e l’altro i partecipanti sono invitati a svolgere compiti attinenti allo sviluppo dell’attenzione, della memoria e dell’osservazione per integrare pensiero divergente e lettura analogica degli eventi; di volta in volta verranno indicati schede, testi, film ed esercizi relativi ai contenuti trattati durante il Laboratorio.

LABORATORIO dei SOGNI

Il Laboratorio dei Sogni è un percorso nella geografia onirica, attraverso un dialogo sulla sua natura, le sue manifestazioni e funzioni.

La notte porta, per mezzo di un linguaggio dimenticato, analogico e preverbale, alla re-visione della realtà e dell’esperienza che ne facciamo: attraverso i sogni descrive e rappresenta il tessuto emotivo attorno cui si ricama il nostro essere nel mondo.

Il Laboratorio dei Sogni promuove la cultura del sogno e del sognare, ridando voce al mondo onirico, alla sua storia  e all’importanza che riveste nelle nostre vite. Ci muoveremo all’interno di una visione in cui il sogno è fenomeno (ri-)strutturante la psiche ed interfaccia con il “conosciuto non pensato”, prezioso materiale cui attingere per una migliore comprensione della nostra realtà interiore e relazionale.

Il laboratorio prevede sedici incontri a cadenza quindicinale, da due ore e trenta ciascuno: la prima metà di ogni incontro è dedicata alla trattazione teorica e la seconda al lavoro di gruppo sul sogno (v. Programma del Laboratorio dei Sogni).

E’ consigliata la lettura di alcuni testi indicati in Bibliografia e di diversi articoli presenti nel blog ilsognodipsiche.altervista.org.

 

Non sono richieste conoscenze pregresse. Il materiale su cui si lavora fa parte di una precedente selezione di sogni, scelti in base a struttura, contenuti e simboli particolarmente adatti per il lavoro d’associazione e amplificazione.

Non è un corso di interpretazione di sogni, ma un percorso di conoscenza del mondo onirico.

 

PER INFO: [email protected]; mobile 334-3611645

IL SENSO dell’ATTO MEDICO secondo la M.T.C.

Tratto dal testo “FILOSOFIA DELLA MEDICINA TRADIZIONALE CINESE” di C. Larre, F. Berera, Ed. Kaca Book, pp. 108-113

Il senso dell’atto medico secondo la Medicina Tradizionale Cinese

Nei testi antichi di medicina il rapporto tra questa e il pensiero taoista è così stretto che ci si può domandare se un buon medico possa sottrarsi al cammino che la spiritualità taoista richiede. Il medico della Tradizione cinese antica è un santo, nel senso che è un uomo che ha saputo, grazie ad un’ascesi personale, arrivare ad una conoscenza del mistero della vita. La pratica del Vuoto del cuore e dell’Arte del cuore gli permettono di liberarsi dal suo “particolare” per raggiungere l’autenticità di sé e cogliere la verità del suo paziente. La comunione con il Tao gli insegna a percepire l’uomo come “colui che risponde alle leggi del Cielo e della Terra”, correlato quindi all’ambiente in cui vive e alle leggi dell’universo. Il “non-agire” gli consente di intervenire nel modo più rispettoso per modificare quelle inversioni del movimento naturale dei Soffi, dello yin e dello yang, che è la patologia nell’uomo, favorendo i naturali movimenti di ritorno all’equilibrio. Il suo compito è quello di ristabilire il fluire naturale e regolare dei Soffi, essendo convinto con la Tradizione che ciò che anima l’organismo visibile è qualcosa di invisibile, ma non per questo meno concreto.

I testi medici antichi, sia taoisti che confuciani, insistono sul fatto che solamente mettendosi in relazione con la verità di sé, con un atteggiamento sereno e raccolto, è possibile instaurare un relazione autentica con chi si deve curare. Il medico, grazie ad un ambiente idoneo e alla sua capacità di meditare, trova il centro di sé, per arrivare a quello del paziente. Questa è la premessa del trattamento. Il grande medico vuota il suo cuore e si concentra prima di visitare il suo paziente.

 

“Quando trattate siate come colui che spinge il suo sguardo in fondo all’abisso: attenzione a non cadere!

Che la vostra mano sia come quella che tiene una tigre: la fermezza non vi mancherà!

Che niente turbi il vostro animo: nella calma considerate il vostro paziente senza girare lo sguardo a destra e a sinistra. Che il movimento con cui mettete gli aghi non devii: perché la vostra dirittura richiamerà la rettificazione. Prima di tutto rettificate il vostro Shén: perché è lo sguardo che voi portate al malato che richiama la regolazione dei suoi Shén.

 In questo modo farete circolare i Soffi con facilità ”(So Wen, cap. 54)

 

“Non distogliete lo sguardo” è la manifestazione della forza di concentrazione interiore e la modalità con cui dirigere la potenza del “volere” verso il paziente. Ma significa anche contribuire a questa concentrazione e sottrarsi alle sollecitazioni e agli stimoli esterni. E’ l’esito del “Vuoto del cuore” che deve dirigere il medico per accogliere veramente il paziente, per leggerne i sintomi, per penetrarne le linee della vitalità e quindi della patologia. Se “non si distoglie lo sguardo”, si riporterà il malato sul giusto cammino con una diagnostica giusta, con un gesto terapeutico esatto, con un messaggio rivolto al suo Spirito, ai suoi Shén. Gli Shén, centro della vita, sono i soli capaci di rettificare dall’interno uno stato di disequilibrio e quindi ricondurre ad una reale guarigione.

Il giusto comportamento del medico rettificherà, quindi, il movimento perturbato dell’animazione del paziente.

La vera concentrazione consiste nel disporre tutto come conviene, senza tensioni inutili, ma con la tranquillità che permette una vigilanza efficace. Così accade ai concertisti quando stanno davanti ai loro strumenti prima di iniziare il concerto, al pittore davanti alla sua tela, in mezzo a colori e pennelli, all’acrobata davanti al trapezio, predisponendo il materiale che permetterà loro di operare.

Il medico, davanti al suo paziente, non lo considera un caso clinico, ma una presenza che chiede che la vita si rinnovi in lui. Ha una funzione maieutica: non è l’artefice della vita, ma senza di lui il bambino non nasce, la salute non si ristabilisce. Alcune volte la vita è potente nel medico e contratta nel paziente. Per la comunione universale al Tao, per l’impulso della vita comune a tutti, può succedere qualcosa che assomiglia al fenomeno della risonanza acustica. Se il processo è corretto, il rifiorire della vita è molto più probabile. La verità del medico interagisce con quella del paziente, non con un trattamento psicoanalitico o psicologico, ma grazie ad uno scambio silenzioso e misterioso di vitalità. Il paziente diviene così collaborante e più disponibile ad accogliere in sé il ritorno dell’armonia della vita; acquisisce una predisposizione naturale all’imitazione della vitalità del medico che lo cura e non si sente costretto ad obbedire ad un terapeuta che lo domina con il suo potere e il suo sapere. Guarire è, perciò, per la Tradizione classica, un accompagnamento sostanziale.

 

Il Grande Medico della Tradizione classica è un uomo d’Arte, preserva la salute, previene le malattie, curando il “terreno” del paziente, calma le agitazioni interne, riconduce all’esterno i “fattori perversi” di malesseri e malattie. La medicina è una scienza di osservazione. Il medico guarda, non solo con gli occhi ma con tutti i sensi, il suo paziente per raddrizzare le deviazioni, per compensare gli squilibri della corrente vitale. Ma per soccorrere la vita bisogna conoscerla. Per conoscerla nelle sue trasformazioni bisogna saperla osservare in sé e attorno a sé e in ogni essere. L’osservazione, secondo la MTC, deve saper cogliere il movimento dei Soffi che ci costituiscono e ricostituiscono indefinitamente. Il medico evita di interferire negli influssi che vengono scambiati tra Cielo e Terra, che si fondono provvisoriamente per far apparire la meraviglia dell’esistenza individuale. Per leggere correttamente i segni della vita gli è chiesto di alzare lo sguardo verso il Cielo, per osservare le leggi eterne dell’universo, i cicli della natura, le variazioni stagionali e i conseguenti fenomeni di crescita e deperimento. Gli è pure chiesto di abbassare lo sguardo verso la Terra, per vedere gli effetti dell’operato del Cielo e le trasformazioni che a partire da queste leggi si operano nell’uomo.

Questo è il Medico Santo, il Grande Medico della Tradizione cinese, che dopo aver trovato il cammino della vita e della verità per sé, si fa compagno del suo paziente in questa stessa ricerca della vita in pienezza.

 

IL RAPPORTO dell’UOMO con il DESTINO

Tratto dal testo “FILOSOFIA DELLA MEDICINA TRADIZIONALE CINESE” di C. Larre, F. Berera, Ed. Kaca Book, pp. 89-108 

Il ritorno all’Uno e l’immortalità 

Il pensiero cinese dei primi secoli a.C. ha descritto la genesi del cosmo come un processo di divisione e specificazione in cui l’Unità primigenia spontaneamente dà vita alla complessità sempre maggiore delle sue manifestazioni. La letteratura classica considera le tappe dello sviluppo dell’universo come una sorta di regressione, un allontanamento dalla perfezione, che si situa nell’origine indifferenziata, vuota, silenziosa: il Tao, inizio, sostegno e termine di tutto ciò che vive tra Cielo e Terra. Compito dell’uomo è far ritorno a ciò che l’ha generato, alla fase originaria del Senza Forma. Secondo la filosofia taoista, il rapporto e il ritorno all’Uno appartiene alla natura propria di ciascuno e determina il suo valore come persona. L’uomo che raggiunge il Tao non è nient’altro che l’uomo vero, l’uomo che vive in verità di sé. Mentre l’uomo comune cerca la propria realizzazione nell’affermazione di sé, nel fare, i maestri taoisti spingono i loro discepoli a conquistare l’”essere”, l’agire conforme al Cielo/Terra. Quando l’uomo vero raggiunge l’unità originale non agisce più direttamente, ma lascia che la natura segua il suo corso, perché la volontà del saggio si identifica completamente con l’ordine del Tao.

 

“Il Cielo/Terra non vive per se stesso e così sussiste eternamente. I Santi incuranti della loro vita si mantenevano pieni di vita. La loro abnegazione realizzava la loro perfezione”

(Tao, cap. 7)

Il Tao, nel Cielo/Terra, doppia origine dell’uomo, è il centro nel quale egli vive, il luogo a cui farà ritorno, il modello che gli è dato perché, imitandolo, giunga alla pienezza dei suoi giorni. Giorni nello stesso tempo completi, stabili, pieni di vitalità. Vi è per i taoisti una virtù, una disposizione interiore, una capacità di elevarsi spiritualmente che ci viene donata alla nascita e che l’educazione può affinare. Infatti, ogni uomo ha inscritto nella sua natura e nel suo destino, sotto modalità che solo lui può scoprire, quella cosa che non si insegna: l’arte di divenire e di ridivenire se stessi indefinitamente.

Per l’ideale confuciano i talenti e le virtù personali sono il fondamento dell’azione efficace. La Virtù taoista non contraddice questo, ma richiama l’efficacia stessa della Via che porta alla Grande conoscenza che conduce all’Uno. Con continue meditazioni e duri esercizi i seguaci del taoismo cercano di superare la distinzione tra fisico e metafisico e ricercano la Via, per trovare “le porte delle meraviglie” (Tao, cap. 1), l’unità con l’universo. Il cammino ascetico di ritorno all’Uno conosce vari livelli di distacco dalle persone e dalle cose: dalla capacità di “fare il Vuoto”, all’”Arte del cuore”, al non-agire, che è il vero saper-fare taoista. In questo modo si diventa “Santi” e si raggiunge la longevità, che consiste nel portare a termine i giorni donati a ciascuno dal destino con un sano intrattenimento del principio vitale. La medicina e il medico “santo” aiutano l’uomo in questo suo arduo compito. Anche il concetto di immortalità taoista, che spesso si incontra nella letteratura classica, dipende proprio dalla capacità dell’uomo di ritornare in seno a quell’Uno che è eterno. Resta da domandarsi, beninteso, ciò che può essere l’io di un Santo spogliato dal sé grazie al suo sforzo ascetico. Lo scopo dell’ascesi taoista, ma anche confuciana, è di far sì che quest’individuo che sono io, spogliato dalle contingenze e dalle accidentalità, divenga uomo supremo, lo Zhen Ren, il Santo che, avendo abbandonato ogni preoccupazione di affermazioni e meriti, è ormai “spogliato di sè”. Si obietterà che un uomo senza di sé non è più un uomo. La tradizione risponde: un uomo spogliato di sé è compagno del Tao. E’ così che la cultura cinese tenta un’ardita conciliazione tra psicologia e mistica.

 

Il concetto di Vuoto 

Per parlare di passaggi che conducono alla santità bisogna introdurre e soffermarsi sul concetto di Vuoto. Infatti per la filosofia taoista il Vuoto è la “chiave” che permette l’accesso ad una comprensione e ad una saggezza che incarnano l’arte di vivere, fondata sui principi di Vuoto del Cuore e non-agire. Il concetto di Vuoto in Occidente dà adito a poche riflessioni: il vuoto è vuoto ed è talora assimilabile al nulla. Nel pensiero cinese invece il Vuoto è la sede della vita; è un elemento dinamico, condizione senza la quale non si opera alcuna trasformazione. La stessa Pienezza, intesa come realizzazione e compiutezza, non può verificarsi senza il Vuoto, che ne consente lo sviluppo e il dispiegarsi, permettendo agli elementi che compongono un sistema di trasformarsi e di ricomporsi in unità.

Il Vuoto ha quindi un valore funzionale. A livello ontologico, fisico, psichico e spirituale, permette un processo di interiorizzazione e trasformazione grazie al quale ogni elemento, ogni essere, raggiunge se stesso, e coglie il suo Altro da sé.

“il Tao ha per origine il Vuoto. Dal Vuoto è nato il cosmo da cui emana il Soffio Vitale”

La vita stessa avviene nel Vuoto mediano, spazio tra Cielo e Terra dove si operano lo scambio dei Soffi. Anche lo Yin e lo Yang, per esprimere la loro dinamicità, necessitano del Vuoto. Le coppie Yin/Yang e Pieno/Vuoto sono sempre correlate. Nel Libro dei Mutamenti, dove non si parla ancora di Yin/Yang, il tratto pieno simboleggia lo yang, mentre il tratto spezzato, che presenta un vuoto tra due linee, simboleggia lo yin. In seno al sistema binario yin/yang, il Vuoto costituisce il terzo termine che è nello stesso tempo separazione, luogo dove avviene la trasformazione, ricongiungimento in unnità. Il Vuoto è quindi il punto nodale, tessuto virtuale e di divenire dove si incontrano la mancanza e la pienezza, il sé e l’Altro da sé.

Dalla vita quotidiana sono tratte alcune delle immagini più comprensibili e più compiute del Vuoto:

“Trenta raggi si congiungono ad un mozzo unico

Questo vuoto nel carro permette l’uso.

Con una zolla d’argilla si dà forma d un vaso

Questo vuoto nel vaso ne permette l’uso

Si dispongono le porte e le finestre per una stanza

Questo vuoto nella stanza permette l’uso

L’avere permette il vantaggio

Il non-avere permette l’uso”

(Tao, cap. 11) 

Nell’universo come nel corpo, senza il Vuoto i Soffi non potrebbero circolare e l’alternanza yin/yang non potrebbe accadere. La rappresentazione simbolica del Vuoto è la Vallata, incavo vuoto che fa nascere tutte le cose; portando tutte le cose nel suo seno, non si esaurisce mai.

“Lo Spirito della Vallata vive per sempre; qui si parla della Femmina misteriosa. La Femmina misteriosa ha un’apertura da cui escono Cielo e Terra. L’impercettibile filo fila indefinitamente: vi si attinge senza mai esaurirlo”

(Tao, cap. 6)

Per i cinesi la buona salute è uno stato di perfetto silenzio in cui non vengono percepite anomalie: solo quando si presentano le malattie ci si accorge che qualcosa non funziona come dovrebbe. Nel Vuoto i Soffi sono così equilibrati, così armonizzati che è come se non ci fossero: i Soffi perfetti non fanno rumore.

Nell’atto medico si incontra la corporeità del paziente, i sintomi, segni esterni di una malessere interiore e nascosto. Il medico, partendo da realtà oggettivabili e da strutture visibili e sperimentabili, raggiunge e interviene sull’essenza stessa della vita, sull’invisibile, e di questo si deve sempre ricordare.

 

Il Vuoto del Cuore” e l’”Arte del Cuore” 

Il Cuore ha nell’uomo la stessa funzione che il Sovrano ha nello Stato. Dal Cuore dipendono ricerca dell’autenticità, felicità o infelicità, salute o malattia, longevità o morte prematura. Secondo il pensiero taoista, per svolgere questo suo compito vitale il Cuore deve essere in uno stato di Vuoto. Tre sono i termini che ricorrono continuamente nei testi classici nel concorrere a mantenere il Vuoto: wu yu, senza desiderio; wu zhi, senza conoscenza; wu wei, senza azione.

 

Il Cuore deve restare senza desiderio. L’uomo senza desiderio non può vivere. Cosa intendevano allora i taoisti per wu yu? Nel capitolo 1 del Tao Te King si dice che “desiderio e senza desiderio” hanno la stessa origine. Quindi esistono entrambi nel Cuore dell’uomo. Il desiderio è il desiderio naturale, è la vita che vuole vivere. Il senza desiderio è non restare attaccati all’oggetto del desiderio. Il desiderio viene, non lo si asseconda e questo consente ad altri desideri di venire. Allora si desidera e si resta senza desiderio. In questo senso il concetto di Vuoto del Cuore non è qualcosa di statico e di passivo, ma è ben espresso dall’immagine dinamica del fluire di un fiume: l’acqua che scorre permette in uno stesso istante all’acqua che arriva di prendere il posto dell’acqua appena passata; oppure dall’immagine dello specchio che riflette tutte le realtà proprio perché nessuna si fissa sulla sua superficie.

Il Vuoto del Cuore è perciò la condizione per aumentare la nostra percezione cosciente, libera da vizi e da pregiudizi; è quella condizione libera dal passato e dal futuro che ci permette di vivere la pienezza dell’ hic et nunc.

A livello fisico il Vuoto del Cuore è necessario per acquisire e mantenere i Soffi vitali; a livello psichico e spirituale permette la vera conoscenza: “Come può un uomo conoscere il Tao? Grazie al Cuore. Come il Cuore può conoscere? Grazie al Vuoto, perché il Vuoto non dirige verso le impressioni già tesaurizzate, ma verso ciò che deve essere ricevuto” (Xun zi, cap. 21). Ma la vera conoscenza, per i taoisti, consiste nello sbarazzarsi di tutto ciò che non è saper vivere. Al wu wei infatti è spesso associato il wu zhi, senza conoscenza, non sapere. I taoisti rifiutano la falsa conoscenza, che disperde lo spirito e che lo rende sì sapiente, ma di ciò che non è la vita.

L’agire naturale non ha bisogno di spiegazioni e non ha bisogno di essere insegnato: è naturale. E’ una conoscenza senza conoscenze.

Oltre che per la conoscenza il Vuoto è necessario per la presa in carico di persone e situazioni. Sembrerebbe un paradosso, in realtà per la mentalità cinese è un’evidenza: per assumersi responsabilità, per realizzare compiti, per vivere in pienezza è indispensabile il Vuoto del Cuore.

I testi antichi raccomandano di non sovraccaricare il Cuore. Il Cuore si riempie a sua insaputa. Non appena ci si accorge di questa Pienezza, che è sempre deleteria, occorre ricreare una situazione di Vuoto. La vita è una sorgente, la cui forza e la cui limpidezza vanno protette.

L’esteriorizzazione, attraverso il contatto snervante con gli altri, è la principale minaccia per la longevità. Ugualmente l’uso intenso dei sensi va proscritto, perché agita il Cuore (Tao, cap. 12).

Il Cuore dell’uomo, nel primo stadio della sua esistenza, è nella calma più assoluta, esente da ogni desiderio; in questo stadio il Cielo gli dà forma. Presto gli oggetti esterni agiscono su di lui e vi producono diversi movimenti; sono i desideri che si aggiungono alla sua natura primaria. L’uomo, in presenza degli oggetti esterni, ha la facoltà o il desiderio di conoscerli; quando li conosce prova sentimenti d’attrazione per gli uni e di repulsione per gli altri. Se non domina questi sentimenti, si lascia trascinare verso le cose esterne, diventa incapace di rientrare in se stesso e di regolare i movimenti del suo Cuore; perde le buone disposizioni che ha ricevuto dal Cielo.

(Liji, Libro dei Riti)

 

La luce degli Shen permette al Cuore di essere il luogo di origine di ogni reazione e di ogni conoscenza e ne assicura la coerenza e la condotta. Da qui l’importanza di un’”Arte del Cuore”, che consiste nel fare del Cuore un centro che possa ricevere tutti li stimoli, restando aderente alla propria natura, all’Uno, all’universale. In un Cuore calmo e vuoto nulla si attacca sconsideratamente, nulla occupa un posto indebito, nulla blocca, nulla ingombra, ma tutto si presenta ed è ricevuto per essere pesato ed apprezzato.

L’Arte del Cuore permette di coltivare in se stessi ciò che porta al Vuoto del Cuore, di controllare il voler-vivere senza vessare la propria spontaneità, ma mantenendola nel flusso che porta sempre al superamento di sé.

 

Quando si è penetrati dalla dottrina dell’Arte del Cuore, non si rifiutano piaceri e desideri, attrazioni e avversioni, allegria e collera, gioia e amarezza. È la comunione mistica con i Diecimila esseri. Non si conoscono più né approvazione né disapprovazione. Ci si eleva, ci si educa nell’illuminazione mistica, fino al punto che vita e morte si confondono.

(HZ, cap. 1) 

Se l’uomo vive in questo modo il Cuore è protetto e si nutre dei Soffi più puri.

 

Il “non-agire” (wu wei) e il “saper-fare” (zhi)

La pratica del wu yu, il restare senza desiderio, conduce al wu wei, al non-agire, he è uno dei concetti cardine della filosofia taoista. Wu significa non, essere senza, e wei significa agire, ma spesso giunge ad assumere una sfumatura negativa: intervenire, ingerirsi in , forzare; un fare che può turbare, contrariare. Normalmente viene tradotto nelle lingue occidentali come non-agire dove il “non” blocca la negatività precipua del termine wei. Lontano dal significare rinuncia, ritirata, inattività, è la condizione e la forza stessa dell’azione autentica ed efficace. E’ il modo taoista di concepire l’azione. “il non-agire non significa restare in uno stato statico, fisso, non muoversi. Con questo termine si vuole semplicemente dire che niente emana dall’Io” (ZH, cap. 9).

Ancora una volta viene sottolineato che l’agire autentico è comunque l’agire di chi è capace di un superamento di sé, dei propri desideri, dei propri istinti e schemi, per arrivare ad un’azione adeguata, efficace nella misura in cui si conforma alle leggi dell’universo, della natura e alla struttura vera degli esseri.

 

“Si verifica il non-agire quando l’intenzione individuale non interferisce con la Via universale, quando i desideri e le tendenze particolari non allontanano dal giusto cammino, quando l’azione opera in funzione di un principio interno celeste di ordine, quando, ottenendo un merito, perché si ha seguito la propria natura, non si glorifica se stessi, attribuendosi una fama personale” (HZ, cap. 19).

Non agire non è quindi non fare, ma agire nello stesso modo della natura e nello stesso senso.

Il non-agire è stato applicato dai pensatori taoisti in ogni campo: politico, sociale, culturale e, come vedremo in seguito, medico. Conformarsi al principio interno degli esseri e lasciarsi guidare dalla loro natura sono aspetti del non-agire, inteso come modo di agire non interventista. In campo politico, ad esempio, le leggi sono considerate dai taoisti ostacoli per la natura perché sono del tutto esterne e spesso si impongono ad essa. Da qui l’avversione dei taoisti per i legisti: “Lasciatevi guidare dalla natura degli esseri e l’universo intero vi seguirà; ostacolatela e anche le leggi non saranno di alcuna utilità”. “In un governo che ha per linea direttrice la Via, le leggi, pur essendo poche, saranno sufficienti a trasformare le cose; in un governo che non è retto dalla Via, le leggi, pur essendo numerose, apporteranno solo caos” (HZ, cap. 19).

Il Vuoto del Cuore e il non-agire conducono al saper-fare. Il saper-fare non è altro che un saper-essere. La giusta azione è l’attualizzazione dell’essere e della sua creatività.

Ma proprio perché non ci sono divisioni all’interno della persona, il saper-fare è anche saper mantenere la propria vita, conoscerne le regole, rispettarle, evitare di sperperare e disperdere l’energia vitale, mantenersi in armonia all’interno come all’esterno con tutto ciò che esiste.

 

SHEN, LO SPIRITO

Tratto dal testo “I COLORI DEL CUORE. La psicologia secondo l’energetica classica cinese” di M. Schmid, Edizioni Enea, pp. 33 -35

“Indissolubile dallo studio della psiche e delle emozioni, in Medicina Tradizionale Cinese è il concetto di Shén, tradotto generalmente con ‘Spirito’.

Abbinare invece Shén all’idea di psiche, come si trova in molti testi e numerosi autori, non è del tutto corretto. E’ molto importante tenere presente questo e vedremo perché. Questa entità Shén infatti include ma allo stesso tempo va ben oltre la limitatezza della nostra concezione di psiche. Parlare di quest’ultima e delle emozioni significa anche parlare dello Spirito, ma non si può correttamente affermare il contrario.

Shén è “potenza creatrice attribuita ad un individuo dato e centrata da esso: pertanto, appartenendo al dominio delle forze creatrici invisibili, non oggettivabili, si è spesso tradotto Shén in funzione estremamente elaborata all’origine di tutte le altre funzioni che siano fisiologiche, psicologiche o spirituali“. Seguendo le indicazioni di Eyssalet vediamo che

Lo Spirito, Shén, è il maestro del punto di vista personale e centrato, poiché è innanzi tutto lo spirito di ciascuno, ed è da lui che procedono l’orchestrazione delle funzioni dell’Energia e la strutturazione delle forme concrete che ne derivano nella sensazione, la percezione, la messa in immagini, l’ideazione e il linguaggio. Qui dunque lo Spirito non si oppone alla materia: esso è il centro della manifestazione cosciente di ognuno di noi che organizza e regola il dialogo tra forme e funzioni, Energia e corpo nello spazio e nel tempo delle nostre vite.

 

Shén è anche ‘coscienza’, punto di vista centrato che costituisce l’individuo e il mondo visto da lui medesimo. Si rinnova ad ogni istante. E’ il ‘meccanismo segreto’ che induce il sorgere stesso della nostra coscienza. Fonda il nostro punto di vista personale e coordina le sensazioni, le percezioni, le immagini e le parole sulle quali risiede la sua stessa espressione. Dal punto di vista temporale, esso è l’organizzatore di ognuno dei nostri istanti e il responsabile della nostra permanenza in vita e la sua durata stessa. Dal punto di vista dello spazio invece esso è l’elaboratore e il trasformatore di tutte le forme, quelle a cui noi diamo terreno, vale a dire il nostro stesso corpo e il nostro psichismo e quelle di cui noi siamo testimoni, vale a dire il resto del mondo visto attraverso noi.

 

Shén, inoltre, costituisce la sorgente di ogni relazione e, potremmo dire, è esso stesso Relazione. Nell’essere umano ‘si esprime attraverso la luminosità dello sguardo, nella prontezza di spirito, nell’intuizione, nell’intelligenza, nella vivacità della comunicazione verbale, emotiva, corporea’. Allo Shén, in quanto coscienza, corrisponde anche la possibilità di giudicare. “Da Shén deriva per ogni essere un’immagine e una sensazione di lui stesso e dell’universo sentito e identificato da lui”.

 

Lo Shén, in corrispondenza ai Cinque Movimenti e corrispondenti ai Cinque Organi, assume differenti caratteri, di declina in maniera particolare. Dal momento del concepimento –istante creatore in cui, dall’incontro degli Shén dei genitori un nuovo Shén compare (e prende poi corpo) come manifestazione del grande oceano di Spirito sopraindividuale- ha inizio la ruota della vita del singolo individuo incarnato. Tutto ciò che di più prezioso e arcaico è in noi (l’Energia Originaria, Yuan Qi; il Principio Vitale, Jing; e anche lo Spirito, Shén) si mettono in moto in una rivoluzione incessante che alterna fasi Yin a fasi Yang e incontra tappe fondamentali riassunte nella Legge dei Cinque Movimenti. Quando lo Spirito Individuale crea uno Zang, Organo interno ‘pieno’ (e contemporaneamente va a dimorarvi), esso assume un carattere del tutto specifico.

Lo Spirito centrato nel Cuore sarà ancora Shén; la sua incarnazione nella Milza-Pancreas si chiamerà Yì (intenzione, proposito del Cuore-mente); nei Polmoni sarà Po’ (spiriti della Terra, in numero di 7); nei reni Zhì (volere); nel Fegato prenderà il nome di Hùn (spiriti del Cielo, in numero di 3). Questi sono i cinque Ben Shén, letteralmente ‘fasi fondamentali dello Spirito’, le modalità di radicamento dello Spirito (sottinteso, in un essere determinato), o “entità meta-psichiche”.”

 

 

 

 

 

 

I CINQUE MOVIMENTI

Tratto dal testo “I COLORI DEL CUORE. La psicologia secondo l’energetica classica cinese” di M. Schmid, Edizioni Enea, pp. 21-31

“Il termine Xing, spesso tradotto con “Cinque Elementi”, dovremmo tradurlo con ‘andare’, ‘camminare’, oppure ‘comportamento’. Etimologicamente si tratta delle impronte di due piedi; un passo con la sinistra e uno con la destra. E’ dunque un carattere che si riferisce al movimento, qualcosa cioè di assolutamente dinamico, non statico, come al contrario può connotare la parola ‘elemento’. Per completezza citiamo la traduzione di questo termine fatta dal Prof. Pregadio: egli traduce Xing con ‘agente’, nel senso di ‘ciò che agisce’, parlando così dei Cinque Agenti. Il senso di qualcosa che opera e crea è molto utile: parlando del comportamento umano, del suo carattere, emozioni e sentimenti, è essenziale notare come si tratti del vero e proprio carattere (o fattezza) che l’Energia assume nelle sue trasformazioni e cambiamenti. A seconda della fase che sta attraversando nel suo percorso TaiJi (che chiameremo ‘rivoluzione’, mutuando il termine dall’astrologia), l’Energia (il Qi) subirà uno sviluppo-trasformazione che porta ad un qualità più Yin ad un maggiormente Yang; e viceversa.

 

Acqua-Reni-Inverno: Yin di Yin, massimo Yin

Legno-Fegato-Primavera: Yin di Yang, crescita dello Yang

Fuoco-Cuore-Estate: Yang di Yang, massimo dello Yang

Metallo-Polmone-Autunno: Yang di Yin, crescita dello Yin

 

La Terra viene considerata come il periodo di 18 giorni in chiusura di ogni stagione, e il centro degli altri Movimenti.

 

Il tessuto ‘energetico’ è il medesimo, sia che si tratti del cosmo, della natura e dell’uomo. Tutto è implicato negli stessi movimenti di energie. I molteplici aspetti della Natura, di cui gli esseri viventi e l’uomo fanno parte, assumono o addirittura cristallizzano delle conseguenti, diverse peculiarità, a seconda del punto (fase) in cui si trova il Soffio Vitale sull’immaginaria orbita Yin-Yang.

 

Ripercorrendo brevemente l’orbita del TaiJi vediamo, sostando in cinque punti fondamentali, i modo di esprimersi di questa Via:

  • LEGNO: primavera, alba, est. La caratteristica energetica del punto da cui inizieremo questo cammino è quella del nascere e dello svilupparsi. Per questo in analogia abbiamo l’alba (l’est è dove sorge il Sole) e la primavera. Proprio in questi momenti del giorno o dell’anno c’è il risveglio, lo slancio, la messa in moto, la verticalizzazione.

E’ la fase Legno. Il Legno ammorbidisce, riscalda, concilia, abbellisce e distribuisce. Ma è anche conflitto, impetuosità del Vento e ‘tempesta che rovescia gli alberi’. Organo e viscere costituiti da questa ‘stoffa’ sono, rispettivamente, Fegato e Cistifellea.

 

  • FUOCO: estate, mezzogiorno, sud. Di seguito incontriamo il Sud, dove troviamo il caldo. È la dinamica del Fuoco, calore estremo che divampa e dilata, ha movimento centrifugo, riscalda, brucia, infiamma e incendia. Ma porta anche a compimento la crescita, fa risplendere e chiarifica. Proprio come nella natura del Fuoco, qui l’ energia è impetuosa e lussureggiante: nel corpo i suoi mandatari sono il Cuore e Intestino Tenue.

 

  • METALLO: autunno, tramonto, ovest. La fase di ri-discesa è sotto l’emblema del Metallo. Ovviamente la sua caratteristica è il decrescere  e il ritirarsi; quindi muove verso il basso. Porta ulteriormente a compimento (anche le maturazioni) e, ancora di più, fa appassire. Mette a riposo, condensa, ritrae e ha potere rinfrescante. Ci sono purezza e chiarezza che però denotano severità e rigore. “In autunno si fanno i conti e si giudica” (v. analogia con l’archetipo del segno della Bilancia nella nostra astrologia, legato alla giustizia, alla legge e al giudizio per la presenza di Saturno). Si manifestano le piogge, la rugiada e perfino la brina; vale a dire che l’energia più sottile ed espansa della fase precedente –anche sotto forma di vapore- comincia a farsi densa e a ricondursi nella materia. Questa è l’indole dei Polmoni e Intestino Crasso.

 

  • ACQUA: inverno, mezzanotte, nord. L’Acqua è caratterizzata dallo sprofondare (completamento della direzione precedente) e il chiudere (movimento centripeto). Quindi, proprio come il ghiaccio del Nord, rappresenta il freddo e l’indurirsi. Lo stesso freddo richiama la severità e l’immobilità, non solo in senso negativo, ma anche in quanto calma estrema. Duro e protettivo come il carapace di una tartaruga, lento come il suo incedere e longevo; questo è il marchio dell’Acqua. In questa quiete profonda l’Energia è sotto forma di materia, come direbbe una certa fisica. E’ in forma potenziale, raccolta e celata, e si rigenera. I Reni e Vescica incarnano rispettivamente lo Yin e lo Yang di questa qualità energetica.

 

Infine la CENTRALITA’, l’incrocio dell’asse verticale (Nord-Sud/Acqua-Fuoco) con quello orizzontale (Est-Ovest/Legno-Metallo) determina la TERRA che è l’elemento della fertilità e del nutrimento.

La sua natura è armonizzante e conciliante, arricchisce e trasforma. Nel corpo la Milza e lo Stomaco, anche anatomicamente, rappresentano questo centro.

 

A volte anche il semplice riferimento a ciò che le stagioni rappresentano nel senso comune, può essere di notevole aiuto. Questi universali possono essere per noi dei simboli che si riferiscono alle caratteristiche espressive delle energie dell’uomo, alla personalità e ai sentimenti di ognuno di noi.

Una cosa importante da tenere a mente, a proposito degli Organi interni, questi ‘forzieri’, è che ognuno di essi è depositario e luogo di raccolta del Soffio Originario dell’Elemento (caratteristica/modalità) a lui corrispondente.

Il termine Zang, tradotto con Organo (interno), significa “immagazzinare” e “nella carne”, nell’accezione di “struttura organico-anatomica”. L’Organo Zang è il luogo in cui viene raccolto ciò che di più prezioso vi è nell’uomo: il Principio Vitale, l’Energia Originaria, lo Spirito. Possiamo con decisione affermare che un Organo è simbolo incarnato e vivente e da questo fatto derivano le sue capacità energetiche, cioè funzionali.

Funzioni e qualità che, nel loro duplice aspetto Yin e Yang, vanno dalle più fisiologiche, alle più sottili, perfino spirituali, passando anche per il mondo delle emozioni. Così ad ogni funzione di questo “archetipo vivente” (cioè l’Organo), oltre a corrispondere una o più caratteristiche emotive, fa riferimento un proprio stile comportamentale, basato effettivamente sull’adesione alla qualità dell’elemento in questione (a sua volta dettata dalla ‘fase’ di Shen).

Il movimento delle energie è come il corso di un fiume, un flusso unico, all’interno del quale, per comodità, possiamo distinguere l’acqua dalla sabbia e dai sassi, così come dai pesci e dalle alghe.

Detto in altri termini e ammiccando alla fisica: è una questione di ‘frequenze’.

Se ci abbandoniamo alla Legge dei Cinque Elementi, in quanto simboli-in-azione, ci accorgiamo che questa fornisce o suggerisce delle potenzialità di introspezione nell’animo umano di estrema rilevanza. In base alla sintomatologia dell’individuo si può risalire ai suoi equilibri energetici attuali e magari momentanei o anche al suo ‘terreno’, che lo caratterizza in maniera più duratura; in altri termini, il tallone d’Achille che è legato alla sua propria qualità di base. Questa sarà anche la modalità con cui la persona si esprimerà a livello relazionale e comportamentale; ciò, tra l’altro, ci dà l’indicazione di quali possono essere le emozioni e i conflitti preponderanti in quel dato momento della sua vita.

Alcuni medici psicosomatici e psichiatri lungimiranti hanno affermato che l’identità dell’organismo nel suo funzionamento è esattamente sovrapponibile all’identità psichica dell’uomo, così che un grave disturbo dell’identità psichica non può essere separato da un’uguale alterazione dell’identità corporea.

E’ ben noto a chi sia interessato di Energetica cinese che ad ogni Organo corrisponde una certa emozione. Ma non solo. I testi di Medicina Tradizionale ci informano anche dell’importanza del contenuto dei sogni per comprendere che cosa, nell’individuo, stia alterando il suo stato energetico.”

 

 

 

LO YIN e LO YANG

Tratto dal testo “I COLORI DEL CUORE. La psicologia secondo l’energetica classica cinese” di M. Schmid, Ed. Enea, pp. 15-19 

“Abbandonata la visione unitaria della realtà (che peraltro è la visione primaria, illuminata, e a cui sempre occorrerebbe poter tornare), si presenta dapprima una modalità che suddivide la creazione semplicemente in due: per tradizione Yin e Yang.

Il simbolo del TaiJi può essere applicato all’universo e a tutti gli esseri; esso è il principio naturale del movimento perpetuo: nascita, crescita, diminuzione, annientamento, l’alternarsi dello Yin e dello Yang. Tutti gli elementi dell’universo, dai più grandi, come le stelle, ai più piccoli, come gli atomi, si muovono nelle trasformazioni dello Yin e dello Yang.

 

Questa coppia è il simbolo assoluto a cui tutte le dualità si rifanno ed è il simbolo della Terra e del Cielo, dell’ombra e della luce, della donna e dell’uomo…

Prima del suo noto significato filosofico, Yin significava ‘ombra’, ‘buio’, ‘nuvoloso’, ma anche ‘femmina’ e ‘segreto’. Il suo carattere è stato descritto come indicante la parte in ombra della collina, essendo composto da Fu (‘collina’ o ‘ monticello’) e dal fonetico Yin, che significa ‘nuvoloso’.

All’opposto, Yang è stato indicato come essere la parte in luce della suddetta montagnola, in quanto il fonetico Yang è composto dal sole mattutino che si affaccia sopra la linea dell’orizzonte e diffonde i suoi raggi.

 

La vita si manifesta a noi (…) per opposizione o complementarietà: tenebre e luce, silenzio e parola, freddo e caldo, femminile e maschile…Questa manifestazione è il risultato dell’opera della creazione il cui oggetto è essenzialmente una separazione nel senso di ‘distinzione’ a partire dall’unità primordiale. (…)

Tale distinzione è solo apparente. E’ l’immagine stessa della manifestazione divina che procede per antinomie: immobilità e sorgente di tutti i movimenti, essere e non-essere…Il divino si afferra a partire da queste contraddizioni, colte insieme nel loro giusto rapporto da parte del conoscente.

 

Due modalità, o qualità, impensabili una senza l’altra, proprio come il giorno e la notte: non è possibile pensare il primo senza la seconda; in altri termini, descrivono delle situazioni interdipendenti che coesistono e possono apparire in alternanza o anche simultaneamente. La loro espressione è sempre relativa e questo dipende dal punto di vista assunto per osservare una situazione. Questo è quello che si chiama TaiJi, il ‘Supremo Limite’, la ‘Vetta Suprema’, oppure, più liberamente, la ‘Suprema Polarità’.

Ogni movimento vitale possiede un ritmo che risponde alla legge dei due poli. La metafora dello studioso Eyssalet del lancio di una palla risulta utile: il movimento di questa verso il cielo e verso l’apice della sua corsa, esprime la fase crescente e propulsiva (Yang) dell’Energia, Qi. La sua discesa verso il suolo esprime, per contro, la fase decrescente e di ripiego (Yin) di questo Soffio Vitale. E siccome questo ritmo è incessante, dalla terra la palla prenderà l’impulso per il rimbalzo e una nuova risalita.

Sotto il nome Yang poniamo quindi la fase di messa in tensione, crescita ed espressione ma anche ciò che possiede  dinamica attiva, ascendente e verso l’esterno.

Nel diagramma (da considerarsi come il tracciato di un movimento che si dipana in senso orario), si trova sul lato sinistro e in alto. Questa è la direzione della salita del vapore al cielo, del riscaldamento della materia più solida per giungere allo stato più libero, dinamico e anche ‘spirituale’.

Designiamo invece come Yin la fase di dis-tensione, de-crescita e ritiro. Sarà quindi tutto ciò che (rispetto ad un termine di paragone) risulti più passivo/ricettivo, discendente e che tende a celarsi verso l’interno. Questo ‘condensarsi’ deve essere posto sul lato destro (e in basso) del disegno del TaiJi. E’ la fase Yin: l’’inspirazione’ del cosmo. Qui si ha l’acquisizione di una forma, il passaggio dallo stato più etereo, gassoso o ‘spirituale’, a quello più concreto e solido.

Il diagramma del TaiJi, oltre ad un’analisi della vita concreta e manifesta, si presta anche ad un’interpretazione che vede sdoppiarsi due piani dell’esistenza: l’asse verticale alto/basso è quello dell’Assoluto, che alla base ha lo Jing (principio vitale) e raggiunge lo Shen (coscienza-Sé-Spirito) per mezzo del Qi (energia), fondamenti dell’energia non manifesta. I tre assieme formano un’unità trinitaria, riferentesi all’Uno che si fa trino.

Il piano orizzontale, invece, è maggiormente legato all’esistenza immanente, quindi alla manifestazione concreta di un individuo storicamente dato: è l’asse della forma e dell’azione.

Se torniamo ad un esame più semplice (fermandoci per ora alla vita concreta) e trasferiamo i concetti base allo studio dell’uomo, vediamo che la struttura stessa del nostro organismo è basata sulla legge del TaiJi: tutti li organi e i tessuti sono connessi e possono essere divisi nei due aspetti Yin e Yang. Dice infatti il Su Wen:

 

quindi l’uomo dovrebbe corrispondere a questo sistema: lo Yin e lo Yang dell’uomo sono (disposti in ordine) tali che all’esterno c’è lo Yang, e all’interno lo Yin. Yin e Yang nel corpo umano (sono disposti) in modo che Yang è la schiena e Yin è la parte frontale. Yin e Yang dei (cinque) visceri e dei (sei) organi cavi sono (disposti) in modo che i visceri sono Yin e gli organi cavi sono Yang.

 

Volendo addentrarci nelle implicazioni psicologiche di queste premesse, possiamo dare un prima suddivisione qualitativa di personalità che tendano verso un polo o verso l’altro. Possiamo iniziare con il dire che valutare un individuo come Yang, significa decisamente attribuirgli una connotazione di attività. Probabilmente sarà anche ‘sveglio’, rapido nel pensiero e nei gesti, deciso, estroverso; e magari avrà anche una personalità calda e aperta; forse anche più maschile o mascolina e che ‘guarda avanti’.

D’altra parte quando manca un equilibrio con lo Yin, una persona Yang può anche non avere i ‘piedi per terra’ (lo Yin nutre lo Yang, lo radica a terra e stabilizza sul piano di realtà), essere nervoso, iperattivo, marcato da agitazione. Così la sua estroversione ed apertura potrebbero portarlo ad essere troppo pronto all’azione e poco presente a se stesso e alla realtà, poco centrato su di sé. La tendenza sarà verso un eccesso del carattere Legno e Fuoco. Al contrario, una valutazione che propende per lo Yin connota una persona più ricettiva, più introversa o, addirittura, remissiva. Può essere lenta nei movimenti e pacata (fino all’indolenza) ma anche concreta e pacifica. Riflessiva, meno pronta all’azione, talvolta con pochi slanci verso un’evoluzione e una sublimazione delle sue energie ‘terrene’. Tendenzialmente potranno esserci marcati segni del Metallo e dell’Acqua nel suo modo d’essere.

Da un primo sguardo di base alla differenziazione in due semplici categorie, possiamo passare ad un ampliamento e raffinamento d’analisi. Gli Organi (Reni-Fegato-Cuore-Polmone-Milza) e i Visceri (rispettivamente Vescica urinaria-Vescica biliare o cistifellea- Intestino tenue-Intestino crasso-Stomaco), e così la qualità delle loro energie, infatti si confanno anche ad un’altra regola, diretta conseguenza di quella appena considerata del TaiJi, ovvero l’alternanza dello Yin e dello Yang; quest’ulteriore e più fine legge è quella dei Cinque Movimenti.”

TEORIA GENERALE delle EMOZIONI

Dal testo “LA MEDICINA CINESE. Spiriti, cuore ed emozioni” di E. Rochat De La Vallée, Ed. Jaca Book, pp. 65-69 

 

“Ogni uomo possiede una natura propria (xing), considerata buona, dono del Cielo, ordine naturale del cosmo e legge morale di ciascuno. Conferita dal Cielo, che è l’ordine naturale stesso, la natura propria integra ogni essere nel grande movimento della vita cosmica e lo incita a rimanervi. Questo non significa che non vi possano essere tare nella trasmissione genetica (ma questa sarà piuttosto considerato come un’alterazione dovuta alla condotta umana nel corso delle generazioni), o difetti che possono intervenire nello sviluppo o ancora prima nella sua formazione nel seno materno; tare e difetti che possono impedire che il Cuore si sviluppi normalmente nell’individuo. Ma questo significa certamente che un uomo ha sempre la possibilità di accedere all’ordine naturale nel suo intimo, nonostante le sue mancanze e i suoi difetti, se è così che è stato “concepito”. Sottomettersi alle incitazioni di questo ordine o della propria natura, ritrovare il Cielo in sé è il solo mezzo, la sola via per non dissipare o disperdere la propria vitalità. Quando i Soffi operano correttamente e armoniosamente, le essenze (jing, qui sono la plasticità e la vitalità delle sostanze) sono ricche ed abbondanti. Allora il gioco delle essenze e dei soffi (jing qi) si attua senza ostacoli e questo implica che tutte le funzioni vitali si attivano in modo corretto. Questo perfetto funzionamento denota la presenza degli Spiriti. Così il termine che associa le essenze e gli Spiriti (jing shen) designa lo spirito vitale di una persona.

Ma i desideri suscitati dagli oggetti esterni comportano delle reazioni: è la genesi delle emozioni.

L’uomo possiede per natura sangue-e-soffi e un Cuore che permette la conoscenza. L’afflizione come la gioia, l’allegria come la collera non esistono in permanenza in lui; sono dei movimenti di reazione alle incitazioni degli oggetti. Allora interviene l’Arte del Cuore”.

Le emozioni si scatenano per un oggetto o un avvenimento esterno e da ciò che essi inducono come reazione immediata: attrazione o repulsione, amore o paura. Esse si modulano in molteplici possibilità: gioia, collera, paura, tristezza, arroganza, invidia. Ma la reazione a qualcosa dipende anche dalle disposizioni naturali, dalla natura propria di ognuno e anche da come, nell’istante di questa reazione, si è fedeli a questa natura e quindi all’ordine naturale. La natura della reazione mostra se il desiderio che occupa il Cuore è diretto verso ciò che fa sbocciare la vita o verso ciò che le è contrario. Da qui la variazione del significato del carattere che abitualmente designa le emozioni: disposizioni naturali, tendenze, emozioni, passioni.

Se i desideri sono conformi all’ordine naturale, se le reazioni sono appropriate, allora governano come conviene, e non vi sono disordini. Questo è seguire il buon ordine, il naturale e la propria natura, in funzione delle circostanze; è compiere il proprio destino (ming).

L’Arte del Cuore permette di reagire in modo appropriato facendo diminuire i desideri che trascinano l’uomo “fuori di sè”.

Il Cuore è la vita affettiva, emozionale, intellettuale, mentale, spirituale; è tutto ciò che avviene in me e tramite cui ho il sentimento di esistere. Il mio Cuore sono io, l’unità misteriosa e composita che è il mio sé; l’unità di colui che vive, è e si fa; ciò che sono, come sono, come vivo.

Il Cuore è il centro: raccoglie tutte le informazioni, le conoscenze, le sensazioni, le percezioni, che vengono dalla periferia con l’intermediazione degli organi di senso, o che salgono alla memoria. E’ anche centro di emissione e di reazione, centro dei soffi. Il Cuore dell’uomo è ciò che gli permette di assicurare e assumere il proprio destino, di avere un modo di agire fondato su una conoscenza reale, che è un saper fare, una saggezza (zhi). Altrimenti è il disordine, la malattia, la morte prematura.

Le reazioni del Cuore dipendono dalle disposizioni interiori: dalle idee, dalle tendenze, dai pregiudizi, dalle emozioni, da tutto ciò che alberga nel nostro intimo. E prima di tutto dipendono da ciò che fa sì che tali idee o emozioni trovino spazio in noi, dalla disposizione profonda del Cuore, dal modo in cui si orienta nell’intimo, da ciò che viene spesso chiamato proposito o intenzione (yi). E’ esperienza comune il fatto che non reagiamo nello stesso modo a parole identiche pronunciate da una persona che amiamo o da una persona che non amiamo. Se siamo nella gioia non saremo colpiti nella stessa maniera di quando siamo tristi o in collera. La disposizione del Cuore (sia che abbiamo sia che non abbiamo la consapevolezza di ciò che essa sia) influenza tutte le nostre reazioni.

La calma e la quiete, l’Arte del Cuore, non sono la negazione dei movimenti e delle reazioni che fanno la vita; sono la loro giusta analisi, la temperanza che allontana dagli eccessi e dagli sconfinamenti; sono il perpetuo ristabilirsi di un equilibrio fatto di soffi e di sangue, di carne e di ossa, di sentimenti e di pensieri.

Le emozioni sono percepite come movimenti di soffi; infatti, ogni emozione è una qualità, un’attività particolare del soffio. Nell’epoca classica si analizzarono, si distinsero e si classificarono i movimenti del soffio con l’aiuto della dottrina “yin/yang e Cinque Elementi”. Secondo tale teoria, ciascun organo è correlato ad un sentimento, ad un’emozione che è fondamentalmente l’espressione del movimento del soffio proprio dell’organo. Partendo dalla profondità dell’organo, questo movimento del soffio interessa tutto ciò che si trova sotto il dominio di quell’organo. Così il Fegato dà lo slancio e scatena il risalire come fa il Legno; il movimento del soffio chiamato Nu è prima di tutto uno slancio impetuoso che permette di elevarsi. L’eccitamento di questo movimento, del Fuoco o del Legno, trasforma questo soffio in collera, che non è un eccesso (se permane per un tempo debito ed ottiene senza violenza lo scopo di difesa per cui si manifesta).

I Cinque Voleri (wu zhi), propensioni e tensioni profonde della vitalità, divengono le Sette emozioni, disordine nel movimento regolare dei soffi che fa vivere. Se i Cinque organi si mettono alle dipendenze del Cuore e vi si attengono, non ci sono eccessi. Il Cuore li ispira ciascuno “al cuore”, per la presenza sentita degli Spiriti, ed è ciò che chiamiamo le Cinque Espressioni degli Spiriti (wu shen). Quando un Organo perde il suo radicamento agli Spiriti, i suoi soffi non assicurano più il movimento giusto e perturbano la funzionalità fisica e psichica.

Tutti i livelli dell’essere comunicano: una perturbazione emotiva avrà ripercussioni fisiche nei campi retti dall’organo responsabile dell’emozione, come nei campi retti dagli organi squilibrati dal disordine nel movimento del soffio dell’organo responsabile. Inversamente, un movimento dei soffi deviato comporta disturbi fisici, ma anche uno stato emotivo alterato. Esso può essere passeggero, riflesso dello stato dei soffi e dei loro movimenti in un determinato periodo; oppure può, alla fine, perturbare un organo sino al completo disordine. In questo caso l’organo non domina più il movimento del suo soffio e non partecipa più all’equilibrio psichico e mentale.”

 

 

 

EMOZIONI IN MEDICINA TRADIZIONALE CINESE

Tratto dal testo “FONDAMENTI DI MEDICINA TRADIZIONALE CINESE” di F. Bottalo e R. Brotzu, Xenia Edizioni, pp.90-92

“Le emozioni e i sentimenti mutano continuamente nel tempo, in quanto sono espressioni dell’adattamento dell’individuo, che reagisce agli stimoli che gli vengono dall’ambiente sociale esterno. Sono quindi espressione, a livello sottile, del libero fluire del Qi (la forza vitale che ci anima e ci permette di vivere) e parte dell’esistenza di ogni essere vivente.

Le emozioni divengono un fattore patologico solo quando una di esse diviene eccessiva o carente, quando una domina sulle altre, quando perdura troppo a lungo o, ancora, quando il loro libero fluire risulta ostacolato, ostruito, portando compressione e congestione all’interno.

Tutte queste forme di squilibrio emotivo turbano il funzionamento degli Zang-Fu (gli organi e relativi visceri Reni-Vescica/Fegato-Cistifellea/Cuore-Intestino Tenue/Polmoni-Intestino crasso/Milza-Stomaco), così come, d’altro canto, turbe nei loro aspetti più materiali possono danneggiare l’equilibrio emotivo. Come sempre, non vi è rapporto lineare di causa-effetto, ma una relazione di mutua interdipendenza. Se mi alimento male, con cibi pesanti e indigesti ed esagerando anche nella quantità, facilmente potrò avere segni di affaticamento, stanchezza, sonnolenza e, a lungo andare, questi turberanno l’equilibrio emotivo, portandomi a cattivo umore, a scarsa gioiosità e voglia di vivere e, in taluni casi, alla depressione.

D’altra parte, se sono in collera e trattengo la mia ira, facilmente bloccherò anche la mascella (v. bruxismo –digrignamento notturno dei denti- come sintomo di collera repressa) o il mio stomaco, che non digerirà più, o gli intestini, andando incontro a spasmi, colite e stitichezza (nel primo caso si tende a liberarsi con velocità, scaricando i contenuti intollerabili verso il basso, nel secondo caso si “trattiene” e si crea calore interno, che secca le feci e non ne permette l’espulsione, con conseguente autointossicazione, a livello fisico e psichico).

 

I due organi maggiormente legati all’equilibrio emotivo sono il Cuore e il Fegato; questi sono, di conseguenza, anche gli Organi più facilmente colpiti da turbe emotive. Il Cuore, è sede dello Shen, ha capacità di equanimità, distacco, visione globale, è “testimone” grazie alla comprensione profonda dell’armonia della vita: governa la capacità di evitare l’eccessivo coinvolgimento emotivo, ma evita anche, dall’altro lato, l’indifferenza e l’assenza di sentimenti e di partecipazione emotiva.

Un Cuore armonioso si comporta di fronte ai problemi della vita come un buon amico, che è sempre disposto ad ascoltarci e condividere con noi la sofferenza, ad assisterci ed aiutarci con la sua presenza, ma non si fa carico della nostra sofferenza, non è preso e stravolto poiché riesce a vederla con partecipazione e distacco allo stesso tempo.

Il Fegato invece è responsabile essenzialmente del libero, armonioso e uniforme fluire delle emozioni. La natura delle emozioni, come di ogni altra cosa, è di fluire, di scorrere verso l’estinzione; il Fegato sovraintende proprio a che ciò avvenga dolcemente. Quando non è così, le emozioni ristagnano, divengono compresse e congestionate e possono scatenare tutta la varietà delle turbe emotive, in particolare la collera.

Il termine cinese che viene solitamente tradotto con collera è Nu, che non si riferisce però solo alla collera in senso stretto, ma a tutta una serie di sfumature emotive, essenzialmente collegate alla compressione di un’energia piuttosto forte, che non riesce ad esprimersi; include quindi irritazione, agitazione, insofferenza e intolleranza, e in parte, anche frustrazione e depressione (come effetto del ristagno interno della collera).

Non è inusuale infatti che collera (segno di eccesso) e depressione (segno di deficit-carenza) si alternino nella stessa persona. La stagnazione del Qi genera una compressione che non consente il libero fluire tipico del Fegato, la compressione produce “surriscaldamento”, questo Calore accumulato tende a liberarsi verso l’alto; si parla allora di “Fuoco di Fegato che divampa in alto. Sono i tipici sfoghi del collerico, con violenti segni di Calore in alto: viso arrossato e paonazzo seguito da scoppi d’ira con urla, tremori e talvolta anche violenza fisica. La Collera fa salire il Qi e ristagnare il Sangue nel petto”. Ma spesso dopo la crisi di collera c’è esaurimento, poiché lo scoppio d’ira non ha consentito una libera circolazione dell’energia, ma una sua violenta dissipazione verso l’esterno. Ecco che, dopo la crisi, ci si sente esausti, deboli fisicamente o con la testa vuota, con un senso talvolta di autocondanna e disgusto, che porta alla depressione, spesso segnalata da un pianto incontenibile.”

 

 

MEDICINA TRADIZIONALE CINESE e SOGNI

La Medicina Tradizionale Cinese (M.T.C.) è una pratica medica millenaria basata sulla concezione olistica della persona: la valutazione dello stato di benessere o malattia avviene in termini energetici senza scissioni tra l’organico e lo psichico. In M.T.C. la condizione di vitalità e di equilibrio dell’individuo si incontra con la qualità e gli eventi dell’ambiente: l’uomo sano di fronte al freddo esterno non si ammala, poichè ha attive le difese che lo sostengono con il calore, mentre colui che già soffre di freddo interno andrà incontro a malattia.

La salute è intesa come una condizione di armonia che nasce e si mantiene osservando una condotta di vita “in accordo con lo Shen”, permettendone il radicamento nel Cuore: “nella quiete tranquilla, nel vuoto e nella vacuità, i Qi autentici si sviluppano felicemente. Essendo lo spirito vitale custodito all’interno, le malattie come potrebbero sopraggiungere? Da qui, un volere contenuto, che diminuisce i desideri, un Cuore calmo che libera dal timore, un lavoro fisico che non esaurisce…allora si trovava buono ciò che si mangiava, si era soddisfatti del proprio vestito e ci si accontentava di quanto si aveva, non c’era gelosia nè in alto nè in basso.” (SW, cap. 1)

 

Da FONDAMENTI DI MEDICINA TRADIZIONALE CINESE F. Bottalo e R. Brotzu, Ed. Xenia

“Non dissipare la nostra vitalità attraverso emozioni nocive a noi e agli altri (come collera, brama, odio…), nè attraverso comportamenti che consumino anzichè preservare il Jing (quali eccessiva attività sessuale, indulgere nel cibo o non nutrirsi abbastanza, essere pigri fisicamente e mentalmente o al contrario essere iperattivi, respirare male e, perchè no, anche pensare male), sono tutti visti come modi di non rispettare una condizione di armonioso vivere.

Se queste regole non vengono seguite, oppure se abbiamo costituzionalmente certe carenze, subentra una condizione di disarmonia. Non siamo cioè in equilibrio con l’Universo (fattori esterni) o con noi stessi (fattori interni). Ecco allora la classificazione tradizionale dei fattori di squilibrio nelle seguenti tre categorie:

  • FATTORI INTERNI, rappresentati dalla struttura psico-emotiva dell’individuo (squilibrio degli Zang-Fu, Visceri Straordinari e Canali)
  • FATTORI ESTERNI, che sono correlati ad una disarmonizzazione con il macrocosmo nei suoi vari aspetti (cinque Movimenti, sei Energie, Tronchi e Rami)
  • FATTORI MISTI, che comprendono quelli non raggruppati nelle precedenti categorie e sono: la costituzione, la fatica, il lavoro, gli eccessi sessuali e alimentari, i traumi, le epidemie, i parassiti, i veleni etc” (…)

In M.T.C. ad ogni è organo è associata un’emozione e la malattia ha la sua origine o in un eccesso emotivo che danneggia l’organo (un’emozione trattenuta troppo a lungo genera stasi e in ultimo calore) o in una disfunzione organica che si manifesterà anche attraverso uno squilibrio psichico. Se l’organo non si intende come una porzione anatomica ma come espressione di una funzione che regola altre dinamiche, distretti e tessuti, allora si può parlare di “processo d’organo” e delle sue varie manifestazioni.

Nell’anamnesi in M.T.C (come anche nella Medicina Tradizionale Tibetana) i sogni sono uno dei dati raccolti per comprendere lo stato di squilibrio ed eventualmente l’origine profonda del disturbo.

Nella pratica medica della M.T.C. sono presenti indicazioni terapeutiche relative al trattamento di diversi agopunti in base ai contenuti onirici del paziente. Dai sogni si legge la sindrome in corso, attraverso il linguaggio peculiare di ciascun Organo e Viscere; nel documento contrassegnato dal link troverete un interessante studio su queste corrispondenze.

http://it.blog.lefayresorts.com/wp-content/uploads/2012/03/I_sogni_in_medicina_cinese.pdf

 

DEFINIZIONI di SOGNO

Di seguito sono riportate alcune definizioni del fenomeno sogno, tratte da diversi articoli e autori:

 

  • Il sogno viene definito come un fenomeno psichico legato al sonno, in particolare modo alla fase REM, caratterizzato dalla percezione di immagini e suoni riconosciuti come apparentemente reali dal soggetto sognante. Nel sogno è riconoscibile un tipo di funzionamento mentale avente leggi e meccanismi diversi dai processi di pensiero cosciente.
  • Attività mentale che si verifica durante la fase REM del sonno, più o meno nitida e dettagliata, con struttura narrativa più o meno coerente, con sensazioni prevalentemente visive e con eventuale partecipazione emotiva del sognatore.
  • Il sogno è una necessità biologica e un fenomeno naturale che non può essere prodotto dalla volontà cosciente e in quanto tale può solo essere osservato ed espresso con mezzi psichici.
  • La caratteristica principale dei sogni è la loro dimensione visiva: la percezione sensoriale è solitamente nitida, e la trama dei sogni presenta spesso aspetti di estraneità, iper-realtà e magia. Seconda caratteristica è il disorientamento spazio-temporale. Il sogno non si presenta semplicemente come una scena che il soggetto principale osserva, ma come un ambiente visivo in cui egli agisce incessantemente. Non vi è consapevolezza di stare sognando. L’intera sceneggiatura è immaginaria e il contenuto del sogno è un’allucinazione naturale.
  • I sogni, pur essendo bizzarri, irrealistici, fantastici, discontinui, riflettono le conoscenze del sognatore e le sue opinioni personali sul mondo in cui vive e su di sé. Le fonti della struttura del sogno vanno ricercate nella biografia del sognatore.
  • I sogni raffigurano le priorità bio-psico-sociali attuali dell’individuo nello stato di veglia. Il pensare e rappresentare onirico ha origine dallo stesso processamento dell’informazione guidato dalla memoria (funzione cerebrale) da cui hanno origine tutti gli altri aspetti soggettivamente percepiti dell’esistenza umana a tutti i livelli di sviluppo e vigilanza.
  • Il sogno riflette i risultati dell’interazione attiva e selettiva dell’individuo dormiente con la sua realtà interna ed esterna. Il lavoro sul sogno può gettare luce su un più ampio spettro di emozioni, pensieri e strategie cognitivo-emozionali di coping utilizzati dall’individuo.
  • Il sogno ha una funzione centrale nell’economia della mente: dare un senso alla propria vita affettiva ed emozionale, attraverso la rappresentazione del mondo interno, come un teatro privato in cui gli attori esprimono ogni notte in forma drammatica e simbolica i loro sentimenti. Il senso del sogno diventa ancora più profondo quando il teatro rappresentato può andare incontro ad una narrazione, quando cioè il sistema rappresentazionale può subire una trasformazione in un sistema di significazione linguistica.

TECNICHE per FAVORIRE il RICORDO dei SOGNI

Quando si inizia a lavorare con i sogni si rimane stupiti di quanto sia possibile aumentare la capacità di memorizzarli: nel tempo e con la pratica non solo sono più numerosi i sogni che si ricordano, ma sono anche più lunghi, ricchi di particolari e significativi. L’attenzione dedicata alla sfera onirica è come legna da ardere per il fuoco creativo dei sogni: le immagini ne vengono vivificate e nutrite, assumendo via via abiti più esplicitamente simbolici e archetipici.

Liberamente tratto da “I Sogni. Risposte di oggi alle domande di domani” di Edgar Cayce-Mark Thurston, Ed. Mediterranee

Esistono varie tecniche per favorire il ricordo dei sogni, potete combinarne diverse scegliendo quelle che sentite più adatte:

  • ANALISI dell’INTENTO: Fornire una motivazione valida e sentita per il lavoro che ci si accinge a compiere è il modo migliore per raggiungere un obiettivo. Chiedetevi “perchè voglio ricordare i sogni, lavorare con loro?”: ognuno può avere uno scopo diverso, dal voler risolvere dei problemi ricorrenti, al conoscersi meglio, fino ad avere sogni che aiutino a prendere delle decisioni in un ambito qualsiasi della propria vita. La domanda in sè sembra banale ma se siete sguarniti di una motivazione è difficile attribuire un valore alle vostre azioni e quindi renderle efficaci. Il vostro intento potrebbe variare di mese in mese, potreste iniziare con un proposito e trovare strada facendo delle nuove e più convincenti motivazioni. Qualsiasi sia l’obiettivo scrivetelo sul diario o su un pezzo di carta che porterete con voi nel portafoglio o nell’agenda giornaliera: quando vi ripeterete durante il giorno il proposito di ricordare i sogni e lavorare con loro, associate la forza dell’intento che avete formulato.
  • FISSARE L’INTENTO: Prima di addormentarvi, al risveglio e più volte nel corso della giornata, ripetetevi l’intento di ricordare i vostri sogni (“RICORDERO’ I MIEI SOGNI QUANDO MI SVEGLIERO'”), fatelo con convinzione, non è sufficiente ripetere la frase in modo meccanico. Se ciò che associate ai sogni è l’idea che questi avranno una reale utilità nel vostro quotidiano il messaggio risulterà davvero efficace.
  • IL DIARIO dei SOGNI: Tenere a portata di mano il diario in cui vengono trascritti e lavorati i sogni. Questo va tenuto vicino al letto, sul comodino, insieme alla penna e ad una piccola lampada nel caso ci si svegli di notte, per non disturbare * partner. Il diario favorisce il ricordo in due modi: rinforza l’intento di ricordarsi i sogni con la sua sola presenza e permette di annotarli prima che li si dimentichi. Un sogno, per quanto ricordato con chiarezza, tende a svanire nel giro di cinque minuti a partire dal risveglio, e per tale ragione è importante segnarlo subito. L’alternativa al diario è il registratore vocale che può essere utile quando si è particolarmente di fretta e/o impossibilitati a scrivere; richiede comunque una trascrizione su carta per l’ulteriore elaborazione. Di recente sono uscite delle applicazioni per smartphone e pc per registrare i sogni, come Dreamboard o Shadow. Sicuramente comode ma è consigliabile poi stampare i sogni per il lavoro sui simboli e per avere spazio bianco fisico per scrivere, appuntare, disegnare, mappare…
  • ANDARE a LETTO PRESTO: Uno dei modi migliori per ricordarsi i sogni è coricarsi presto, ad orari regolari, in modo da riuscire a dormire 7-8 ore. Se la quantità di sonno non è sufficiente e il ritmo sonno-veglia è alterato, al risveglio le performance cognitive ne risentono.
  • LEGGERE QUALCOSA sui SOGNI PRIMA di ANDARE a LETTO: Ciò cui si rivolge attenzione nel periodo di tempo che comprende i 15-30 minuti prima di addormentarsi influenza in modo importante le esperienze notturne (indirettamente si forniscono delle suggestioni all’attività onirica): leggere qualcosa che riguarda i sogni è d’aiuto nel favorirne il ricordo. Nella bibliografia sono elencati diversi testi sul sognare: potete anche dedicarvi allo studio dei vostri resoconti onirici o di sogni raccolti da amici e familiari.
  • SVEGLIARSI nel CORSO della NOTTE: Un’altra tecnica per favorire il ricordo dei sogni è provocare un risveglio notturno, bevendo un bicchiere d’acqua prima di andare a dormire. Se il risveglio coincide con la fine di una fase REM sarà possibile ricordarsi uno o più sogni: questi vanno poi trascritti immediatamente, o almeno vanno presi degli appunti. E’ forte la tentazione di tornare a dormire e l’illusione di conservare il ricordo del sogno che è ancora nitido e fresco: se si segnano anche solo le parole-chiave al mattino sarà possibile ricostruire il sogno.
  • RIMANERE a LETTO FERMI ALCUNI MINUTI in PIU‘: Puntate la sveglia in modo da avere dieci minuti in più al mattino: se si rimane tranquillamente a letto per qualche minuto e si riduce al minimo ogni movimento fisico è più facile recuperare frammenti di sogni e sogni interi. Rimanere nella stessa posizione in cui si stava dormendo sembra favorire maggiormente il ricordo.
  • FARE un INVENTARIO della PROPRIA VITA QUOTIDIANA: Se essere rimasti a letto qualche minuto in più non è sufficiente, si può ricorrere alla tecnica dell’inventario personale. I sogni usano come simboli tematiche, persone ed eventi che hanno occupato la nostra mente durante il giorno. Una semplice serie di domande possono essere d’aiuto per innescare il ricordo di ciò che si è sognato: “ho sognato la mia ricerca? il lavoro? * partner? un* amic*? una questione in sospeso?”. L’inventario si completa in un minuto e dopo ciascuna domanda si attende dieci secondi per vedere cosa viene in mente.
  • RIVIVERE il SOGNO al CONTRARIO: Spesso il sogno va ricostruito partendo da una sola immagine: domandandosi “che cos’è accaduto prima?” è possibile andare a ritroso in modo da ricordare un sogno anche molto lungo.
  • TRASCRIVERE SEMPRE QUALCOSA sul DIARIO dei SOGNI: E’ importante scrivere quotidianamente qualcosa sul diario, anche solo le sensazioni o stati d’animo provati al risveglio. Nel corso di qualche giorno o al massimo di qualche settimana si sviluppano attenzione e disciplina che aiutano a ricordare sogni.
  • PRATICA di CONDIVISIONE del SOGNO: Raccontare i propri sogni al mattino e ascoltare quelli degli altri è un’ottima pratica per aumentare il ricordo dei sogni e un modo per entrare in una condivisione più profonda le persone a noi vicine.

CHE COS’E’ UN SOGNO?

Il sogno è una forma innata di sapere, spazio di rivelazione del “conosciuto non pensato”: è una fucina sempre attiva dove i dati dell’esperienza della realtà si ricombinano e giocano tra di loro, secondo regole e codici che ci appaiono indecifrabili. Il sognare è prosecuzione notturna dell’attività mentale, che si avvale di un linguaggio fatto di simboli e metafore, dominato dalle immagini. E’ un pensare -e quindi rappresentare se stessi e il mondo- laterale e divergente, caratterizzato da un approccio più olistico rispetto al pensare della veglia (con cui però si imparenta nel sogno ad occhi aperti).

Nel sogno i confini esistono ancora e la realtà può risultare familiare, ma a volte quasi solo per rendere manifesto il processo della transizione, dell’interscambiabilità e dell’alterità in noi. Quando quei rassicuranti contorni divengono improvvisamente linee mobili e libere, si creano nuovi mondi, nuovi modi di sentire, pensare e agire.

Le donne e gli uomini di medicina (antichi e moderni), * ricercator* spirituali, artist* e studios* e inventori di ogni genere, hanno trovato spesso nella visione onirica la diagnosi, la luce, l’angolatura giusta e la domanda che reca in sè la risposta. Come se nel sogno il dialogo con una matrice intelligente permettesse di accedere ad una forma di conoscenza superiore a quella della veglia.

L’onirico è un mondo in cui letteralmente precipitiamo, come Alice nella tana del Bianconiglio: mentre siamo ancora alle prese con le immagini che si mescolano e cercano un’ultima collocazione, le “evanescenze” del giorno (T. Nathan), varchiamo senza coscienza la soglia della notte. Morpheus sfiora le nostre palpebre di dormienti con un mazzo di papaveri…e all’improvviso il sogno, in cui tutto è “biochimicamente vero”, esperienza reale tanto per il corpo quanto per la psiche e i cui ricordi rimangono conservati nella memoria autobiografica come un qualsiasi altro evento della vita.

Sul sogno e sul sognare esiste fin dall’antichità una vasta letteratura e ritualità, testimonianza della ricerca, dell’utilizzo pratico e della grande considerazione che spontaneamente le culture di ogni parte del mondo hanno attribuito a quel fenomeno che Jung definì:

  • naturale
  • non intenzionale, esattamente come lo sono tutti gli eventi della Natura
  • non spiegabile con un psicologia dedotta dalla coscienza
  • determinato tipo di funzionamento che non dipende dalla volontà, dai desideri, intenzioni o mete dell’Io umano

Il sogno reca in sè la natura di ciò che è ignoto e imprevedibile: è evento che nasce e conduce nelle profondità infere di ciascuno di noi, è la nostra nekya quotidiana. Sia all’andata che al ritorno sigilliamo il ricordo del mondo che abbiamo appena lasciato, come le anime -nel mito platonico di Er- si abbeverano alle acque dell’oblio del fiume Lete prima di tornare ad incarnarsi. Menmosine, personificazione della memoria, è la divinità-archetipo che permette di “riconoscere” nella realtà della veglia ciò che abbiamo già visto e vissuto nella dimensione onirica.

Nella mitologia greca c’è un dio, chiamato il “conduttore di anime”, Hermes psicopompo (1), ad accompagnare e guidare in questi transiti e luoghi dell’Altrove: “In lui abbiamo il maestro dell’ingegnosità, la guida degli armenti, l’amico e l’amante delle Ninfe e delle Grazie, lo spirito della notte, del sonno e dei sogni” (W. F. Otto). Dio della rapidità di movimento, agilità della mente e facilità di parola: attraversa i confini e si sposta facilmente da un livello ad un altro.

Hermes filius noster

(1) per approfondimenti http://www.enzobarilla.eu/articoli/mercurio%20psicopompo.pdf

SITI CONSIGLIATI

Nei siti qui elencati potete trovare diverso materiale per approfondire le tematiche affrontate negli articoli del blog.

http://www.aneb.it

Sito dell’associazione nazionale di ecobiopsicologia. Nell’area pubblicazioni sono visibili ampie anteprime della rivista “Materia prima”. Nel blog del sito altri articoli ed eventi.

 

http://www.ilcerchiodellaluna.it/cl_home.htm

Sito dedicato alla luna e al femminile. La galleria delle dee offre una vasta panoramica sugli archetipi del femminile e del maschile nel mito.

 

http://onirotarologia.wordpress.com/

Blog sull’interpretazione delle immagini oniriche con gli Arcani Maggiori.

 

http://guide.supereva.it/sogni

Sito ricco di articoli e materiale molto utile per il lavoro sul sogno.

 

http://www.psicoanalisi.it/categoria/neuroscienze

Sito di psicologia e neuroscienze, in cui sono riportate le ricerche di Michel Jouvet e le teorie della micropsicanalisi sulle funzioni del sogno.

 

http://www.psicoanalisi.it/psicoanalisi/4405

Articolo “La semeiotica dell’incubo” di Pierluigi Bolmida.

 

http://www.doppio-sogno.it/numero10/ita/15.pdf http://www.webalice.it/livia.botta/scritti/SocialDreaming.pdf

Due link sulla pratica del social dreaming.

 

http://www.lescienze.it/argomento/sonno

Link del sito della rivista “Le Scienze”, traduzione italiana di Scientific American. Sono presenti numerosi articoli di neuroscienze su sonno e sogno.

 

http://www.oniros.fr/essentielvi.html

Esposizione di tecniche essenziali per l’esplorazione onirica: il sogno di incubazione, le proiezioni personali, l’induzione del sogno lucido.

 

http://www.mauroscardovelli.com/mauroblog/conosci_te_stesso.html

Le sub-personalità, l’ombra e il fenomeno delle proiezioni.

 

http://www.mauroscardovelli.com/FS/Filosofia_e_scienza/Bateson_e_Porena.html

Articolo “Bateson e il sacro” di Marco Bianciardi.

 

http://www.youtube.com/watch?v=y6YZqhhx4ZQ

“Il senso della vita”, video dell’intervista di Silvia Ronchey a James Hillman.

 

 

 

DIZIONARIO PRET-à-PORTER

 

Questo breve dizionario è utile come punto di riferimento per orientarsi nel sistema di definizione junghiano della psiche. Le informazioni sono riprese dal libro “Ecobiopsicologia: psicosomatica della complessità” di Diego Frigoli, M&B Publishing, 2004.

ANIMA: personificazione della natura femminile nell’uomo; pone l’uomo di fronte al mondo per lui insicuro dell’Eros.

ANIMUS: personificazione della natura maschile nella donna; pone la donna di fronte all’insicurezza del Logos.

ARCHETIPI:  termine utilizzato da Jung (ripreso dalle ideae principales del Corpus hermeticum e altri testi antichi) per indicare delle condizioni a priori, che precedono mondo e psiche, ordinanti le immagini a carattere arcaico proprie di tutta l’umanità. Un archetipo non è direttamente conoscibile, ma è riconoscibile da suoi effetti, come l’istinto della fame non può essere provato ma ne è visibile la manifestazione come messa in atto di comportamenti finalizzati al suo soddisfacimento.

L’archetipo è un modello, qualcosa di simile al pattern of behavior della biologia; è sempre collettivo, perchè risultante dall’esperienza comune, è sintesi di innumerevoli processi simili tra loro sperimentati dall’umanità. E’ un precipitato mnesico, risultato dell’impatto della psiche con il mondo. L’archetipo consente alla psiche di tradurre il fisico nello psichico, in altri termini gli istinti e il dominio della materia nelle immagini corrispondenti della psiche.

In definitiva gli archetipi sono strutture di funzionamento dei processi psichici, “disposizioni innate a produrre idee e motivi di fantasia affini e universali”.

J. Hillman, analista e scrittore post-junghiano, fondatore della Psicologia Archetipica, definisce gli archetipi come “i modelli più profondi del funzionamento psichico, come le radici dell’anima che governano le prospettive attraverso cui vediamo noi stessi e il mondo. Essi sono le immagini assiomatiche a cui ritornano continuamente la vita psichica e le teorie che formuliamo su di essa.” Essi possono essere raggiunti anche attraverso l’analisi dei sogni, il cui “mondo infero” ci ricollega alle “ombre universali” dell’inconscio collettivo. (fonte Wikipedia)

 

INCONSCIO COLLETTIVO:  attorno all’inconscio personale si trova l’inconscio collettivo, caratterizzato da contenuti non specifici per il nostro Io, derivati non da esperienze personali ma “dalla possibilità di funzionamento che la psiche ha ereditato, cioè dalla struttura cerebrale ereditata”. L’inconscio collettivo è più antico della coscienza e consta di contenuti che rappresentano il modo di reagire dell’umanità fin dai suoi inizi, indipendentemente da differenziazioni storiche, etniche o di altro genere – in situazioni di natura genericamente umana quali la paura, il pericolo, la lotta contro le forze superiori, le relazioni tra i sessi o tra i figli e i genitori, le figure del padre e della madre, il comportamento di fronte all’odio e all’amore, alla nascita e alla morte, la potenza dei principi dell’oscurità e della luce, ecc.”. Queste modalità che la psiche ha ereditato si ritrovano nelle trame mitologiche, nelle immagini religiose, nelle abitudini rituali, nelle esperienze collettive antropologiche, che in ogni tempo e in ogni luogo, al di là di ogni migrazione etnica rappresentano il patrimonio comune dell’umanità. L’inconscio ha poi l’importante funzione di comportarsi in modo compensatorio nel confronti della coscienza. Quest’ultima, infatti, con le sue esperienze nate da reazioni di adattamento alla realtà esterna, trova come adeguato bilanciamento una serie di reazioni inconsce nate dall’esperienza dell’umanità che, integrate ai bisogni dell’Io, rendono possibile all’uomo l’esperienza della totalità della psiche. Se ad esempio un intellettuale vede il proprio io investire esageratamente sul piano della ragione, la funzione del sentimento si imporrà automaticamente, manifestandosi di sorpresa con atteggiamenti infantili, fantasie e sogni puramente istintuali di fronte ai quali il soggetto apparirà indifeso.

Per Jung l’inconscio presenta in sè una sorta di dinamismo progettuale in quanto è visto anche come una profonda sorgente di sapienza. Quando l’uomo riesce a prendere contatto con il proprio mondo interiore, si impossessa delle immagini dell’inconscio e della loro pregnanza emotiva, che per la coscienza vengono a svolgere il ruolo di orientamento e di progetto.

INCONSCIO PERSONALE: attorno all’Io e al suo campo di coscienza Jung situa l’inconscio personale, nel quale si ritrovano tutte le “cose dimenticate, rimosse, percepite, pensate e sentite al di sotto della soglia della coscienza”. Questi contenuti sono affini a quelli che Freud denominò preconsci e inconsci, ovvero quelli si possono far emergere alla coscienza con uno sforzo di volontà e quelli che, essendo rimossi, possono essere richiamati alla coscienza con le libere associazioni.

INDIVIDUAZIONE: è il processo di realizzazione di sè, “individuarsi significa diventare un essere singolo e, intendendo noi per individualità la nostra intima, ultima, incomparabile peculiarità di diventare se stessi, di attuare il proprio Sé”. All’interno del percorso psicanalitico il percorso di individuazione verso il Sè è contrassegnato da una serie di tappe psicologiche ben cadenzate, che impongono un cammino d’integrazione delle forze psichiche evocate:

  1. tappa: conoscenza dell’Ombra
  2. tappa: incontro con le immagini dell’Animus e dell’Anima
  3. tappa: attraverso il congiungimento dell’inconscio e del conscio si raggiunge il Sè

IOparte della psiche destinata a permettere il nostro adattamento alla realtà esterna. Jung definisce l’Io come un “complesso di rappresentazioni che costituisce il campo della mia coscienza e che mi sembra possedere un alto grado di continuità e di identità con se stesso”.

OMBRA: è l’altra parte oscura di noi stessi, che sebbene invisibile fa parte della nostra totalità. L’ombra è una figura archetipica, che corrisponde alla presa di coscienza di tutte le qualità nascoste della propria personalità. Jung ne distingue due diverse forme: quella personale e quella collettiva. La prima è collegata alle vicissitudini storiche della nostra personalità, mentre la seconda corrisponde a quei lati oscuri presenti in tutta l’umanità, e che possono essere legati allo spirito del tempo, come ad esempio un certo egoismo proprio dell’epoca oppure una certa fiducia generica nella tecnologia e nella scienza, propria dell’età moderna. Conoscere l’Ombra significa recuperare le proprie proiezioni, non soltanto individuali ma anche collettive, con il risultato di non sentirsi più estraniati dalla vita ma partecipi ad essa, anche se i difetti del mondo sono stati scoperti come difetti personali.

PROIEZIONE: meccanismo arcaico e primitivo che consiste nello spostare sentimenti o caratteristiche proprie, o parti del Sè, su altre persone od oggetti.

  • una proiezione è espressione di una tendenza inconscia ancora irrealizzata, vista nell’immagine di un oggetto o di una persona esterna, che per il sognatore la rappresenta in modo particolarmente adeguato (ad es. il sentimento dell’odio può essere proiettato su un serpente velenoso). Nella vita da svegli la proiezione è caratterizzata da un’intensa carica affettiva e da una particolare reattività nei confronti dell’oggetto o della persona.

PSICHEcomprende l’insieme di tutti i processi psichici sia consci che inconsci; la nostra coscienza non costituisce che una piccolissima parte della psiche totale. Può essere paragonata a una piccola isoletta attorno al quale vi sta il mare immenso dell’inconscio e al centro di quest’isola si può situare ciò che chiamiamo l’Io.

SE’: la nascita del Sè è resa possibile dal congiungimento tra conscio e inconscio, ed è punto centrale ed equilibrante le forze della psiche. Si pone come entità autonoma rispetto all’Io: è sovrapersonale perchè meno egocentrico dell’Io e offrendo ad esso una visione del mondo non più limitata alle categorie spazio-temporali ordinarie, finisce per amplificare la coscienza dell’Io nella direzione della propria universalità, il Sè. “Rappresentando una complexio oppositorum, una sintesi degli opposti, esso può apparire anche come una diade unificata, quale per esempio il Tao, fusione della forza yang e della forza yin”. Il Sè rappresenta in ultima sintesi la capacità di unire l’inconscio al conscio realizzando praticamente l’ unione di queste due realtà. Come “centro” della vita psichica il Sè si caratterizza per la capacità di non sfuggire più agli istinti e alle emozioni, perchè si è riconosciuto che tali “forze” della vita altro non sono che i simboli specifici del processo del divenire. Approfondendo la conoscenza del Sè, anche la coscienza dell’Io subisce una salutare amplificazione, che spesso si manifesta in un atteggiamento di evoluzione spirituale della personalità. Il divenire Sè è dunque più di ogni altra cosa, una via per dare senso all’esistenza, per formare il carattere e per acquisire una visione del mondo non più limitata alla propria esistenza personale. Modificando l’immagine che l’uomo si crea del mondo, egli finisce per modificare se stesso secondo una prospettiva più universale, meno dominata dai vissuti individuali.

SISTEMA PSICHICO: modello dinamico di immagini e rappresentazioni in costante movimento regolate dal sistema assiale degli archetipi, presente nella zona del’inconscio collettivo. Gli archetipi sono in grado di orientare le immagini secondo un significato non soltanto individuale ma anche genericamente umano. Quando esiste armonia tra conscio e inconscio la personalità si presenta equilibrata, mentre se vi è discordanza possono subentrare vari sintomi psichici o fisici.

 

ESERCIZI per INCREMENTARE la MEMORIA ONIRICA

Per incrementare la memoria onirica come capacità di ritenere informazioni sono molto utili alcuni esercizi che vanno eseguiti da svegli:

  • Sia che siate in un posto noto sia in un luogo mai visto, osservate molto bene attorno a voi gli elementi che compongono lo scenario, prima globalmente poi nel dettaglio. Quindi chiudete gli occhi e ricostruite l’ambientazione. Provateci più volte finchè non sia stata raggiunta una buona visualizzazione. Allenandovi almeno una volta al giorno per 5-10 minuti con quest’esercizio vi abituerete a ricostruire mentalmente anche le immagini oniriche, con sempre maggior precisione.
  • Un secondo esercizio riguarda il cambiare (quando possibile) i percorsi soliti che tutti i giorni fate per raggiungere il luogo di lavoro, l’università o un locale: cercate strade laterali e alternative e mentre camminate osservate attentamente tutto ciò che vi circonda. Fermatevi a guardare un particolare che attiri il vostro interesse, ad esempio i capitelli di una colonna, un affresco sul muro, un portone semiaperto che dà su un giardino o cortile interno; ascoltate anche solo per pochi secondi la musica che proviene da una finestra. O qualsiasi altra cosa vi susciti curiosità. Cercate attorno a voi qualcosa su cui soffermarvi. Questo modo di guardare riapplicatelo poi anche ai percorsi ordinari, riscoprendoli nei dettagli.
  •  Altro esercizio consigliato è quello di ripercorrere a ritroso la giornata, invertendo il ritmo del tempo (pensando alle scene come un film che scorre al contrario), in teoria fino al momento del risveglio o fin dove si riesce ad arrivare. Per chi fa fatica ad addormentarsi è un ottimo modo per crollare.

Ogni pratica che richiede un’attenzione visiva e per il dettaglio e la spazialità, risulterà molto utile per ricordare i sogni in maniera più particolareggiata.

Un effetto non secondario degli esercizi scritti sopra è la possibilità che trasferiate in sogno questo particolare modo di osservare la realtà: spesso il comportamento onirico si modella su quello diurno. Per chi desidera esercitarsi nella pratica del sogno lucido allenare tanto l’attenzione da svegli aiuta a notare le “incongruenze” oniriche e a svegliarsi all’interno del sogno.

ISTRUZIONI su come SVEGLIARSI al MATTINO

Il risveglio è il momento cruciale in cui, nell’arco di pochi minuti, abbiamo la possibilità di ripercorrere le immagini appena vissute, in un rapidissimo passaggio tra l’esperienza e il suo ricordo. Imparare a ricordarsi i sogni richiede pazienza, fiducia e grande costanza, poiché implica l’acquisizione di una abilità nuova, quindi allenamento.

“Dopo cinque minuti dal risveglio, metà dei nostri sogni vengono dimenticati. Dopo 10 minuti, il 90% di nostri sogni svanisce dalla nostra mente.” (1)

E’ un tempo in cui è necessario non lottare con il tempo: un sogno non si stringe tra le mani, ma lo si accoglie. Il Vuoto del Cuore è lo spazio in cui si manifesta.

Quando vi rendete conto di essere svegli richiudete gli occhi e cercate di mantenere la stessa posizione: rilassatevi e non anticipate mentalmente la giornata. Attendete che le immagini si presentino spontaneamente.

Una volta che iniziano a riaffiorare i contenuti è molto probabile che riusciate a ricostruire per buona parte il sogno andando a ritroso: la domanda da porsi è “prima di questa scena cosa è successo?”. Se siete inclini a riaddormentarvi in fretta provate a mettere la sveglia 20 minuti prima di quando siete soliti alzarvi: facendola suonare dopo 10 minuti, provocando risvegli intermedi, è possibile sognare ancora e conservare un ricordo estremamente nitido dell’esperienza.

Ripercorrete i sogni, uno ad uno, fino ad averli memorizzati per poi trascriverli. Se iniziate subito a scrivere rischiate di perdere gli altri, perché vorrebbe dire che avete aperto gli occhi, vi siete messi seduti e avete focalizzato l’attenzione solo su quel sogno. I primi giorni potete provare a scrivere subito il primo che vi ricordate, ma con il passare del tempo abituatevi a ripercorrerli tutti e poi, in un secondo momento, a scriverli. Non esiste una media numerica, ma in linea di massima potete ricordarvi anche tre o più sogni ogni mattina. Se di notte vi svegliate fate la stessa operazione che fareste al risveglio e poi annotate sul diario. I sogni nel cuore della notte tendono ad essere particolarmente intensi e significativi.

 

(1) http://www.leggoilsito.info/le-14-curiosita-interessanti-sui-sogni-che-nessuno-ti-ha-mai-detto/

 

IL DIARIO ONIRICO

Acquistate -o assemblate da soli- un taccuino da destinare a “custode della vita onirica”, personalizzandolo come preferite. Tenere un diario è il primo passo da compiere per lavorare con i propri sogni, il modo migliore per continuare a farlo e il metodo più efficace per incrementare la memoria onirica. E’ importante farne uso con regolarità e anche annotare i sogni in una certa forma. A fine giornata -prima di andare a dormire- va riportato qualche appunto sugli eventi vissuti durante il giorno, i pensieri e gli stati d’animo che abbiano una valenza emotivo/affettiva, sia di interesse che di rifiuto. I fenomeni di sincronicità (1), altrettanto significativi, sono da segnalare e tenere in considerazione. Tutto questo lavoro di raccolta e attenzione sui fatti del giorno rende più semplice seguire il filo d’Arianna che conduce alla nascita di un sogno: la sua storia infatti inizia quasi sempre nel giorno precedente, e il suo contenuto ci informa anche sul giorno che verrà, relativamente a possibili eventi, stati d’animo, gesti e scelte che faremo.

 

UN LAVORO QUOTIDIANO

Il diario onirico è lo spazio di raccolta della preziosa biografia notturna e di per sé simbolo visivo dell’intento di ricordarsi ciò che si è sognato. Ogni volta che il sogno viene scritto non solo rimane una traccia storica ripercorribile, ma lo stesso ricordo è maggiormente memorizzato: ciò permette di recuperare le immagini nel tempo, associandole o comparandole con quelle di sogni ed eventi reali successivi di settimane o mesi. E’ necessario lavorare quotidianamente sul materiale onirico, corredando il sogno di riflessioni, associazioni e idee che ci suscita: sia per trovare legami di senso con il presente, sia perchè a volte è solo in retrospettiva che sarà possibile vedere più chiaramente il suo significato profondo. In alcuni casi possono trascorrere mesi se non anni, ma quando il sogno è finalmente compreso il suo effetto ristrutturante sulla psiche è prodigioso: è come un salto che la coscienza compie al di là del proprio orizzonte, un pezzo del puzzle della vita che si sistema al suo posto.

 

LE IMMAGINI  e le SENSAZIONI dei SOGNI

Il diario va scritto ogni mattina, con data del giorno: la narrazione va riportata al tempo presente -anche quando lo si racconta a qualcuno- poichè è di aiuto per rivedersi nelle scene. Il sogno dev’essere scritto di getto, subito dopo il risveglio, senza forzare passaggi che non si ricordano; una volta segnati tutti i sogni va dato loro un titolo, che porti in sè gli indizi dell’intera trama, che sia propriamente rappresentativo di ciò che vi accade.

Se capita di non ricordarsi nulla è comunque molto importante riportare nel diario le sensazioni al risveglio: la chiave di volta per comprendere le proprie produzioni oniriche è sapersi osservare. Nel tempo risulterà naturale e immediato anche riconoscere in alcuni simboli o immagini tipiche le proprie condizioni fisiche, dato che tendiamo a codificarle e riutilizzarle al bisogno.

I sogni di cui si ha una ricostruzione “completa”, nel senso che costituiscono un’unità di senso, vanno rivisti secondo la struttura drammatica del sogno (v. scheda http://ilsognodipsiche.altervista.org/la-struttura-drammatica-del-sogno-2/) e poi riassunti. Una volta estratto il significato e trovato l’ambito esistenziale di riferimento (v. scheda http://ilsognodipsiche.altervista.org/inventario-personale/ ), il sogno andrà analizzato rispetto alle indicazioni che può fornire e che si possono applicare nella realtà.

Se ciò che rimane al risveglio sono immagini frammentarie, lavoreremo ugualmente con il materiale che esse ci mostrano: le emozioni suscitate, i collegamenti nell’archivio della memoria, le connessioni con il presente.

 

IL TEATRO del SOGNO

E’ importante non forzare tra loro i nessi causali delle immagini oniriche: il sogno è come un moderno spettacolo teatrale, vi si svolgono contemporaneamente più scene. Andate e ritorni di prospettiva, metamorfosi di persone e luoghi, passaggi dal giorno alla notte come luci di scena che si spengono: questa “multilocalità” o coesistenza di piani d’azione è tipica dell’onirico. E’ la lingua dell’Anima che disegna connessioni tra immagini e significati apparentemente distanti, a volte insospettabili, eppure così sentite, così efficaci nel rappresentare i suoi moti; il suo danzare tra le forme -in un percorso che le abbraccia senza soluzione di continuità- è privo di quegli strattoni che subisce la coscienza nel confronto con l’alterità e il polimorfismo che pur le appartiene.

Nell’onirico la relazione tra i diversi Io che ci costituiscono è manifesta, è dialogante; se da svegli uno di questi Io tende all’assolutismo la stessa relazione è latente, soffocata e sofferta. Ecco perchè nel sogno siamo all’improvviso l’altro, colui che ci stava di fronte, o ci vediamo dall’esterno, mentre un attimo prima eravamo “dentro” di noi:

“In ognuno di noi vi è un altro, che noi non conosciamo e che ci parla attraverso il sogno, comunicandoci come egli veda diversamente da come ci vediamo noi. Per questo motivo, se ci troviamo in una condizione difficile e senza uscita, l’estraneo, l’altro, può talora fornirci una luce, che sarà meglio in grado di modificare radicalmente il nostro atteggiamento.” C. G. Jung

Sempre C. G. Jung sostiene che il sogno è “teatro in cui chi sogna è scena, attore, suggeritore, regista, autore, pubblico e critico insieme nel quale le figure del sogno sono tratti personificati della personalità di chi sogna.”

 

LA “CAPACITA’ NEGATIVA” di John Keats

Il materiale psichico non può essere trattato secondo i principi di linearità e di causa-effetto: non può essere spiegato o riprodotto, ma solo sperimentato nei suoi effetti. Rimaniamo tanto disarmati di fronte alle bizzarrie oniriche, di fronte agli interrogativi che aprono. L’incongruenza che troviamo nel sogno rispetto a ciò che pensiamo da svegli è un segnale della psiche che denuncia “é in corso un eccesso dell’Io diurno!”. Questo estremismo necessita di una sintesi degli opposti, per non ammalarsi di unilateralità: il simbolo fa da ponte tra inconscio e coscienza, mediando attraverso un mimetismo che permette la transizione del contenuto.

Lavorare con i sogni nel tempo aiuta a sviluppare e consolidare un “atteggiamento mentale che può accettare, lavorare e giocare con il dubbio e l’esperienza del perturbante, dell’ignoto e dell’infinito” (da Social Dreaming di G. Lawrence), la cosiddetta “capacità negativa” di John Keats (2). La possibilità di tollerare la frustrazione grazie al fatto che il significato può essere alla fine trovato, riduce la nostra ansia di controllo e l’attitudine a “prevenire” la realtà (o a pretendere di decidere come debba essere). Nel sogno la manipolazione cessa e viene rivelata “la situazione così com’è”: le maschere si sgretolano, nuova energia psichica viene sprigionata per operare la trasformazione verso un livello superiore di complessità e libertà.

 

SOGNI OLTRECONFINE

Esistono diversi tipi di sogni e di alcuni di questi il significato non è rintracciabile né nel giorno precedente né in quelli successivi. Sono sogni che iscriveremo nella categoria di sogni didattici, sogni metafisici o sogni predittivi a seconda del loro contenuto. Un’ultima categoria è quella dei sogni astrologici, collegati ai transiti planetari di una certa importanza sul tema natale. Alcuni sogni inoltre risultano essere tipici della posizione della Luna in un determinato segno.

 

(1) Sincronicità: termine introdotto dallo psicologo Carl Gustav Jung nel 1950 per descrivere la contemporaneità di due eventi connessi in maniera a-causale. Coincidenza di due o più eventi atemporali, quindi non sincroni, legati da un rapporto di analogo contenuto significativo.

(2) “Quando l’uomo è capace di stare nelle incertezze, nei Misteri, nei dubbi senza essere impaziente di pervenire a fatti e a ragioni” (John Keats 1917).

SOGNARE: il SISTEMA DIGESTIVO del CERVELLO (seconda parte)

Dall’articolo “La scienza dei sogni” in “Mente & Cervello” n. 83, novembre 2011:

“I ricercatori italiani hanno anche usato le più recenti tecniche di imaging cerebrale per indagare sul rapporto tra i sogni e il ruolo delle strutture cerebrali profonde. In questo esperimento i ricercatori hanno scoperto che i sogni più vividi, bizzarri ed emotivamente intensi (cioè quelli che in genere si ricordano) sono collegati all’amigdala e all’ippocampo. Mentre l’amigdala ha un ruolo di primo piano nell’elaborazione e nel ricordo delle reazioni emotive (1), l’ippocampo è coinvolto in importanti funzioni mnemoniche, come il consolidamento delle informazioni dalla memoria a breve termine a quella a lungo termine. L’ipotesi di un legame tra i sogni ed emozioni emerge anche da uno studio pubblicato da poco da Matthew Walker e colleghi dell’Università della California a Berkley, i quali hanno scoperto che una riduzione del sonno REM (e quindi dei sogni) influisce sulla capacità di comprendere le emozioni complesse durante il giorno. (…)

Nel loro insieme, queste recenti scoperte raccontano una storia importante sui meccanismi sottostanti ai sogni e sul loro possibile scopo. A quanto sembra i sogni ci aiutano ad elaborare le emozioni codificandole e costruendone la memoria. Ciò che vediamo e proviamo nei nostri sogni non è necessariamente reale, ma lo sono le emozioni legate a quell’esperienza.

Essenzialmente, le nostre storie oniriche cercano di spogliare l’emozione da una determinata esperienza creandone una memoria. In questo modo, l’emozione stessa non è più attiva (2). Si tratta di un meccanismo importante, perchè quando non elaboriamo le emozioni, specialmente quelle negative, crescono i nostri livelli di preoccupazione e ansia. E difatti importanti privazioni di sonno REM sono collegate sempre più spesso ai disordini mentali (3). In pratica i sogni aiutano a regolare il traffico sul fragile ponte che unisce le nostre emozioni e i nostri ricordi”.

Articolo di Sander van der Linden.

 

I sogni assolvono a tutte le funzioni cui sono preposti anche se non vengono ricordati: la notte è una specie di “officina di auto-riparazione”, dal punto di vista sia fisico (4) che psicologico.

Gli incubi, i sogni ricorrenti a carattere angosciante e le allucinazioni ipnagogiche e ipnopompiche, sono segnali che richiamano la nostra attenzione e comunicano la necessità di “fermare il mondo” (C. Castaneda): uno o -generalmente- più comportamenti emotivi e cognitivi rivelano in questo modo un carattere disfunzionale e riconoscere la criticità in corso può essere utile per non appaltare ulteriormente il disagio sul corpo, attraverso un sintomo.

Il sogno è una rendicontazione dei processi interiori, in cui ogni particolare viene esaminato e messo in ordine con scrupolosa meticolosità, con chirurgica precisione. E’ una discesa che offre all’Io diurno la possibilità di attingere ad una grande forza trasformativa, che conduce dalla conoscenza alla consapevolezza di sè.

 

 

(1) dal box “Passioni cerebrali” nell’articolo “Che cos’è un’emozione” di David Sender in Mente & Cervello n. 109 gennaio 2014:

Nelle neuroscienze affettive si considera spesso l’amigdala come un elemento centrale del cervello emozionale. Sulla sua funzione però ci sono molti contrasti. (…) Altre ricerche infine hanno condotto a riconsiderare il ruolo dell’amigdala, che sarebbe cruciale per valutare la pertinenza affettiva di un evento. Questo approccio, più attuale, conforterebbe le teorie della valutazione cognitiva, secondo le quali solo gli eventi pertinenti sono suscettibili di attivare un’emozione. Così la reazione dell’amigdala in occasione del presentarsi di uno stimolo potenzialmente pericoloso potrebbe spiegarsi con il fatto che stimoli del genere vengono valutati come particolarmente pertinenti, in particolare per la sopravvivenza, e più in generale per il benessere dell’individuo“.

(2) potremmo dire non più “in circolo o dislocata”, che è stata dunque “digerita”

(3) per approfondimento: http://www.psicoanalisi.it/neuroscienze/3951

(4) http://www.lescienze.it/news/2013/10/18/news/sonno_cervello_scorie_tossice_sistema_glinfatico-1852993/

SOGNARE: il SISTEMA DIGESTIVO del CERVELLO (prima parte)

Feuerbach affermava che “siamo ciò che mangiamo”, intendendo con questo che gli alimenti che ingeriamo sono utilizzati dall’organismo per costruire e rinnovare se stesso. La qualità del cibo esprime dunque il nostro successivo grado di salute. Lo stesso vale per il “cibo psichico” di cui ci nutriamo quotidianamente: ciò che pensiamo, come interpretiamo noi stessi e il mondo, le relazioni con gli altri, le immagini, i suoni e le idee che incorporiamo in noi “solo” facendone esperienza. Tutto questo materiale, al pari del cibo fisico, passa attraverso un processo di digestione, scomposizione, assimilazione e scarto: ciò che è utile alla nostra crescita è trattenuto, ciò che non occorre è rilasciato. E poichè ci rinnova, noi ne assumiamo la qualità e ne siamo in-formati.

Il sogno si può definire proprio come processo di “digestione” delle esperienze (Meltzer), i cui nutrienti che andranno a costituirci sono il significato che le attraversano, ciò che da esse impariamo e come utilizzeremo queste informazioni nel breve e lungo termine.

Rubin Naiman, psicologo clinico specializzato della University of Arizona, definisce il cervello come un secondo intestino: “Di notte il cervello ingoia metaforicamente, digerisce e setaccia le informazioni e, proprio come l’intestino, elimina. (…) Ciò che il cervello mantiene diventa parte di ciò che siamo. (…) Sognare è il sistema digestivo del cervello.”(http://www.huffingtonpost.it/2014/02/25/9-cose-non-sai-sogni_n_4853320.html)

La vita consta di scambi e relazioni continue con l’ambiente fisico e sociale che abitiamo: ogni giorno interagiamo con un esorbitante numero di stimoli e facciamo del nostro meglio per adattarci alle circostanze, che variano continuamente. L’organismo ha come priorità assoluta la sopravvivenza e gestisce la maggior parte delle attività in modo autonomo: temperatura, respirazione, digestione, pressione sanguigna e altre funzioni vitali. Allo stesso tempo l’apparato psichico si occupa di regolare la vita emotiva, affettiva e cognitiva dell’individuo, monitorando, auto-correggendo, registrando le esperienze. E tentando di risolvere ogni evento che non sia stato “digerito” nella veglia attraverso la rielaborazione onirica.

Non sempre siamo coscienti degli effetti provocati dal protrarsi di una situazione stressante o di erronee abitudini di vita. L’adattamento può essere così automatico e implicito da “silenziare” gli iniziali effetti dello stress: una volta superata la soglia di tolleranza, segnali come ansia, disturbi del sonno e sintomi psicosomatici di diverso tipo, entrano in scena per comunicarci che c’è qualcosa che non funziona. In linea di massima la nostra risposta è ignorare queste manifestazioni, per poter continuare “a tirare avanti”. Ecco che inevitabilmente la capacità di adattarsi diminuisce, le difese immunitarie si abbassano e le forze per far fronte alla realtà si deteriorano. C’è una legge biologica che ci dice che ogni tipo di stressor che raggiunga un certo grado di pericolosità nell’economia esistenziale della persona, crea una tensione/ resistenza: questa a sua volta si risolve fisiologicamente in un’azione a carattere aggressivo o difensivo ( FFR Fight or Flight Response). Se questo naturale meccanismo di risposta viene inibito e le tensioni si accumulano, lo stress si cronicizza e l’organismo inizia ad ammalarsi. Secondo il modello neurofisiologico di Henry Laborit “i disturbi emotivi e/o psicosomatici derivano da un’inibizione all’azione prolungata nel tempo, che blocca il normale funzionamento di alternanza tra sistema simpatico e parasimpatico”. Per approfondimento: http://www.sistemica.org/inibiz.html.

Se nella veglia non abbiamo potuto “nè attaccare nè fuggire” (a fronte di uno stressor di una certa entità), per risolvere l’emozione cristallizzata nella mancata risposta arriva il lavoro del sogno. Secondo la micropsicoanalisi (1), il sogno gioca il ruolo di “valvola di sicurezza”, e viene definito come “un meccanismo fisiologico di smaltimento delle tensioni secondo modalità di scarica ottimizzate nella filogenesi. (…) Quando l’accumulo traumatico (inteso come effetto deformante di fattori endogeni ed esogeni) è sovrabbondante, la fisiologia del sogno non è più sufficiente a realizzare la scarica tensionale ed emerge il sintomo patologico”.

Ogni significativo accumulo emotivo non risolto nello stato di veglia, sarà investito dal “pensare onirico” con un’alta quota di energia, con il fine di integrarlo e organizzarlo nel sistema psicosoma.

(continua…)

 

(1) http://www.psicoanalisi.it/psicoanalisi/2411#.VD7d0LCsWYk

 

 

 

FILMOGRAFIA ONIRICA

Per chi vuole frequentare il mondo dei sogni e conoscerne meglio il linguaggio e le manifestazioni, per chi vuole ampliare il proprio stile onirico e osservare altri modi di sognare, la bibliografia e la filmografia sul sogno -ad occhi aperti e quello propriamente detto- rappresentano il cibo migliore di cui si possa nutrire…e sui cui lavorare ad occhi chiusi.

 

“Waking life” di Richard Linklater, 2001

“Inception” di Christopher Nolan, 2010

“The cave of forgotten dreams” documentario di Werner Herzog, 2010

“L’ultima tentazione di Cristo” di Martin Scorsese, 1988

“Valzer con Bashir” di Ari Folman, 2009

“Bunuel e la Tavola di Re Salomone” di Carlos Saura Atarés, 2001

“Big Fish. Le storie di una vita incredibile” di Tim Burton, 2003

“Arizona dream” di Emir Kusturica, 1993

“Al di là dei sogni” di Vincent Ward, 1998

“Il labirinto del Fauno” di Guillermo del Toro, 2006

“Parnassus. L’uomo che voleva ingannare il diavolo” di Terry Gilliam, 2009 

“Dead man” di Jim Jarmusch, 1995

“Otto e mezzo” di Federico Fellini, 1963

“Il settimo sigillo” di Ingmar Bergman, 1957

“La città incantata”, “La principessa Mononoke”, “Il castello errante di Howl” animazione, di Hayao Miyazaki

“Matrix” di Lana e Andy Wachowski, 1999

“Nel paese delle creature selvagge” di Spike Jonze, 2009

“Labirinth. Dove tutto è possibile” di Jim Henson, 1986

“Apri gli occhi” e “Mare dentro” di Alejandro Amenabàr

“Paprika. Sognando un sogno” animazione, di Satoshi Kon, 2006

“Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie” animazione, di C. Geronimi, H. Luske, W. Jackson, 1951

“L’arte del sogno” di Michel Gondry, 2006

“Fight Club” di David Fincher, 1999

“La grande bellezza” di Paolo Sorrentino, 2013

“Divergent” di Neil Burger, 2014

 

 

 

BIBLIOGRAFIA ONIRICA

Qui è esposta una bibliografia che non include testi di specifiche scuole o correnti di pensiero (tranne quelli segnalati con *, ad indirizzo junghiano), ma piuttosto i titoli dei libri che trattano dei sogni e del sognare, della loro storia e delle loro funzioni, rivolti ai “non addetti ai lavori”: per familiarizzare immergendosi in una cultura che dai più è stata dimenticata, ma che frequentiamo ogni notte per circa sei anni della nostra vita e da cui possiamo imparare molto di più di quanto non siamo abituati a credere o ritenere possibile.

I primi libri citati sono i più indicati per chi inizia a lavorare con i sogni.

“Ricordare i sogni. Istruzioni per l’uso” di Gassmann Christoph, Ed. Magi

“Il linguaggio dei sogni. Comprendere i sogni per incontrare se stessi” di Stefano De Camillis, Ed. Magi

“Sogni maestri. Indicazioni oniriche sulla strada della vita” di Ingrid Riedel, Ed. Magi (*)

“Breve storia del sogno” di Mauro Mancia, Marsilio Editore

“I Sogni. Risposte di oggi alle domande di domani” di Edgar Cayce-Mark Thurston, Ed. Mediterranee

“Il libro dei sogni” di Sinesio di Cirene, ed. Archinto

“L’arte di vivere i sogni” di T. Peisel, D. Tuccillo, J. Zeizel, Ed. Sperling & Kupfer

“Dimmi come sogni” di G. Bruno Bara, Ed. Mondadori

“Sogni. La lingua misteriosa dell’inconscio” di Verena Kast, Red Edizioni (*)

“Il compagno dell’anima” di G. Guidorizzi, Raffaello Cortina Editore

“Sogni ed evoluzione. Il mondo onirico tra Karma e Destino” di Paolo Crimaldi, Ed. Spazio Interiore

“Il mondo dei sogni. Alla scoperta di ciò che veramente siamo” di M. L. Von Franz, Red edizioni (*)

“Alle porte dei sogni” di M. Bettini, Ed. Sellerio

“Il sonno. La parte migliore della vita” di R. Dahlke, Ed. Mediterranee

“Il sognatore lucido” di M. Godwin, Ed. Corbaccio

“Social dreaming” di G. Lawrence, Ed. Borla

“Il corpo che sogna. La scienza del dreambody” di A. Mindell, Red edizioni

“Una nuova interpretazione dei sogni” di Tobie Nathan, Raffaello Cortina Editore

“Il linguaggio dei sogni. Simboli e interpretazioni” di E. C. Whitmont e S. B. Perera, Editrice Astrolabio (*)

“I sogni in analisi” a cura di N. Schwart-Salant e M. Stein, Edizioni Magi (*)

“La morte e i sogni” di M. L. Von Franz, Ed. Bollati Boringhieri (*)

“Il sogno e il mondo infero” di James Hillman, Ed. Adelphi

“Animali del sogno” di J. Hillman, Raffaello Cortina Editore

“Il sogno” di Michel Foucault, Raffaello Cortina Editore

“I sogni. Cosa ci vogliono comunicare?” Quaderni di Flensburg, Ed. Novalis

“Lo yoga tibetano del sogno e del sonno” di I. W. Rimpoche, Ed. Ubaldini

“Il sonno, il sogno , la morte” Dalai Lama, Ed. Beat

“Le sorgenti intrecciate dei sogni” di U. Barcaro, Ed. Franco Angeli, 2014

“Sogni celebri e bizzarri. Indagine sulla bizzarria onirica tra storia ed evoluzionismo” di M. Paoli, Ed. Franco Angeli, 2015

“Dove hai la testa? Avventure nella ruota della coscienza” di J. Warren, Ed. Apogeo, 2009

“A scuola dallo stregone. Una via yaqui alla conoscenza”, “Una realtà separata” e “Viaggio ad Ixtlan. Le lezioni di Don Juan” e altri di C. Castaneda, Ed. Astrolabio (da leggere nell’ordine indicato)

 

Due testi consigliati per quanto riguarda i simboli e loro significato nelle diverse culture:

“Il dizionario dei simboli” di J. Chevalier e A. Gheerbrandt, ed. Bur

“Il libro dei simboli” Aa. Vv,  ed. Taschen

 

I seguenti testi sono di approfondimento sulla relazione tra sogni e medicina:

“Sulla dieta” di Ippocrate

il pdf sui sogni in Medicina Tradizionale Cinese http://it.blog.lefayresorts.com/wp-content/uploads/2012/03/I_sogni_in_medicina_cinese.pdf

“Omeopatia e interpretazione dei sogni”  di Ghiggini Roberta, Ed. Xenia

“Illusioni, sogni e deliri in omeopatia”  di Zalman Bronfman, Ed. Salus Infirmorum

“Sogni e salute. Dal mondo onirico i primi segnali di disturbi e malattie” di E. Minelli e N. Vozzella, Ed. Red

“Il sonno e i sogni in Medicina Cinese” Le lezioni di Jeffrey Yuen, vol. XVIII, a cura di E. Simongini e L. Bultrini, Ed. Xin Shu

“Agopuntura per l’insonnia. Sonno e sogni in Medicina Cinese” di Hamid Montakab, Casa Editrice Ambrosiana

 

 

FUNZIONE SOCIALE del SOGNO: Tobie Nathan e W. Gordon Lawrence

La storia del sogno e del sognare affonda le sue radici nell’antichità più remota: nelle cosmogonie di diverse culture il sogno è la dimensione da cui si sviluppa la vita pulsante, l’universo, il pianeta e tutte le forme viventi. L’idea stessa del mondo e la sua manifestazione origina da un grande Sogno, e il mito e il rito sono la narrazione cantata e la gestualità che ne garantiscono il rinnovamento periodico, attraverso la celebrazione dell’Inizio. Ciò che permette l’esistere nel tempo di una cultura è la memoria storica (relativa al mito di creazione) e la consegna e condivisione di quelle “tecnologie del sacro” che dalla notte dei tempi accompagnano l’essere umano: “le danze, i canti-preghiere, le tecniche di respirazione, il viaggio sciamanico come ricerca della visione, l’uso terapeutico delle piante, i sistemi oracolari, il digiuno, il silenzio, il rito dell’incubazione onirica e via dicendo” (P. Lattuada). Le pratiche sono mirate tanto alla conservazione di un ordine primigenio considerato come stato armonico, quanto rivolte alla ri-acquisizione di salute, nel momento in cui l’individuo o la collettività abbiano in qualche modo mancato al rispetto delle regole “di convivenza” con lo spirito del luogo, gli avi, gli dei…in sostanza con la Vita stessa, simbolicamente rappresentata da l’una o l’altra “entità”.

Per tale ragione il sogno, come spazio-tempo che attualizza l’incontro tra l’essere umano e l’Alterità sacra da cui discende e di cui è emanazione, è via di conoscenza aurea, di indispensabile intelligibilità dell’ordine e struttura cosmica: è ritorno al punto zero da cui ogni realtà viene creata e rinasce nuovamente, spazio di elaborazione di ciò che diviene manifesto.

In termini contemporanei due autori riprendono e ribadiscono il concetto della dimensione conoscitiva del sogno in seno non solo ai processi personali, ma anche a quelli collettivi e transpersonali: riporto gli estratti dai seguenti testi “La nuova interpretazione dei sogni” di Tobie Nathan, Raffaello Cortina Editore (2011) e “Social dreaming. La funzione sociale del sogno” di W.Gordon Lawerence, Edizioni Borla (2010).

Tobie Nathan, una delle grandi figure dell’etnopsichiatria contemporanea, antropologo e psicanalista francese scrive:

“Georges Devereux, che ha lungamente studiato la cultura degli indiani mohave della California, racconta che essi erano convinti che le malattie fossero prestabilite al momento della creazione del mondo, quando era stato introdotto almeno un caso reale di tutte le malattie che sarebbero in seguito esistite e almeno un esempio di guarigione di ognuna di esse. Così l’autentica malattia di un indiano mohave non è che un frammento del mito della creazione nel quale compare questa medicina. Quando il guaritore -chiamato anche “uomo-medicina” (medicine man) o, ancora, “sciamano” nella letteratura etnologica- inizia a curare una certa malattia è necessariamente perchè ha assistito in sogno alla sua creazione e ha dunque potuto “vedere” i dettagli del suo trattamento. Se esistono malattie che nessuno sciamano conosce, è perchè il frammento del mito della creazione che la riguarda non è ancora stato rivelato.

Così quando le armi da fuoco fecero la loro comparsa e inflissero ferite per mezzo delle pallottole, uno sciamano subito sognò di essere stato testimone della fase di creazione del mondo relativa all’evento primario, prototipo e precedente di ogni ferita da arma da fuoco e della sua guarigione“.(Le réves pathogènes dans les sociétés non occidentales, p. 195).

Ritroviamo un concetto quasi identico nello Zohar, in cui è scritto:

Non esiste alcun avvenimento al mondo che, prima di accadere, non sia stato annunciato in sogno. Poiché ci è stato insegnato che prima che qualcosa accada, questa è stata annunciata nel firmamento, da cui essa si propaga nel mondo ed è trasmessa da un messaggero“. (Zohar, 183a)

Dal suo quotidiano viaggio nel mondo del sogno l’anima avrà l’opportunità di riportare nuove conoscenze, che potrebbero rivelarsi fondamentali per la vita in stato di veglia e persino per quella sociale, come nell’esempio appena citato. Il sogno non è assolutamente una costruzione immaginaria: è fondamentalmente un’esperienza reale, anche se ne è protagonista solo l’anima. Il mondo in cui essa si aggira esiste realmente, benché sia accessibile agli umani esclusivamente durante il sogno. La vita in stato di veglia è chiusa, confinata entro perimetri conosciuti, il sogno attraversa altri spazi, forse ignoti, ma comunque inerenti agli umani.”

W. Gordon Lawrence, ricercatore dello staff scientifico del settore Relazioni Umane del Tavistock Institute, rintraccia nella condivisione dei sogni in gruppo (Matrice di Sogno Sociale) la grande opportunità di “usare i sogni come qualcosa che informa la nostra vita quotidiana in modo più sistematico di quanto non sia accaduto finora”. Il potere del sogno di svelare, chiarire (e predire) realtà sociali e politiche rientra nelle sue funzioni di orientare l’essere umano nella complessità della Vita interiore e collettiva. L’autore scrive: “Potremmo dire che i sogni sono stati una caratteristica della vita umana fin dal momento in cui l’uomo è apparso nel mondo attraverso il processo di evoluzione, e la mia convinzione è che sognare/lavorare sul sogno è essenziale per il processo di evoluzione. (…) Sognare è l’espressione della spinta simbiotica della psiche ad essere in un mutuo spazio di co-esistenza con il suo eco-spazio, ovvero il suo ambiente.(…) La mia ipotesi di lavoro è che i cianobatteri, e i successivi batteri, erano coinvolti in una forma di “proto-sogno” come metodo per elaborare l’informazione. Tutte le entità viventi esistono in un sistema ecologico, e forze provenienti dall’esterno provocano la loro evoluzione. Il “proto-sogno” e il sogno successivo, sono i metodi attraverso i quali le entità totali viventi si adattano alle forze esterne anticipando, attraverso la flessibilità dello “spazio mentale” (Young, 1994), ciò che può essere imparato con il solo essere ed esistere nell’eco-spazio. Io ipotizzo che, nel lungo processo dell’evoluzione, al principio c’era il sogno: il mondo arrivò dopo. (…)  Il sogno sociale tenta di rendere normale il sognare e, considerandolo un progetto olistico, di liberarlo dalle cornici di riferimento specialistiche e riduttive che vengono usate per interpretare i sogni”.

Il sogno è un fenomeno che ci riguarda sul piano personale, informandoci sulle nostre “priorità bio-psicosociali” attuali: sulla natura, le necessità e le implicazioni del rapporto con noi stessi, con l’altro da noi e l’ambiente. Contemporaneamente è momento di rivelazione del processo che si verifica nell’ambiente stesso, che riguarda un contesto più ampio e articolato, di confronto inevitabile con la condizione di intersoggettività dell’esistere.

Dall’antichità ai giorni nostri, nel sogno come nel mito, è narrata la storia della nostra specie e delle nostre culture: in questa eredità troviamo un contenitore comune, che raccoglie esperienze di confronto con l’Intelligenza della Natura e le sue leggi. Nel sognare possiamo rintracciare indicazioni per vivere consapevolmente tra esseri umani, in armonia con le altre specie e il pianeta che ci ospita.

Se il sognare è necessario all’evoluzione per trovare nuove risposte agli stimoli esterni, ricontattando l’origine e quindi il progetto di senso della Vita, il lavoro sul sogno assume una valenza di vera e propria presa in cura dei tempi e delle difficoltà che stiamo vivendo, sia a livello individuale che collettivo. Una preziosa risorsa che invita ed accompagna verso un approccio profondamente ecologico alla realtà nella sua interezza.

 

COS’E’ IL SOGNO DI PSICHE

Il Sogno di Psiche è crogiolo di esperienze, riflessioni e ipotesi di indagine sul sogno e sul sognare.
E’ pensato e sentito come un laboratorio, un vero e proprio spazio di lavoro in cui si hanno a disposizione strumenti, nozioni e storia della dimensione onirica: un viaggio nel mondo di Psiche, dove si formano le immagini che ci rendono ciò che siamo. Le immagini diventano idee (“ciò che è stato visto”) e come tali ci possono condurre, ispirare e liberare oppure bloccare e rallentare, nel percorso di rivelazione a noi stessi che è la Vita .
Al ritiro della coscienza, dell’Io diurno, subentrano le scene e gli attori del nostro teatro interiore: in un gioco di specchi e riflessi è rappresentata la relazione con noi stessi e quella con il mondo. Tutte le declinazioni del tendere desiderante, delle conflittualità irrisolte e delle istanze individuative, si rivelano in questo spazio che mostra “la situazione così com’è”, senza  sentimentalismi.

“Gli eventi onirici indicano la via. Indicano ciò che è probabile o sicuro che si sviluppi, in base alla situazione attuale. Quindi essi incoraggiano o ammoniscono. Il soggetto nel sogno può accettare di correre un rischio e assolvere ad un compito difficile, oppure può fare un passo falso e precipitare in un dirupo. Tali esiti sono metafore che richiamano l’attenzione su qualcosa che è accaduto o sta accadendo al di fuori della consapevolezza. Dato che il sognatore -prima del messaggio del sogno- non comprende la natura dell’evento, l’immagine onirica è un invito ad esaminare i fatti esterni o psicologici. Ma l’esito indicato dal sogno può anche essere modificato o evitato se mutano la consapevolezza e la capacità del sognatore” (1).

“Il sogno sostiene lo sviluppo dell’individuo presentando il materiale che deve essere affrontato in quel momento” (2).

Quando l’Io si distanza dalla realtà interiore, il sogno giunge come vettore di forza coscientizzante: diviene cassa di risonanza della voce del Daimon (3) che vede e prevede, conservando in sè l’immagine del nostro destino.

 

Il sogno assolve a molte funzioni: oltre a quelle de-remotiva, compensatoria, problem solving, ludica, ristrutturante l’unità psicosomatica, traumatolitica, sua proprietà fondamentale è quella di mostrare la rete dei significati che si intessono nell’esperienza, in un continuo balance tra la necessità di adattarsi al cambiamento e quella di percepire e conservare la propria integrità e specificità. I sogni inoltre mostrano “come sarebbe andata se…” quella situazione, rapporto, lavoro, evento non si fossero conclusi così come è accaduto (è possibile leggere in questa chiave alcuni sogni che tendono a presentare elementi/personaggi del passato).

L’attività onirica, in ultima istanza, sembra svolgere un ruolo rivelatorio e auto- correttivo rispetto alla struttura, validità e sostenibilità della nostra immagine del mondo. Ci fa entrare nelle “crepe” della sua architettura e attraverso l’esplorazione e l’osservazione possiamo comprendere come questa immagine, ormai depositata sul fondo della coscienza, rischia per abitudine e inerzia di sovrascriversi al mondo stesso, in un moto di tradimento della realtà. Come scrive Ferdinando Pessoa: “Solo i sogni sono sempre quelli che sono. E’ il lato di noi in cui nasciamo e siamo sempre naturali e nostri”, in cui quindi riscoprirci e individuarci.

L’esperienza onirica appartiene tanto alla psiche quanto al corpo, senza soluzione di continuità, ci attraversa in ogni direzione e diventa biografia, traccia storica, riscoperta di identità.
Ogni qual volta riponiamo cura e attenzione al “farsi dell’anima” (4) ci prendiamo anche la responsabilità delle nostre scelte e della libertà che ricerchiamo.

Meta e contemporaneamente direzione di un vivere totale è lo sviluppo della capacità di accorpare il sentire, il pensare e l’agire in una sequenza armonica e naturale che non si oppone alla realtà, ma si accorda con essa in uno slancio vitale d’espressione di sè, all’interno di contesti di relazione con il mondo. Il sogno è uno strumento per stare nella Realtà, ci allena al mondo della veglia, ci informa sul giorno che verrà.

 

Il blog propone un menù composto di letture tematiche intese come angolature sull’onirico e affini: dalle riflessioni, alle teorie, i racconti, passando per i libri, i film e le immagini. Il tutto atto a promuovere cultura del sogno e del sognare, per rientrare in contatto con il linguaggio che ha dato origine e forma al mondo e ne permette il continuo divenire.

 

(1) Da “Il linguaggio dei sogni. Simboli e interpretazioni” di E. C. Whitmont e S. B. Perera, Ed. Astrolabio, p. 36

(2) ibidem

(3) “Prima della nascita, l’anima di ciascuno di noi sceglie un’immagine o disegno che poi vivremo sulla terra, e riceve un compagno che ci guidi quassù, un daimon, che è unico e tipico nostro. Tuttavia, nel venire al mondo, dimentichiamo tutto questo e crediamo di essere venuti vuoti. È il daimon che ricorda il contenuto della nostra immagine, gli elementi del disegno prescelto, è lui dunque il portatore del nostro destino”. J. Hillman, Il codice dell’anima

(4) “Chiamate, vi prego, il mondo ‘la valle del fare anima’. Allora scoprirete a cosa serve il mondo”, scriveva il poeta John Keats in una lettera del 1819. L’espressione è stata ripresa dall’analista e scrittore post-junghiano James Hillman per indicare come la vita sia l’avventura umana del vagabondare per la valle del mondo col fine di fare anima, di trasformare gli eventi in esperienze.